Novel Food

L’innovazione nel settore alimentare rappresenta un aspetto di grande valore sia per l’Unione Europea, sia a livello mondiale. Per garantire ai consumatori i benefici derivanti dalle innovazioni nel settore alimentare, è necessario verificare la sicurezza e il valore nutrizionale di questi nuovi alimenti.
Sono considerati nuovi tutti quegli alimenti o ingredienti alimentari per i quali non è dimostrabile un consumo significativo all’interno dell’Unione Europea prima del 15 maggio 1997, anno di entrata in vigore del regolamento CE 258 che ne disciplina per la prima volta l’immissione sul mercato. Tra i Novel Food rientrano ad esempio prodotti tradizionalmente consumati in Stati terzi, come i semi di Chia, oppure prodotti ottenuti attraverso pratiche non tradizionali di riproduzione o con l’utilizzo di tecnologie innovative, come ad esempio grassi a ridotto contenuto energetico oppure oli ottenuti da microalghe e ricchi di DHA.
Il Regolamento 2015/2283 ha definito i criteri di conformità di questa categoria di alimenti, che viene prima valutata dall’EFSA dal punto di vista della sicurezza per la salute umana e poi – in caso di esito positivo – autorizzata dalla Commissione Europea, che iscrive il nuovo alimento nel Registro dell’Unione.
FederSalus ha parlato degli aspetti normativi, scientifici, tecnici e procedurali in materia di immissione sul mercato dei Novel Food con Vittorio Silano, CEF Panel di EFSA e docente di legislazione alimentare al Dipartimento di Medicina presso la II Università di Roma-Tor Vergata, che ha da poco pubblicato un libro dedicato a questa tematica, in collaborazione con Massimiliano Carnassale, Direttore Generale di Federsalus.

D. Professor Silano, è da poco disponibile il suo libro dedicato ai nuovi alimenti per il mercato dell’Unione Europea, una vera e propria guida sulla normativa comunitaria vigente. Da dove è nata l’esigenza di un testo dedicato a queste tematiche?
R. Come è noto, per assicurare ai consumatori i benefici dell’innovazione nel settore alimentare, è fondamentale garantire sia la sicurezza dei nuovi prodotti che il loro valore nutrizionale, nel quadro di una dieta bilanciata. La prima normativa comunitaria (Regolamento 258) – vigente in tutti gli Stati dell’Unione Europea, un mercato di circa 500 milioni di consumatori – è stata adottata nel 1997. Essa ha consentito l’immissione sul mercato dell’Unione Europea con modalità di elevata sicurezza di circa 100 nuovi alimenti diversi, fra i quali vi sono alimenti come “i semi di Chia” (a elevato contenuto di acidi grassi omega-3), tradizionali in Stati non appartenenti all’Unione Europea e prodotti ottenuti con tecnologie innovative quali il “salatrim” , un grasso a ridotto contenuto energetico, e un olio da microalghe ricco di DHA.
Fin dall’entrata in vigore della citata normativa comunitaria si sono evidenziate necessità di ulteriori chiarimenti, miglioramenti e sviluppi. La revisione di questa normativa si è rivelata molto complessa e si è conclusa solo in data 25 novembre 2015, con l’adozione del Regolamento 2283, destinato ad applicarsi solo a partire dal 2018. Questo Regolamento prevede distinte procedure amministrative e scientifiche per l’autorizzazione di un nuovo alimento o di un alimento che sia nuovo per il mercato dell’Unione Europea, ma tradizionale (cioè consumato in misura significativa da almeno 25 anni) in uno Stato terzo. Al fine di contribuire alla corretta comprensione e interpretazione di questa fondamentale normativa, si è ritenuto opportuno procedere in questo volume alla rivisitazione e all’analisi degli obiettivi, del contesto giuridico, delle fonti normative, delle metodologie scientifiche e dei dettagli procedurali che la caratterizzano.

D. Quali sono i possibili scenari di sviluppo per i nuovi alimenti? Quali benefici possono essere apportati dai nuovi alimenti al mantenimento della salute?
R. Le principali aspettative e motivazioni per l’introduzione e lo sviluppo di nuovi alimenti nel mercato dell’Unione Europea sono:
– miglioramento delle caratteristiche organolettiche;
– miglioramento del valore nutrizionale perseguito anche mediante l’integrazione con particolari principi nutritivi, la migliore modulazione dell’equilibrio fra diversi nutrienti e l’integrazione con sostanze caratterizzate da particolari attività biologiche e fisiologiche;
– riduzione del rischio derivante da contaminanti e altre sostanze indesiderate;
– maggiore facilità d’uso nel quadro della recente evoluzione degli stili di vita;
– riduzione degli sprechi e della perdita di alimenti;
– riduzione dell’impatto ambientale di particolari coltivazioni e allevamenti;
– competitività sul mercato, anche dipendente da aspetti economici.

D. Quali sono gli elementi che le aziende devono considerare per l’avvio delle procedure di autorizzazione all’immissione sul mercato di un nuovo alimento? Quali sono gli stadi per la presentazione della domanda di autorizzazione?
R. La domanda di autorizzazione, da presentarsi alla Commissione Europea da parte dell’azienda interessata all’immissione in commercio di un particolare nuovo alimento deve contenere:
– nome e domicilio del richiedente;
– nome e descrizione del nuovo alimento;
– descrizione del processo di produzione del nuovo alimento;
– composizione dettagliata del nuovo alimento;
– prove scientifiche idonee a dimostrare che il nuovo alimento non presenta rischi per la salute umana;
– se del caso, i metodi di analisi;
– proposta relativa alle condizioni d’uso previsto e ai requisiti specifici di etichettatura per non indurre in errore i consumatori, o una motivazione verificabile, che illustri le ragioni per cui tali elementi non sono necessari.
Dopo avere acquisito il parere dell’EFSA, la Commissione, in collaborazione con un Comitato nel quale sono rappresentati tutti gli Stati Membri dell’UE, decide con proprio Atto di esecuzione nel merito del rilascio dell’autorizzazione e, in caso positivo, circa l’inserimento del nuovo alimento nell’Elenco dei nuovi alimenti autorizzati.
Qualora l’alimento che s’intende proporre per la prima immissione sul mercato comunitario sia tradizionale in uno o più Stati terzi, il richiedente può procedere alla presentazione alla Commissione Europea di una notifica che deve contenere le seguenti informazioni:
– nome e domicilio del richiedente;
– nome e descrizione dell’alimento tradizionale;
– composizione dettagliata dell’alimento tradizionale;
– Paese/i d’origine dell’alimento tradizionale;
– documentazione relativa alla storia d’uso sicuro come alimento in un Paese terzo;
– proposta relativa alle condizioni di uso previsto e ai requisiti specifici di etichettatura, per non indurre in errore i consumatori, o una motivazione verificabile che illustri le ragioni per cui tali elementi non sono necessari.
La Commissione Europea, entro un mese dalla ricezione, inoltra la notifica ricevuta a tutti gli Stati Membri e all’EFSA. Questi ultimi possono, entro i successivi quattro mesi, presentare obiezioni motivate relative alla sicurezza dell’immissione sul mercato dell’alimento notificato. Nel caso non siano presentate obiezioni motivate, la Commissione procede all’autorizzazione dell’alimento notificato. Qualora invece siano presentate obiezioni motivate, il notificante può inoltrare una domanda d’autorizzazione per l’alimento in questione, presentando anche gli ulteriori dati necessari per contrastare le obiezioni sollevate nel merito della sicurezza dell’alimento. La decisione finale interviene con Atto di esecuzione della Commissione Europea, dopo aver acquisito il parere dell’EFSA da rilasciarsi entro sei mesi.

D. Qual è il ruolo dell’EFSA nell’autorizzazione dei nuovi alimenti?
R. Il ruolo dell’EFSA nelle procedure relative ad autorizzazione o notifica di un nuovo alimento, pur essendo molto importante nel condizionare la decisione finale, è puramente consultivo. Il compito principale dell’EFSA è quello di esprimersi in merito alla validità dei dati e alle considerazioni fornite dal richiedente per dimostrare la sicurezza dell’immissione sul mercato del nuovo alimento. Per assicurare la trasparenza delle proprie valutazioni, l’EFSA procede in primo luogo all’adozione e alla divulgazione di una guida scientifica specifica per la valutazione da effettuare.
Successivamente viene svolta la valutazione dei dati forniti dal richiedente, seguendo in modo dettagliato la procedura descritta nella guida scientifica. Nel caso dei nuovi alimenti, sono due le guide scientifiche prodotte dall’EFSA: la prima si riferisce alle domande di autorizzazione di un nuovo alimento (cfr. Allegato 2 del libro), e la seconda a notifica e autorizzazione di un nuovo alimento tradizionale in un Paese terzo (cfr. Allegato 3 del libro). Queste linee guida EFSA sono non solo riprodotte integralmente nel volume del quale stiamo parlando, ma sono estesamente commentate nel testo per facilitarne la comprensione. I pareri dell’EFSA sono pubblicati immediatamente dopo l’adozione e sono accessibili a tutti sul sito dell’EFSA.

Per informazioni
Manuela Lisi
tel 06 54221967
m.lisi@federsalus.it • www.federsalus.it

Il progetto Life Vermeer: applicazione dei modelli in silico alla filiera cosmetica

A seguito del workshop tenutosi lo scorso 5 dicembre 2018 presso l’Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri IRCCS di Milano dal titolo “Progetto Vermeer per la valutazione della sicurezza: focus sul quadro normativo internazionale e di riferimento per il settore cosmetico1”, abbiamo incontrato Emilio Benfenati (capo del laboratorio di chimica ambientale e tossicologia presso il Mario Negri e coordinatore del progetto Vermeer finanziato dalla CE, programma LIFE), al quale abbiamo chiesto di illustrare il progetto e di commentare lo status dell’utilizzo dei dati in silico da parte delle aziende cosmetiche, nel percorso di valutazione della sicurezza dei propri prodotti immessi sul mercato.

D. Per sbaragliare ogni ombra di dubbio, ci potrebbe spiegare che cosa si intende con modelli in silico?
R. Con modelli in silico (modelli di relazione struttura-attività (SAR) e di relazione quantitativa struttura-attività (QSAR)) si fa riferimento a modelli di calcolo in grado di predire le proprietà intrinseche della sostanza oggetto di studio (le proprietà fisico-chimiche, biologiche e relative al destino nell’ambiente dei composti), in base alla correlazione con la sua struttura chimica (nota).
Naturalmente, il modello deve essere validato scientificamente e la sostanza di interesse deve rientrare nel suo dominio di applicabilità.
I modelli consentono di eseguire le predizioni di proprietà delle sostanze valutate. Ad esempio, relativamente agli effetti sulla salute umana, possono essere predette la mutagenicità, la sensibilizzazione cutanea, la carcinogenicità, la reprotossicità, ecc…

D. Come mai è necessario approfondire lo sviluppo e l’uso di modelli in silico?
R. Le sostanze impiegate nelle formulazioni cosmetiche sono un numero vastissimo (ad esempio, in un altro progetto finanziato da una dozzina di aziende francesi sono confluiti 20.000 ingredienti, estratti di piante in particolare; il numero delle sostanze di cui le società coinvolte avrebbero necessità di ottenere informazioni è ben più ampio: si parla di almeno 50.000 sostanze). Il mondo della cosmetica è innovativo e dinamico, perciò non sarebbe pensabile valutare con test in laboratorio tutte le sostanze necessarie. Ciò significherebbe saturare i laboratori esistenti dedicandoli solo allo studio degli effetti sulla salute umana di queste sostanze. Non sarebbe una strada percorribile!
Al contrario, l’applicazione di modelli in silico alle sostanze consente di condurre una valutazione iniziale (una sorta di scrematura) che porta a galla gli alert significativi su cui sarà necessario fare degli approfondimenti e degli affinamenti successivi (Tier approach).
Si tratta di strumenti e metodi pubblicamente disponibili, in molti casi gratuiti e che prevedono l’applicazione di una procedura realistica e condivisa.
Da non dimenticare che sono molte le normative europee che richiedono di studiare le sostanze chimiche e i prodotti immessi sul mercato dalle aziende ma, al tempo stesso, impediscono che gli approfondimenti della conoscenza delle proprietà intrinseche di sostanze o miscele avvengano conducendo dei test negli animali (come accade per il Regolamento sui prodotti cosmetici), oppure auspicano la promozione di metodi alternativi per la valutazione dei pericoli che le sostanze comportano (come accade per il Regolamento REACH).
I modelli in silico e, di conseguenza, i dati generati attraverso l’applicazione di questi modelli, rappresentano pertanto una tra le alternative ai test nell’animale per consentire la raccolta e la disponibilità di informazioni sugli effetti provocati dalle sostanze chimiche impiegate, ad esempio, come ingredienti dei prodotti cosmetici.
Da considerare che la conoscenza delle proprietà tossicologiche degli ingredienti che costituiscono i prodotti cosmetici è essenziale e imprescindibile, affinché possa essere condotta una solida valutazione della sicurezza dei prodotti e sia assicurabile un livello elevato di tutela della salute umana.

D. Ci può raccontare che cos’è e quali sono gli obiettivi del Progetto Life Vermeer?
R. Si tratta di un progetto internazionale che, mediante l’applicazione di diverse tipologie di modelli, consente di stimare l’esposizione a una sostanza, di valutarne il profilo di pericolosità e di suggerire una sostanza “alternativa” caratterizzata da un livello di pericolosità inferiore.
Il progetto non è interamente dedicato ai prodotti cosmetici, bensì trovano spazio anche biocidi, materiali a contatto con alimenti, solventi, disperdenti e frazioni petrolifere.

D. Il Progetto Life Vermeer coinvolge numerosi soggetti tra cui alcuni extra-europei. Questo ha messo in luce delle differenze di natura regolatoria tra i diversi Paesi coinvolti?
R. Sicuramente la posizione europea del Regolamento sui prodotti cosmetici nei confronti del testing nell’animale riscontra importanti differenze con le richieste delle norme adottate nei Paesi extra-europei. Questo significa che una società che immette il prodotto “A” sul mercato europeo è tenuta a rispondere ai requisiti di una norma che vieta la realizzazione, all’interno della Comunità, di sperimentazioni animali relative (i) a prodotti cosmetici finiti e (ii) a ingredienti o combinazioni di ingredienti dopo la data in cui dette sperimentazioni vanno sostituite da uno o più metodi alternativi convalidati. Per contro, se il medesimo prodotto “A” fosse immesso anche in un altro mercato (ad es., il mercato cinese), in quel caso la medesima società dovrebbe preparare un secondo dossier sul medesimo prodotto che contempla la sperimentazione nell’animale. Tuttavia, recenti tentativi di portare alternative alla sperimentazione animale in Cina sembrano aver aperto nuove opportunità.

D. Parliamo di livelli di esposizione: questo progetto offrirà un supporto, in tal senso?
R. Per quanto riguarda i prodotti cosmetici, uno dei focus è rivolto a identificare, in termini di esposizione, la dose interna (normalmente non approfondita o assimilata al 100% della dose esterna ma questo comporta, spesso, una sovrastima). Saranno perciò messe sotto la lente di ingrandimento le informazioni di cinetica abitualmente impiegate nel pharma per approfondire, in particolare, gli aspetti di assorbimento e metabolismo.
Attraverso dei modelli di permeazione si potrà conoscere se la sostanza di interesse è in grado di attraversare lo strato cutaneo e in che percentuale.
Pertanto, nota la ricetta di un cosmetico, il valutatore sarà in grado di dosare l’effettiva quantità di ingrediente al quale un soggetto viene esposto.

D. Chi ritiene che, ad oggi, utilizzi i dati generati in silico per sviluppare le proprie valutazioni sulla sicurezza dei prodotti?
R. Le industrie cosmetiche di grandi dimensioni si stanno già muovendo nella direzione di impiegare questi dati e addirittura collaborare, attraverso progetti sperimentali di portata nazionale o internazionale (come Life Vermeer), per migliorare l’output delle predizioni utilizzando anche dati e database propri.
Stessa cosa anche da parte di alcuni Comitati Scientifici: ad esempio, il Comitato scientifico della sicurezza dei consumatori (CSSC) sta prendendo in considerazione l’uso di metodi alternativi in silico. Infatti, nell’ultima revisione delle proprie linee guida2 è indicato “For the safety evaluation of cosmetic ingredients, all available scientific data are considered, taking into account the testing and marketing bans in force under Regulation (EC) n.1223/2009. This includes the physical and chemical properties of the compounds under investigation, in silico data such as results obtained from (Q)SAR (…) modelling, chemical categories, grouping, read-across, Physiologically-Based PharmacoKinetics (PBPK)/ ToxicoKinetics (PBTK) modelling”. Inoltre, è ribadito che “Examples of the free-access in silico systems include (…) the VEGA QSAR platform that is based on (Q)SARs and other in silico tools”.
Il VEGA (www.vegahub.eu) è la medesima piattaforma gratuita utilizzata nel progetto Life Vermeer (www.life-vermeer.eu).

D. Restiamo su VEGA: possiamo fare un accenno all’affidabilità dei risultati?
R. Certo. Al fine di conoscere l’affidabilità della predizione, si sono volute fornire informazioni a supporto su sostanze simili in modo da “nutrire” la predizione ottenuta. È indispensabile disporre di risultati ottenuti da più modelli combinati. Un numero da solo non è sufficiente per prendere una decisione rispetto al fatto che una sostanza abbia o non abbia una data proprietà! Le informazioni accessorie alla valutazione devono però essere standardizzate ed effettivamente fruibili, presentate chiaramente senza fraintendimenti. Occorre (i) tenere conto della determinazione del grado di affidabilità che deve essere dichiarato dal modello per la sostanza in esame e (ii) valutare la rilevanza e la concordanza dei risultati, anche considerando come sono stati predetti gli stessi effetti per composti simili alla sostanza target (cioè oggetto della valutazione), effettuando una specie di read-across (cioè utilizzando informazioni ricavate da sostanze simili).

D. Come potrebbe essere incoraggiato l’utilizzo di questi dati?
R. Sarebbe necessario un lavoro di avvicinamento culturale tra i (potenziali) fruitori dei dati, i modelli e i dati generati in silico, ad opera dalle Autorità coinvolte.
Le valutazioni spesso risultano essere soggettive. C’è bisogno invece di oggettività nei criteri e nell’approccio per livelli successivi di approfondimento che devono essere esplicitati. Tutti coloro che si approcciano a una valutazione devono essere messi nella condizione di avere accesso a una base di dati comune e condivisa. I dati devono essere disponibili e trasparenti. Ritengo che sia necessario altresì uno sforzo di armonizzazione delle Autorità che richiedano l’applicazione di metodi di valutazione che debbano essere ben descritti (anche nella propria incertezza relativa) oppure come modalità ritenute equipollenti che però dovranno essere opportunamente documentate.

Per informazioni
Emilio Benfenati • emilio.benfenati@marionegri.it


1Titolo originale: Vermeer Project for Safety evaluation: focus on international cosmetic regulatory framework.
22018. The SCCS notes of guidance for the testing of cosmetic ingredients and their safety evaluation 10th revision. SCCS.

 

Integrazione in veterinaria

Medico Veterinario, Saporiti Consulting, Fagnano Olona (VA) – www.saporiticonsulting.com

Le tipologie di mangimi complementari (impropriamente denominati integratori veterinari), attualmente presenti sul mercato e destinati al settore degli animali da compagnia, sono davvero molto numerose e suddivise principalmente per area terapeutica. Lo stesso pool di sostanze funzionali si può trovare sul mercato in differenti forme farmaceutiche: questo si rende necessario per ottimizzare la somministrazione al paziente veterinario, che spesso non risulta collaborativo, e per rispondere a specifiche esigenze di specie.
Nel settore degli integratori alimentari ad uso umano (la varietà di presentazioni del prodotto finito è legata a esigenze formulative e di marketing), l’aspetto organolettico è preso in considerazione solo per formulazioni liquide ad uso orale e, soltanto in alcuni casi, per compresse. In campo farmaceutico, la varietà di presentazioni del farmaco è principalmente legata a esigenze formulative e al soddisfacimento di una buona biodisponibilità. L’aspetto organolettico nel farmaco è particolarmente importante in formulazioni liquide destinate alla popolazione pediatrica e geriatrica.
Diversamente da quanto accade per le formulazioni ad uso umano, in campo veterinario le formulazioni ad uso orale devono tener conto della compliance del paziente, ovvero del gradimento e della conseguente volontà di assunzione da parte dell’animale.
Il buon esito di un’integrazione, così come di una terapia, dipende anche, in parte, dalla facilità con la quale il principio attivo (sia esso un principio nutrizionale, o un attivo farmaceutico) viene somministrato, gradito e accettato dal paziente veterinario in somministrazioni ripetute.
Può accadere, in particolar modo nei felini, che la somministrazione di una semplice compressa di dimensioni inadeguate o con un cattivo sapore, si trasformi in fonte di stress nell’animale e nel padrone, generando frustrazione per la mancanza di collaborazione del proprio animale e preoccupazioni legate alla mancata assunzione della dose di prodotto prescritta dal veterinario.
In campo veterinario, risulta quindi fondamentale individuare la forma di somministrazione più adatta al paziente di destinazione tenendo in considerazione la specie (cane, gatto), le esigenze fisiologiche, lo stato fisico (animale anziano, cucciolo) e, in alcuni casi, le esigenze nutrizionali (animale diabetico, intollerante).
Dal punto di vista formulativo, è inoltre necessario conoscere quali attivi possono creare fastidio all’animale, in termini di odore e sapore, e attuare tutte le strategie possibili per mascherare/ridurre ogni possibile elemento di disturbo all’atto dell’assunzione, utilizzando eccipienti masking e sistemi di appetibilità a base di derivati animali.
Un buon prodotto veterinario si caratterizza quindi per l’immediatezza di assunzione da parte dell’animale, legata direttamente e indissolubilmente al profilo organolettico del prodotto stesso. Ecco perché, oltre all’assicurazione del profilo di efficacia del prodotto, è fondamentale individuare una forma di somministrazione ad elevato profilo di palatabilità, e adatta al paziente di destinazione, che possa rendere gradita e agevole la prima somministrazione e tutte le successive previste nel piano terapeutico o di integrazione nutrizionale.
In questi ultimi anni, dove si osserva il settore del Pet in trend di crescita positivo, si è assistito ad un incremento di prodotti destinati agli animali e allo sdoganamento di forme farmaceutiche, tradizionalmente riservate all’uomo, anche per gli animali da compagnia (softgel, bustine stickpack).

Numerose sono le forme utilizzate nell’integrazione in campo veterinario (Tab.1): compresse, capsule, polveri in bustina, polveri in barattolo con misurino, liquidi, sciroppi, paste idrofile, paste lipofile, softgel e gelatine. Non tutte le forme garantiscono un buon riscontro in termini di facilità di utilizzo da parte del proprietario, e accettazione da parte dell’animale per uso ripetuto.
Ogni forma di presentazione possiede lati positivi e negativi: pur riconoscendo alle compresse un’elevata precisione nel dosaggio degli attivi, non è sempre facile ottenere un prodotto appetibile e adatto sia al cane sia al gatto, specie considerando anche l’utilizzo in cani di taglia toy e gatti spesso diffidenti. Le forme in polvere, sia esse in bustina monodose sia in barattolo con misurino, vanno solitamente mescolate all’alimento con una significativa riduzione nella precisione del dosaggio e l’ulteriore variabilità derivante dall’assunzione dell’alimento. È inoltre da valutare, oltre alla scarsa compliance del paziente veterinario, anche la scarsa adesione, da parte del proprietario, alle quantità di somministrazione prescritte, specialmente se anziano o ipovedente.
Le formulazioni liquide, sia esse a base acquosa sia ottenute per miscelazione di oli (ad esempio una miscela di oli vegetali e olio di pesce per il benessere della cute e la bellezza del manto), se somministrate direttamente miscelate nel cibo possono presentare gli stessi inconvenienti delle forme in polvere (incompleta assunzione da parte dell’animale, inadeguatezza della dose somministrata), e anche quando somministrate direttamente in bocca all’animale, con l’ausilio di siringhe dosatrici, possono essere parzialmente espulse con la saliva.
Le formulazioni in softgel presentano una notevole semplicità di utilizzo per il proprietario, ma spesso richiedono la dissoluzione preliminare in un’aliquota di acqua tiepida e la miscelazione nell’alimento; solo in caso di animali di grossa taglia è possibile l’assunzione tal quale.
Le formulazioni in jelly presentano semplicità di utilizzo per il proprietario e un profilo di dissoluzione più rapido rispetto ad altre forme farmaceutiche, tuttavia sono indicate principalmente per i cani e non possono incorporare attivi in forma liquida oleosa in elevate quantità.
Le formulazioni veterinarie in pasta ad uso orale, note da decenni, permettono di semplificare la somministrazione di principi attivi in numerose specie animali, occupando un rilevante spazio nel segmento di mercato dei mangimi complementari. Nel gatto, la somministrazione di principi nutrizionali in pasta permette di superare la naturale diffidenza dell’animale, rendendo elettiva questa forma di somministrazione per la specie felina. Le paste sono preparazioni semisolide, classificabili nella maggior parte dei casi come mangimi complementari e questi ultimi destinati a fini nutrizionali specifici, contenenti una grande quantità di polveri disperse in un sistema veicolante che può essere lipofilo (paste a base di oli vegetali e/o marini), o idrofilo (paste a base acquosa). Le polveri, siano esse incorporate con funzione nutrizionale (estratti secchi, polveri vegetali, vitamine, minerali) o appetizzanti, svolgono un’azione adsorbente che, unitamente a ingredienti specifici ad azione stabilizzante e addensante, permette di rendere il preparato semisolido stabile ai cambiamenti di temperatura comunemente riscontrabili durante il periodo di commercializzazione (trasporti terrestri su ruota nel periodo estivo, magazzini non a temperatura controllata nel periodo invernale). La componente liquida, oltre ad agire da eccipiente e veicolo per la solubilizzazione di polveri nel caso delle paste acquose, è spesso essa stessa ingrediente caratterizzante della formulazione; in particolar modo, la presenza di oli marini e/o vegetali permette di attribuire alle formulazioni un elevato contenuto in acidi grassi. Il sistema pasta è spesso un sistema multifasico complesso che richiede la presenza di un adeguato sistema emulgatore e conservante ad uso mangimistico, e in particolar modo richiede un’attenta valutazione del valore di attività dell’acqua (Aw) in modo da garantire un profilo di stabilità e sicurezza nel periodo di shelf-life.
Le paste rappresentano quindi un compromesso piuttosto funzionale (soprattutto per gatti), unendo un dosaggio preciso degli attivi ad una minor variabilità di assunzione: per loro natura le paste aderiscono meglio agli alimenti e alle mucose orali e, anche quando vengono introdotte direttamente nella bocca di cani o gatti, la dispersione nell’ambiente circostante è inferiore a quella delle formulazioni liquide.
In generale, quando scegliamo un “integratore veterinario”, dovremmo sempre innanzitutto tenere conto delle caratteristiche tipiche della specie e del singolo individuo al quale l’integrazione è destinata. Infine (non dimentichiamo che talvolta è lecito e opportuno ricorrere a piccoli stratagemmi), per animali non troppo esigenti sarà sufficiente utilizzare del cibo (ad esempio un piccolo pezzo di wurstel) per camuffare una compressa di farmaco o di mangime complementare non particolarmente appetibile.
Tuttavia, specialmente per l’assunzione di farmaci e in seguito a lunghi periodi di assunzione, stati debilitativi o per peculiarità caratteriali dell’animale, è di comune riscontro la capacità di deglutizione del cibo utilizzato come vettore e la contemporanea espulsione del prodotto dalla bocca dell’animale, rendendo davvero problematica l’assunzione e l’aderenza alla terapia.
Per risolvere questo problema, esistono prodotti carrier pensati per agevolare la terapia nel paziente veterinario, che uniscono ad una elevata appetibilità una straordinaria capacità adesiva e plastica.
Queste formulazioni, principalmente destinate al cane e spesso commercializzate come mangimi complementari, sono caratterizzate da una consistenza malleabile e da un eccellente profilo di appetibilità. La consistenza malleabile e plastica permette la creazione di bocconi contenenti all’interno la compressa sgradita; bocconi che l’animale ingoierà senza riuscire ad estrarre la compressa in virtù dell’elevata adesione della formulazione. In questo modo, l’aderenza alla terapia viene raggiunta senza creare stress all’animale e rendendo la somministrazione della terapia un momento piacevole e soddisfacente sia per il proprietario sia per l’animale.

Conclusioni

La realizzazione di un mangime complementare per gli animali da compagnia deve necessariamente prendere in considerazione come criterio principale la compliance del paziente “veterinario”; pertanto, il formulatore veterinario dovrà valutare per ciascun ingrediente funzionale, non solo il profilo di efficacia clinica, ma anche le caratteristiche organolettiche, evitando ingredienti sgraditi all’animale e scegliendo eventualmente una forma di somministrazione capace di assicurare il duraturo gradimento dell’animale. È inoltre necessario considerare come fattori importanti nella definizione della forma farmaceutica del prodotto finito, gli elementi relativi all’animale al quale il prodotto è destinato, come specie, taglia, età, stato di salute e nutrizionale, nonché obiettivo e durata dell’integrazione stessa.

Cosmetici ed ingredienti naturali

di Marina Camporese e Anna Caldiroli

Cosmetic products and ingredients with a natural origin
Considerations on microbiological safety and formulation of cosmetics

Cosmetic products characterised as green or to be free of something or other are finding rising support among consumers. The concept of “natural” cosmetics is often linked to safer products than the ones formulated with synthetic ingredients. As is widely known, regardless of the type of cosmetic formulation, our legislation requires that only safe cosmetic products from a chemical, toxicological and microbiological point of view for the entire life span of the product, even after it has been opened, can be placed on the market. The manufacturing process of ingredients with a natural origin can affect the safety of the finished product, in particular, but not only, due to microbial contaminations. A very interesting point is the opportunity to study and test substances with a natural origin, such as preservatives, considered alternative ones to those traditionally used, favouring our desire for “natural” components but complying with innovation in terms of knowledge about these ingredients and their effects, their production and our analysis techniques. Furthermore, an interesting point is represented by the search for (new) ingredients of natural origin, to replace synthetic substances our legislation has imposed restrictions on.


I prodotti cosmetici connotati come green o noti per essere senza qualcosa, cioè caratterizzati dal non avere nella propria ricetta alcuni specifici ingredienti che non godono di ampia accettazione da parte dei consumatori, stanno trovando sempre più consensi. Al concetto di “naturale” è spesso associato quello di più sicuro rispetto a un prodotto cosmetico formulato con ingredienti di sintesi. In realtà, a prescindere dal tipo di formulazione cosmetica, la normativa impone che siano immessi sul mercato prodotti cosmetici sicuri, sia dal punto di vista chimico e tossicologico, che dal punto di vista microbiologico, per tutta la durata di vita del prodotto, anche una volta aperto. Il processo produttivo relativo agli ingredienti di origine naturale può incidere sulla sicurezza del prodotto finito, in particolare, ma non solo, dal punto di vista delle contaminazioni microbiche. Un punto di sicuro interesse è rappresentato dalla possibilità di studiare e testare nuove sostanze, ad esempio conservanti alternativi a quelli tradizionalmente impiegati, assecondando così il desiderio di “naturale”, ma affiancandolo alla volontà di innovazione, in termini di conoscenza degli ingredienti e dei loro effetti, delle tecniche di produzione e di analisi. Inoltre, un punto interessante è rappresentato dalla ricerca di nuovi ingredienti, magari proprio di origine naturale, per sostituire sostanze di sintesi per cui la normativa ha imposto delle restrizioni.

Introduzione

I cosmetici green con il passare del tempo stanno guadagnando quote di mercato sempre più ampie: da una parte, i consumatori sono sempre più orientati verso scelte sostenibili, attente all’ambiente (connotati ad esempio come ecofriendly, magari con l’utilizzo di materie prime a km zero) e preferendo le formulazioni free from (cioè senza qualcosa, ad esempio senza parabeni, senza conservanti, senza glutine,…), e dall’altra, per i formulatori sembrano essere mutate la consapevolezza e la responsabilità etica. Tuttavia, resta la necessità di valutare la fattibilità della produzione dal punto di vista tecnico, della sicurezza e dell’efficacia e del rispetto delle normative vigenti.

La rivisitazione di antiche conoscenze

In linee generali, la tendenza del mercato ad assecondare il desiderio di “naturale” è comunque accompagnata dalla volontà di innovazione a fronte di una miglior conoscenza di molti ingredienti e della loro attività (in particolare per i principi attivi), delle tecniche di estrazione sempre più raffinate e che richiedono un minor utilizzo di solventi, o più rapide in modo da ridurre le ossidazioni e le alterazioni degli estratti, del miglioramento delle tecniche analitiche e dei limiti di rilevazione, che consentono di evidenziare una eventuale presenza di impurezze che potrebbero avere un impatto sulla sicurezza del prodotto finale oppure sul rispetto di eventuali restrizioni imposte dalla norma. Alcuni ingredienti, sintetizzati in laboratorio ma simili ai prodotti di origine naturale identificabili come prodotti naturali identici possono risultare maggiormente sostenibili rispetto a quelli naturali.

Sicurezza a prescindere

Una delle mistificazioni più frequenti riscontrate, in particolare tra i consumatori, è il distinguo tra prodotto chimico e prodotto naturale; tuttavia, è necessario ricordare che tutte le sostanze sono sostanze chimiche, anche quelle naturali, l’unica differenza sostanziale è rappresentata dall’origine: naturale o di sintesi. Del resto, naturale non deve essere confuso con “sicuro per principio”, basti pensare ai metalli pesanti presenti nelle acque, ai veleni di alcune piante o dei funghi, alle tossine algali, ecc…
A prescindere dal tipo di formulazione cosmetica, sia essa basata su ingredienti principalmente o esclusivamente di origine naturale o di sintesi, in ogni caso va rispettata la normativa cogente, cioè il Regolamento (CE) n.1223/2009, che detta le regole affinché siano immessi sul mercato prodotti cosmetici sicuri, sia dal punto di vista chimico e tossicologico, che dal punto di vista microbiologico, per tutta la durata di vita del prodotto, anche una volta aperto (1).

Come il processo produttivo può incidere sulla sicurezza del prodotto finito

In generale, le materie prime devono in ogni caso rispettare i requisiti di purezza (ad esempio non contenere sottoprodotti che possono avere effetti sulla sicurezza), essere “stabili” dal punto di vista microbiologico, fabbricate secondo le Good Manifacturing Practice (GMP) e nel rispetto delle procedure igieniche, a prescindere dalla loro origine. Non sono rari gli episodi di contaminazione microbica del prodotto finito che derivano da una contaminazione delle materie prime di origine vegetale avvenute nella fase di raccolta “in campo” o nelle successive fasi della lavorazione. Infatti, alcuni principi attivi innovativi o introdotti di recente spesso derivano da piante tropicali: è quindi essenziale verificare come e dove avviene la lavorazione, non solo ai fini della valutazione della sicurezza, ma anche per accertare il rispetto di specifiche tecniche (concentrazioni dichiarate del principio attivo, assenza di contaminanti).
Alcune sostanze di origine naturale subiscono dei processi di estrazione di cui bisogna accertare la sicurezza del prodotto finale. Ad esempio, uno dei metodi più diffusi per l’estrazione di principi attivi è la distillazione in corrente di vapore; tuttavia, è importante che il processo sia standardizzato al fine di evitare un eccessivo riscaldamento che potrebbe causare la formazione di sottoprodotti, in particolare idrocarburi, dalle parti legnose. Altre tecniche prevedono l’estrazione con solvente (ad es. etere o etanolo) e in questo caso le sostanze ottenute potrebbero contenere dei residui di solvente che possono incidere sulla sicurezza del prodotto finito.
Molto interessanti invece sono le estrazioni con CO2 in stato supercritico, in quanto l’estrazione avviene a basse temperature e quindi si riduce il pericolo di formazione di sottoprodotti per decomposizione termica e migliorano sia la concentrazione che la purezza delle sostanze attive.

La formulazione di un cosmetico con ingredienti di origine naturale

I principi attivi di origine naturale possono essere di interesse per il cosmetologo, anche considerando i vantaggi percepiti facilmente dall’utilizzatore a partire dall’appeal che esercitano anche solo con la rappresentazione grafica sull’imballaggio e i claims.
È indubbio che il formulatore dovrà trovare un equilibrio fra l’utilizzo di sostanze attive vegetali e l’efficacia, la capacità di permeazione cutanea (non è così infrequente che alcune sostanze per caratteristiche chimico-fisiche proprie siano difficilmente in grado di permeare e vadano perciò incorporate in sistemi di skin delivery), le modalità di fabbricazione, senza dimenticare la stabilità, la sicurezza e la funzionalità cosmetica, in quanto il consumatore si attende un prodotto che sia efficace e gradevole.
Il prodotto di origine naturale deve essere paragonabile nella texture e nell’efficacia al prodotto convenzionale; non deve avere odori sgradevoli derivanti dalle materie prime. Inoltre, come per le formulazioni più tradizionali non deve contenere contaminanti in quantità tali da alterare il prodotto e renderlo non sicuro per coloro i quali lo dovranno utilizzare, deve essere miscibile nelle fasi cosmetiche previste dalla formulazione e consono alla destinazione d’uso prevista.

Sostituire i conservanti: è possibile?

Una sfida interessante è la sostituzione dei conservanti di sintesi con ingredienti di origine naturale ma con effetti batteriostatici simili.
Spesso i clienti chiedono specificatamente prodotti “senza conservanti” o “senza parabeni”, in molti casi non avendo una vera e propria consapevolezza della funzione di queste sostanze che, invece, è quella di preservare il prodotto dall’inquinamento microbico e quindi garantire la sicurezza microbiologica, durante la fabbricazione e il riempimento, il trasporto, ma soprattutto dopo l’apertura e l’utilizzo proprio da parte del consumatore. Una volta che il prodotto cosmetico viene aperto fino al momento in cui viene terminato o non più utilizzato da parte del consumatore, una continua e variabile (cioè non nota) contaminazione microbica viene introdotta nel prodotto ed è provocata dalla salubrità dell’ambiente in cui si trova il cosmetico e dal fatto che verrà più volte a contatto con la pelle del consumatore (2). La produzione in azienda cosmetica prevede varie fasi potenzialmente “critiche” dal punto di vista microbiologico: ad esempio le materie prime tra cui anche l’acqua impiegata, l’ambiente di lavorazione (inteso come l’aria, le superfici, le macchine) rappresentano potenziali fonti di contaminazione anche se, grazie all’applicazione delle GMP, possono essere ridotte al minimo.
È importante che ci sia la percezione che i conservanti sono utilizzati proprio a garanzia della sicurezza del prodotto cosmetico, per evitare infezioni cutanee anche gravi (per quanto riguarda eventuali patogeni, Escherichia coli, Pseudomonas aeruginosa, Staphylococcus aureus e Candida albicans sono considerati i principali potenziali patogeni per i cosmetici e devono risultare assenti dal prodotto cosmetico).
Sempre a proposito di qualità microbiologica del prodotto cosmetico finito, le linee guida redatte dell’CSSC (Comitato Scientifico per la Sicurezza dei Consumatori) nella loro 9a versione distinguono i prodotti cosmetici in prodotti di categoria 1 (prodotti specificatamente formulati per bambini di età inferiore ai tre anni, per essere usati nell’area perioculare e sulle membrane mucose) e prodotti di categoria 2 (tutti gli altri).
Usualmente, per i cosmetici di categoria 1, il totale della conta dei microrganismi mesofili aerobi si vuole che non ecceda le 102 cfu/g o 102 cfu/ml di prodotto cosmetico finito (cfu = unità formanti colonia); mentre per i prodotti di categoria 2 il totale della conta dei microrganismi mesofili aerobi si vuole che non ecceda le 103 cfu/g o 103 cfu/ml di prodotto cosmetico finito (2).
A titolo informativo, si ritiene rilevante sottolineare che la 9a revisione delle linee guida redatte dal CSSC non è la più recente poiché ne è già stata pubblicata e resa disponibile una versione successiva (SCCS. The SCCS Notes of Guidance for the Testing of Cosmetic Ingredients and Their Safety Evaluation 10th Revision (2018)); tuttavia, è l’ultima in ordine cronologico che tratta l’aspetto microbiologico nel percorso di valutazione della sicurezza del prodotto cosmetico e per tale ragione, rappresenta un punto di riferimento documentale importante.
Quantomeno da un punto di vista microbiologico, è piuttosto difficile pensare di formulare un cosmetico senza aggiungere alcuna sostanza con funzione conservante, se escludiamo qualche prodotto a basso rischio e confezionato in monodose. Intendendo con il termine prodotti a basso rischio quelli con un basso tenore di acqua libera (aw) come polveri, olii e prodotti alcoolici.
In ogni caso, il formulatore deve tenere in considerazione che talune sostanze potrebbero essere la causa dell’insorgenza di allergie (come gli olii essenziali e i metalli). Un obiettivo opportuno da porsi è di ridurre quando possibile le concentrazioni impiegate per evitare “effetti di sommatoria” dei conservanti impiegati, anche in ambiti diversi da quello cosmetico. Ad esempio, l’acido benzoico di per sé è un conservante di origine naturale (si trova nella frutta, in alcune spezie, nei funghi, ecc…) ed è utilizzato spesso in abbinamento con l’acido sorbico, sia in campo cosmetico che alimentare. Del resto, sono noti casi di allergia causati da acido benzoico, in quanto esiste un effetto sommatoria con quello utilizzato abbastanza frequentemente negli alimenti.
Pertanto, sarebbe ragionevole studiare e testare anche conservanti alternativi a quelli tradizionalmente impiegati. Come è noto, alcuni ingredienti di origine naturale possono avere anche proprietà antimicrobiche (ad esempio gli olii essenziali, alcoli, estratti vegetali); il meccanismo di azione è simile a quello dei conservanti convenzionali, vale a dire provocano la distruzione della parete cellulare (modifica della permeabilità di membrana o la sua distruzione, denaturazione delle proteine citoplasmatiche o di membrana, inattivazione dei sistemi enzimatici). Per contro, talune di queste sostanze potrebbero non figurare in Allegato V e quindi in tal senso, pur esercitando un’azione conservante, non sono soggette “a restrizioni” e cioè alle condizioni che stabiliscono:
1. il tipo di prodotto, le parti del corpo,
2. la concentrazione massima nei preparati pronti per l’uso,
3. eventuali altre indicazioni.
La valutazione della sicurezza deve tenere in debita considerazione anche queste sostanze, senza darla “per scontata”.
L’Allegato I stabilisce che per le sostanze contenute nei prodotti cosmetici debba essere noto il profilo tossicologico delle sostanze per tutti gli endpoint tossicologici pertinenti.
Naturalmente, il profilo tossicologico può riguardare una serie di endpoint diversi e in sede di valutazione finale, caso per caso, è possibile anche stabilire quali endpoint siano rilevanti, tenendo conto dei seguenti elementi: esposizione, uso del prodotto, caratteristiche fisico-chimiche delle sostanze, esperienza con le sostanze, ecc…. In particolare, l’Allegato I sottolinea che va dedicata particolare attenzione alla valutazione della tossicità locale (irritazione cutanea ed oculare) e alla sensibilizzazione cutanea. A tale scopo una valutazione dell’irritazione cutanea potrebbe essere condotta mediante l’esecuzione di patch test che potrebbe soddisfare un prerequisito importante per un’appropriata valutazione dei rischi e cioè la disponibilità di dati adeguati (3).
Da non sottovalutare il fatto che spesso sono soprattutto i comportamenti impropri dei consumatori che possono causare problemi di tipo microbiologico: contenitori lasciati aperti, aggiunta di acqua ai detergenti così durano di più, prendere il prodotto dal vasetto con le mani sporche, rimettere il prodotto nel contenitore perché se ne è preso troppo… Anche per questo motivo nella fase di progettazione di un cosmetico vengono eseguiti test allo scopo di verificare la stabilità del cosmetico quando sottoposto a vari stress, comprese le contaminazioni microbiologiche durante l’uso (ad esempio Challenge test, In use test, Curve di sopravvivenza, test di stabilità accelerata). Tra i più diffusi troviamo il Challenge Test e l’In use Test: il primo prevede una contaminazione artificiale del cosmetico con ceppi microbici a quantità nota e una valutazione della loro decrescita nel tempo; con l’In Use Test invece si simula l’utilizzo reale del prodotto da parte di un pool di utilizzatori per un certo periodo di tempo e si valuta la condizione microbiologica del prodotto al tempo zero e al termine della simulazione.

Altri ingredienti di origine naturale oggetto di interesse

Oltre ai conservanti, anche altri ingredienti non sono molto apprezzati dai consumatori più attenti all’ambiente a al concetto di green: un esempio su tutti è rappresentato dai siliconi.
Senza entrare nel dettaglio dei profili di pericolosità di queste sostanze e sulle diverse correnti di pensiero relative all’impiego nelle formulazioni cosmetiche, ci interessa descrivere la loro funzione e la possibile sostituzione con ingredienti alternativi.
I siliconi sono polimeri ottenuti mediante sintesi chimica, non sono derivati del petrolio ma sono composti da silicio, carbonio e ossigeno e sono generalmente definiti organopolisilossani; esistono diverse tipologie di derivati siliconici con diverse funzioni: siliconi leggeri e volatili, fluidi cere, elastomeri, gomme e resine, tutti caratterizzati da una notevole inerzia chimica (4).
Sono utilizzati in vari prodotti cosmetici grazie alla loro versatilità funzionale (skin-feel, effetto matt o gloss, idrorepellenza, emollienti e condizionanti) ma in particolare in prodotti per il make up, nello skin care e nei prodotti per i capelli, grazie alle proprietà filmogene; risultano essere coprenti pur non essendo untuosi o pesanti, impedendo la disidratazione di cute e capelli che è una delle caratteristiche per cui sono più apprezzati.
La ricerca si è orientata ad utilizzare sostanze con la stessa funzionalità ma di origine naturale, fra cui molto interessanti l’olio di Babassu, ma anche lo squalene, l’isoamil laurato, esteri dell’olio di oliva e tanti altri.
La ricerca di sostanze alternative all’impiego dei siliconi, se da una parte va nella direzione voluta dall’imposizione di restrizione che stabilisce che per 2 siliconi (Ottametilciclotetrasilossano (D4) e Decametilciclopentasilossano (D5)) non è ammessa l’immissione sul mercato di prodotti cosmetici da eliminare con acqua (noti come rinse-off) in concentrazione pari o superiore allo 0,1% in peso dell’una o dell’altra sostanza successivamente al 31 gennaio 2020 (5); dall’altra, asseconda la volontà di orientarsi alla scelta di ingredienti con un minore impatto ambientale che sarebbe opportuno accertare mediante la valutazione del profilo di pericolosità, in particolare per quanto riguarda i pericoli per l’ambiente, ai sensi del Regolamento CLP (6). Tuttavia, la valutazione della pericolosità per questi specifici aspetti per un prodotto cosmetico può rappresentare una priorità della società formulatrice o del responsabile dell’immissione sul mercato ma a tutti gli effetti, per i prodotti cosmetici allo stato finito e destinati all’utilizzatore finale il CLP non si applica. Inoltre, anche lo stesso Regolamento sui prodotti cosmetici si pone tra i propri obiettivi la sola tutela della salute umana, richiedendo nella relazione sulla sicurezza del prodotto cosmetico di specificare informazioni sull’esposizione umana e gli effetti tossicologici.

Conclusioni

I prodotti cosmetici caratterizzati dal fatto di essere formulati con ingredienti di origine naturale stanno guadagnando sempre più spazio sul mercato. Spesso al concetto di naturale viene affiancato quello di sicuro a prescindere oppure di più sicuro rispetto a un cosmetico tradizionale formulato impiegando ingredienti di sintesi. Tuttavia, il Regolamento sui prodotti cosmetici non fa sconti in tal senso e, indipendentemente dal tipo di ingredienti impiegati in una formulazione, impone che questa debba essere sicura dal punto di vista chimico, tossicologico e microbiologico, per tutta la durata di vita del prodotto, anche una volta aperto.
Nella scelta di ingredienti di origine naturale gioca un ruolo cruciale il processo di produzione (ad esempio, in fase estrattiva di prodotti di origine vegetale); in particolare le materie prime devono rispettare i requisiti di purezza, essere stabili dal punto di vista microbiologico, fabbricate secondo le Good Manifacturing Practice (GMP) e nel rispetto delle procedure igieniche. Non sono rari gli episodi di contaminazione microbica del prodotto finito che derivano da una contaminazione delle materie prime di origine vegetale avvenute nella fase di raccolta in campo o nelle successive fasi della lavorazione. L’uso di materie prime opportunamente certificate potrebbe essere di aiuto per avere a disposizione materie prime di elevato livello qualitativo.
Una sfida stimolante per la ricerca in ambito formulativo è indubbiamente volta alla sostituzione di alcuni ingredienti di origine sintetica con ingredienti di origine naturale: un esempio saliente è sicuramente rappresentato dai conservanti (di sintesi) rimpiazzati con ingredienti di origine naturale ma con effetti batteriostatici simili. Trovano infatti larga accettazione tra i prodotti free from quelli dichiarati “senza conservanti” anche se, in molti casi da parte di chi avanza questa richiesta non c’è una vera e propria consapevolezza della funzione di queste sostanze. Una volta che il prodotto cosmetico viene aperto fino al momento in cui sarà terminato o non più utilizzato, una continua e variabile contaminazione microbica viene introdotta nel prodotto. È fondamentale quindi che sia diffusa la percezione che i conservanti sono utilizzati a garanzia della sicurezza del prodotto cosmetico, per evitare infezioni cutanee anche gravi provocate dai principali potenziali patogeni per i prodotti cosmetici.
In ogni caso, è estremamente importante approfondire la conoscenza del profilo tossicologico degli ingredienti che si ritiene di voler impiegare, indipendentemente dall’origine di questi, anche mediante l’applicazione di test specifici e identificare quale è l’uso del prodotto cosmetico.
In generale, il grande goal per il formulatore è rappresentato dalla volontà e dalla necessità di coniugare la funzionalità del prodotto finito con la sostenibilità degli ingredienti (origine naturale, provenienti da fonti rinnovabili, se possibile biodegradabili o con impatto ambientale minimo, soprattutto per l’ambiente acquatico, anche nel mantenimento della biodiversità e della salvaguardia delle popolazioni), l’accettabilità da parte del mercato delle nuove formulazioni e l’imprescindibile sicurezza del prodotto cosmetico.

Bibliografia
1. Regolamento (CE) n. 1223/2009 del Parlamento Europeo e del Consiglio del 30 novembre 2009 sui prodotti cosmetici
2. SCCS (2016) Revision of the SCCS Notes of Guidance for the Testing of Cosmetic Ingredients and their Safety Evaluation, 9th revision
3. Decisione di Esecuzione della Commissione del 25 novembre 2013 relativa alle linee guida sull’allegato I del regolamento (CE) n.1223/2009 del Parlamento europeo e del Consiglio sui prodotti cosmetici
4. AA.VV. (2007) Manuale del cosmetologo. Tecniche Nuove, Milano.
5. Regolamento (CE) n.1907/2006 del Parlamento Europeo e del Consiglio del 18 dicembre 2006 concernente la registrazione, la valutazione, l’autorizzazione e la restrizione delle sostanze chimiche (REACH), che istituisce un’agenzia europea per le sostanze chimiche, che modifica la direttiva 1999/45/CE e che abroga il regolamento (CEE) n.793/93 del Consiglio e il regolamento (CE) n.1488/94 della Commissione, nonché la direttiva 76/769/CEE del Consiglio e le direttive della Commissione 91/155/CEE, 93/67/CEE, 93/105/CE e 2000/21/CE.
6. Regolamento (CE) n.1272/2008 del Parlamento Europeo e del Consiglio del 16 dicembre 2008 relativo alla classificazione, all’etichettatura e all’imballaggio delle sostanze e delle miscele che modifica e abroga le direttive 67/548/CEE e 1999/45/CE e che reca modifica al regolamento (CE) n.1907/2006

Decreto del ministero della salute precisa modalità di vigilanza e sorveglianza nel settore dei cosmetici

Il Regolamento (CE) n.1223/2009 ha inteso dare una regolamentazione unitaria a livello europeo del settore cosmetico superando le diseguaglianze che si erano create tra gli stati, a causa di difformi attuazioni della direttiva del 1976. In effetti, il regolamento disciplina in modo organico i vari momenti della filiera cosmetica facilitando la libera circolazione dei prodotti nell’intero spazio europeo.
Il Regolamento (CE) n.1223/2009 non si limita però solo a questo ma interviene in modo significativo sulla tutela della salute dei consumatori così come disposto dall’art. 114 del TFUE (Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea) che prevede, appunto, che le disposizioni armonizzate, soprattutto se riguardano la sanità, la protezione dell’ambiente e la tutela dei consumatori, assicurino i più elevati livelli di tutela.

Per leggere l’intero articolo abbonati alla rivista o acquista il singolo numero

Il progetto Life Vermeer: applicazione dei modelli in silico alla filiera cosmetica

A seguito del workshop tenutosi lo scorso 5 dicembre 2018 presso l’Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri IRCCS di Milano dal titolo “Progetto Vermeer per la valutazione della sicurezza: focus sul quadro normativo internazionale e di riferimento per il settore cosmetico1”, abbiamo incontrato Emilio Benfenati (capo del laboratorio di chimica ambientale e tossicologia presso il Mario Negri e coordinatore del progetto Vermeer finanziato dalla CE, programma LIFE), al quale abbiamo chiesto di illustrare il progetto e di commentare lo status dell’utilizzo dei dati in silico da parte delle aziende cosmetiche, nel percorso di valutazione della sicurezza dei propri prodotti immessi sul mercato.

Per leggere l’intero articolo abbonati alla rivista o acquista il singolo numero

Biofilm di probiotici su membrane di nanofibre elettrofilate

Le proprietà salutistiche del latte fermentato sono sempre più argomento di interesse per la comunità scientifica. I meccanismi che collegano l’assunzione di latte fermentato alla salute intestinale sono in gran parte basati sul presupposto che questo contenga batteri probiotici vitali e in quantità sufficienti per esercitare un effetto fisiologico. Diverse organizzazioni pubbliche, compresa la International Dairy Federation (IDF), affermano che i prodotti alimentari, come gli yogurt, devono contenere almeno 107 unità formanti colonia per grammo di cibo (CFU/g), per garantire batteri biodisponibili sufficienti ad esercitare un effetto funzionale nell’organismo. Tuttavia, vitalità e sopravvivenza insufficienti di questi batteri rimangono un problema nei prodotti commerciali.

Meng-Xin Hu e colleghi della Scuola di Scienze Alimentari e Biotecnologie dell’Università Zhejiang Gongshang (Hangzhou, Cina) hanno studiato le condizioni ottimali di crescita e di sopravvivenza del Lactobacillus plantarum in biofilm formati su membrane di nanofibre elettrofilate.

 

Per leggere l’intero articolo abbonati alla rivista o acquista il singolo numero

Nuovo prodotto probiotico nel trattamento delle patologie infiammatorie gastro-intestinali

L’obiettivo dello studio è stato quello di valutare gli effetti della somministrazione orale di un nuovo integratore alimentare*, contenente 50 miliardi UFC/dose dei ceppi probiotici L. plantarum P17630, L. paracasei I1688 e L. salivarius I1794, in un modello animale con ipersensibilità del colon indotta da acido 2,4,6-trinitrobenzensolfonico (TNBS). 

Il prodotto è stato somministrato una volta al giorno per otto giorni consecutivi (D-7-D0). L’ipersensibilità viscerale è stata indotta nei ratti, 7 giorni prima della valutazione della distensione del colon, mediante iniezione di TNBS nella parte prossimale del colon (D-7). La verifica dell’efficacia dell’integratore è stata dimostrata mediante la valutazione della diminuzione della soglia del dolore in risposta alla distensione del colon distale (D0). La prova è stata condotta in confronto ad un altro prodotto probiotico, molto utilizzato nei protocolli del trattamento delle patologie infiammatorie croniche intestinali. 

Lo studio indica che il trattamento di 8 giorni consecutivi con il nuovo integratore probiotico riduce, in modo significativo, il dolore viscerale con un effetto di anti-ipersensibilità negli animali trattati con TNBS.

Questi risultati sono molto incoraggianti per ipotizzare l’uso del nuovo integratore nel trattamento dei pazienti con sindrome del colon irritabile (IBS). Ulteriore studi sono necessari per comprendere meglio il ruolo e i meccanismi dei batteri probiotici sulla patogenesi di IBS e stabilire l’eventuale coinvolgimento di citochine pro-infiammatorie. […]

 

Per leggere l’intero articolo abbonati alla rivista o acquista il singolo numero

Integratori alimentari a base di Monacolina K

[…] Situazione della Monacolina K nei vari Stati Membri
La possibilità di poter vantare il Claim proposto dall’EFSA, e autorizzato dalla Commissione alla dose giornaliera di 10 mg di Monacolina K, spingeva alcune aziende con prodotti sul mercato a sviluppare nuovi prodotti e ad innalzare la dose giornaliera della Monacolina K da 3 a 10 mg, mettendo in difficoltà (in alcuni casi come in Italia) le autorità sanitarie nazionali competenti che avevano indicato di non superare la dose giornaliera di 3 mg per un atteggiamento prudente sulla sicurezza del prodotto. Si verificavano, quindi, alcune prese di posizione critiche da parte di alcune autorità nazionali che vedevano un consumo crescente di riso rosso fermentato con alti dosaggi giornalieri di Monacolina K. Nel febbraio 2014, l’agenzia francese ANSES (Agence Nationale de Sécurité Sanitaire de l’Alimentation, de l’Environnementet du Travail) dichiarava che il consumo di riso rosso fermentato presentava un rischio per la salute dei consumatori. Nel gennaio 2016, l’agenzia tedesca BfR dichiarava che i prodotti contenenti una dose di Monacolina K superiore a 5 mg al giorno avevano una significativa attività farmacologica, e pertanto dovevano essere classificati come medicinali; limitava quindi la dose massima giornaliera di Monacolina K a 5 mg. L’agenzia belga Belgian Superior Health Council avviava nel 2017 un’indagine sul riso rosso fermentato, raccogliendo informazioni sulla qualità e sicurezza a seguito della quale riteneva però di non dover prendere provvedimenti per proporre una riduzione della dose giornaliera di 10 mg della Monacolina K. Nel gennaio 2017 veniva pubblicato sul British Journal of Clinical Pharmacology, dall’ISS e dall’Università Sapienza, un lavoro (6) che includeva un report su 52 segnalazioni relative a 55 reazioni avverse riguardanti integratori a base di riso rosso fermentato commercializzati in Italia (periodo rilevamento 2002/2015); la pubblicazione non sembrava però indicare in modo appropriato l’incidenza degli effetti collaterali, in rapporto al totale della popolazione trattata in quel periodo, che a posteriori sembrava essere molto bassa. […]

 

Per leggere l’intero articolo abbonati alla rivista o acquista il singolo numero

Probiotici, un settore in continua evoluzione

Se dal punto di vista regolatorio, a livello Europeo, il settore dei probiotici è assolutamente fermo, bisogna riconoscere che ricercatori e industrie non si sono lasciati fermare, in quanto i probiotici sono la categoria che ha avuto il maggior sviluppo e il maggior numero di pubblicazioni scientifiche negli ultimi anni, accompagnati da una costante crescita del mercato.
Dal punto di vista tecnologico abbiamo oggi a disposizione nuove formulazioni che non solo ne aumentano la stabilità, ma permettono l’associazione con altri ingredienti (ad es. prebiotici o estratti vegetali) per creare prodotti innovativi. Le nuove formulazioni (come tavolette masticabili o stick orosolubili) ne facilitano anche l’assunzione. Inoltre, sono disponibili formule di rilascio a livello del colon per evitare l’ambiente acido dello stomaco. Nell’ambito alimentare poi, è sempre più possibile la realizzazione di bevande (non solo a base di latte o yogurt) fortificate con probiotici; inoltre, probiotici sporigeni resistenti alla temperatura possono essere utilizzati in prodotti da forno. Una vera rivoluzione tecnologica impensabile fino a qualche decennio fa.
Quanto alla ricerca scientifica abbiamo assistito alla documentazione di sempre nuove indicazioni: non solo la salute gastro-intestinale, ma i benefici sul sistema nervoso centrale o quello cardiovascolare, per non parlare degli effetti negli sportivi o dell’applicazione topica per la salute della pelle.
Siamo poi giunti alla caratterizzazione e all’uso di forme inattivate e di postbiotici, che si aggiungono, per alcune indicazioni, all’utilizzo di popolazioni di batteri vitali.
Ma la vera innovazione ci viene offerta dagli studi sul microbioma, che stanno letteralmente rivoluzionando il settore: si parla sempre più di “probiotici di nuova generazione”, isolati dai ceppi più rappresentati nel microbiota di soggetti adulti, quali Faecalibacterium prausnitzii e Akkermansia muciniphila. Infatti, Lattobacilli e Bifidobatteri, oggi le principali popolazioni di microorganismi utilizzate dai produttori di probiotici, non sono dominanti nel microbiota di un soggetto adulto. Naturalmente l’utilizzo di questi probiotici di nuova generazione pone diversi challenge, in quanto non hanno alle spalle una storia di utilizzo sicuro, richiedono nuove tecniche di coltura (alcuni ceppi crescono in condizioni anaerobiche) e di produzione. Ma la ricerca non si ferma e riuscirà a superare anche questa sfida.
Più a breve termine, invece, sembra potersi attuare l’uso di “probiotici personalizzati” basati sulla caratterizzazione dei profili metagenomici del microbiota individuale. Ad esempio, nel paziente con intestino irritabile e stipsi, completamente privo di Bifidobatteri, è giustificato utilizzare un probiotico tutto a base di Bifidobatteri per migliorare il quadro clinico. Il fatto che già oggi sia possibile ottenere la caratterizzazione del microbiota fecale, è tuttavia diventato un appetibile target del marketing, per cui si trovano sul web siti che lo propongono. Tuttavia, i referti sono molto complessi, quindi è lecito domandarsi, una volta acquisito il profilo del microbiota, chi è in grado di interpretarlo e di modularlo seriamente. È chiaro che questo potrà essere appannaggio solo di persone esperte sia in una data malattia sia nell’analisi del profilo del microbiota per evitare che nella giungla del web si inseriscano dinamiche pericolosissime per i consumatori finali.