La valutazione dello stato di alterazione dei capelli

In un contesto in continua evoluzione, in cui si cerca sempre più di conciliare la funzionalità estetica con la praticità, si è potuto assistere a un vero e proprio sviluppo, un passaggio da cosmesi decorativa a cosmesi decorativo-funzionale, nel contesto di un moderno modus vivendi in cui trovano sempre più ampia espressione i ruoli giocati dai social media, grazie ai quali è possibile accostarsi in modo sempre più consapevole ed efficiente alla scelta di prodotti e stili di vita che permettano di mantenere un buono stato di salute. Questo tipo di considerazioni valgono in particolar modo per quanto riguarda la cura del capello.
La valutazione della tipologia e dell’entità dei danni cui possono andare incontro i capelli durante i processi quotidiani di detersione, e/o a seguito dei più svariati trattamenti chimico-fisici tipici dello styling dei capelli, è fondamentale per lo sviluppo di prodotti più idonei per la loro cura.
Risultano fondamentali, pertanto, metodiche scientifiche sempre più performanti, da poter utilizzare sia nei laboratori specializzati sia nei saloni professionali. Per rispondere efficacemente all’evoluzione del mercato in un settore in continua evoluzione, tali tecnologie e tecniche devono essere in grado di fornire risultati sempre più accurati, ma nel contempo devono preferibilmente essere anche maneggevoli e di facile utilizzo.

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Il Life Cycle Thinking come strumento di supporto verso la bioeconomia circolare

La bioeconomia ha l’obiettivo di sviluppare modelli di economia circolare, valorizzando o dando nuova vita a sottoprodotti o rifiuti organici di altre produzioni attraverso la chiusura del ciclo e il recupero di materia. In questo contesto, il Life Cycle Assessment (LCA) è uno strumento appropriato per verificare soluzioni di circolarità, in quanto presunti ingredienti “eco-compatibili” potrebbero determinare profili ambientali non sostenibili se valutati nell’intero ciclo di vita. È così possibile identificare gli impatti e dove poter agire per ridurli, considerando tutti gli aspetti: linee di produzione, logistica, packaging, distribuzione, ecc.
Il caso studio presentato è nell’ambito dell’industria cosmetica, che ha la necessità di adottare un approccio Life Cycle Thinking per ridurre gli impatti ambientali dei propri prodotti e rispondere alle aspettative dei consumatori in termini di ingredienti naturali e sostenibili.
La valutazione riguarda le Cytofruit® Waters, sottoprodotto del succo di agrumi concentrato, utilizzate in prodotti per la cura della pelle. L’acqua contenuta nella frutta, solitamente scartata nella fase di concentrazione del succo, è recuperata, purificata e utilizzata in cosmesi. Lo studio analizza le prestazioni energetico-ambientali del ciclo di vita di questo prodotto. I risultati mostrano come gli impatti derivino da packaging (materiali plastici vergini), logistica (trasporto dal produttore del succo al confezionamento e spedizione ai clienti) e consumi di energia presso il produttore del succo. LCA è stata utilizzata per ipotizzare uno scenario migliorativo.

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Il packaging dei cosmetici

Il Regolamento (CE) n.1223/2009 sui prodotti cosmetici richiede di prendere in considerazione l’apporto dell’imballaggio nella valutazione della sicurezza del prodotto cosmetico confezionato, secondo esplicita richiesta. A questo proposito, la Commissione Packaging Cosmetico dell’Istituto Italiano Imballaggio ha steso un primo documento mirato a conferire dei suggerimenti operativi per coloro i quali si occupano del percorso di valutazione, che è già stato oggetto di argomentazione in un precedente articolo dove sono stati trattati i temi fondamentali della comunicazione, da monte a valle, fra gli operatori della filiera, e sono stati introdotti alcuni punti significativi per una valutazione di tipo documentale e delle implicazioni di natura tossicologica.
Il lavoro della Commissione Packaging Cosmetico è proseguito e si è concluso con un nuovo documento che entra maggiormente nel merito degli aspetti di composizione e migrazione da contenente a contenuto. In questo articolo viene descritto il lavoro tecnico della Commissione Packaging Cosmetico, svolto con l’obiettivo di suggerire un approccio analitico comune ai laboratori, al servizio delle aziende cosmetiche e ai produttori di imballaggio impiegato come packaging di cosmetici, in modo da facilitare, per quanto possibile, il percorso valutativo. […]

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Inquinamento ambientale

L’inquinamento e le sue conseguenze nel lungo termine sono ormai, giustamente, fonte di dibattito quotidiano. Sicuramente, tra le cause principali dell’inquinamento ambientale la plastica riveste un ruolo di prim’ordine; non soltanto per quanto riguarda gli imballi, più o meno voluminosi, abbandonati indiscriminatamente sul territorio o in mari e oceani, ma anche a livello di microplastiche, ovvero di frammenti di dimensioni collocate convenzionalmente al di sotto dei 5 mm. Per affrontare con tempestività questa problematica, l’Unione Europea ha instaurato una strategia di intervento, trovando nelle aziende cosmetiche europee dei validi alleati. Le industrie cosmetiche, infatti, attente all’ambiente, già tra il 2012 e il 2017 hanno volontariamente eliminato il 97,6% delle microsfere di plastica utilizzate per l’esfoliazione e la pulizia nei prodotti cosmetici da risciacquo, anche se, effettivamente, le microplastiche aggiunte nei cosmetici rappresentano un piccolo contributo ai rifiuti di plastica presenti nei mari. Gli studi hanno infatti evidenziato che l’apporto potenziale del settore cosmetico europeo rappresenta una percentuale stimata tra lo 0,1 e il 2% del totale, mentre il maggiore contributo alle emissioni di microplastica è generato dalla frammentazione di oggetti in plastica più grandi, come pneumatici per auto, bottiglie e fibre di vestiti. Nonostante queste premesse e nonostante alcuni Stati membri, tra cui l’Italia, abbiano già introdotto provvedimenti legislativi che impediscono l’uso di microplastiche in diversi tipi di cosmetici, l’Unione Europea ha avviato già dal 2017 una procedura finalizzata a inserire nella normativa sulle sostanze chimiche (Regolamento REACH) una restrizione per limitare l’uso volontario di microplastiche in tutti i prodotti di consumo, tra cui i cosmetici. Nel corso del 2018 sono stati raccolti dati e informazioni in un dossier preparatorio e all’inizio del 2019 l’ECHA (European Chemicals Agency) ha pubblicato il dossier di restrizione sull’allegato XV del REACH relativamente alle microplastiche aggiunte intenzionalmente ai cosmetici. La pubblicazione di questo dossier ha rappresentato il primo step, mentre il successivo passaggio è stato l’avvio di una consultazione pubblica, avvenuta nel maggio 2019, che raccoglierà valutazioni e commenti da parte dei vari stakeholder coinvolti dalla proposta di regolamentazione e si chiuderà nel prossimo mese di settembre. L’industria cosmetica europea, relativamente alle misure proposte per il proprio settore, ha sottolineato come qualsiasi azione dovrebbe attentamente considerare aspetti come la proporzionalità, la coerenza, l’efficacia e l’applicabilità, oltre a essere basata su evidenze scientifiche e su un’accurata valutazione dei rischi. Dovrebbe inoltre tenere conto della complessità del destino ambientale dei prodotti cosmetici, in particolare dei prodotti “non da risciacquo” e dell’effettiva disponibilità di alternative. Tale approccio dovrebbe anche essere confrontato con l’impatto sull’industria cosmetica e sulle scelte dei consumatori; infine, dovrebbe essere valutato il reale beneficio per l’ambiente di eventuali restrizioni. La proposta presentata dall’ECHA potrebbe essere migliorabile sotto diversi aspetti. La definizione utilizzata di microplastiche risulta esssere troppo ampia, complessa, poco comprensibile e di difficile applicabilità. Pertanto, potrebbero rientrare nel campo di azione delle future limitazioni regolatorie anche sostanze non plastiche che non rientrano nel dibattito sui rifiuti di plastica. Una revisione della definizione permetterebbe di concentrarsi sul reale scopo della proposta, cioè la plastica: va infatti ricordato che tutte le materie plastiche sono polimeri, ma non tutti i polimeri sono plastiche. Anche l’obiettivo stesso della restrizione risulta troppo ampio e ciò fa si che questa incida eccessivamente su categorie di prodotti, come i cosmetici “non da risciacquo”, che in realtà contribuiscono in maniera poco significativa alle emissioni di microplastiche nell’ambiente, ma per le quali la restrizione avrebbe un elevato impatto socio-economico e sui consumatori. L’industria cosmetica europea ha mantenuto e continua ad avere una stretta collaborazione con l’ECHA, fornendo input rilevanti per il settore e partecipando alla consultazione pubblica in corso.

L’obiettivo comune è infatti quello di apportare un reale beneficio all’ambiente, evitando che le misure adottate siano sproporzionate e vadano a limitare la capacità dell’industria europea di innovare e rispondere alle attese in continua evoluzione dei consumatori.

Affascinanti intrecci

di Giuseppina ViscardiCreative Cosmetic Consultant – giuseppinaviscardi@tiscali.it
Valentina StradaOxygen Innovation. Oxygen Development LLC. Chemist research – vstrada@oxygendevelopment.com


Comunicazione e moda attraverso l’acconciatura
Quando una donna vuole cambiare, la prima tappa è sempre il parrucchiere. Questo perché i capelli parlano e lo fanno così bene che a volte non ci accorgiamo di quanti aspetti siano in grado di rivelare!
Probabilmente per la facilità con cui possiamo plasmarla, la capigliatura ben si presta ad essere portavoce di un linguaggio che riflette i cambiamenti e i diversi passaggi della vita: infatti questo ruolo, prettamente sociale e comunicativo, veniva sfruttato già nell’antichità.
La storia dei capelli inizia addirittura 25000 anni fa, periodo al quale si fanno risalire i primi rudimentali pettini ricavati a partire da ossa di animali e lische di pesce.
Non è certo se già nella preistoria all’acconciatura fosse attribuita una valenza simbolica, tuttavia siamo certi che questo ruolo sia stato sfruttato nelle epoche successive, fino ad arrivare ai giorni nostri.

Dall’antico Egitto al periodo classico

Nell’antico Egitto i capelli ricoprivano un ruolo centrale nella definizione delle gerarchie; infatti questa civiltà era solita modificare taglio o pettinatura in base ad età e classe sociale. I bambini, ad esempio, portavano il capo completamente rasato con un unico codino al centro, che veniva tagliato al passaggio in età adulta.
I faraoni e le loro regine invece facevano largo uso di parrucche spesso tinte di nero (da indaco, estratto da Indigofera tinctoria) o rosso (da henné, estratto da Lawsonia inermis), e ornamenti che le impreziosivano, come ad esempio i noti “coni di profumo” (Fig.1).
Si trattava di unguenti grassi e profumati che venivano posti alla sommità del capo e sciogliendosi, grazie al calore corporeo, rilasciavano il piacevole aroma su capelli e vestiti; la consistenza cerosa di questi preparati aiutava inoltre a mantenere la piega.
Infine, la calvizie, considerata una dichiarazione di debolezza, veniva vissuta con vergogna e infatti il papiro di Ebers suggeriva diversi rimedi per trattarla, come applicazioni di semi di fieno greco e impacchi con olio di ricino e di rosmarino. Anche nella cultura della Grecia Classica i capelli erano usati per comunicare l’appartenenza ad un ceto sociale. Ai gradini più bassi della società si trovavano gli schiavi, caratterizzati dall’obbligo di portare il capo rasato in segno di inferiorità, in contrapposizione ai soldati che sfoggiavano chiome e barbe lunghe.
Le donne sposate portavano lunghe trecce, mentre tra gli uomini era molto popolare il “taglio a giardino”, contraddistinto da capelli corti e ricci ad incorniciare il capo. Questa pettinatura, considerata segno di bellezza e perfezione poiché utilizzata dagli atleti olimpici, era talmente di moda che spesso ci si rivolgeva ad un professionista per farsi acconciare. È proprio in Grecia infatti che la professione di barbiere diventa molto popolare, affermandosi anche nelle culture successive.
Nell’Impero Romano la cura dei capelli interessa soprattutto le classi più abbienti. Gli uomini, fortemente influenzati dalla cultura ellenistica, ereditano l’abitudine di rivolgersi ad un tonsor che ravvivava i capelli dei clienti secondo la tendenza del momento, generalmente dettata dagli imperatori; questi ultimi, a loro volta ammirati dalla grandezza di Alessandro Magno, iniziarono ad imitarne la lunga chioma così da richiamare l’idea di potenza a cui aspiravano.
Moda e vanità influenzarono fortemente anche il modo di acconciarsi delle ricche matrone, le quali tra l’altro, padroneggiavano molto bene anche l’arte della colorazione. Avevano infatti intuito il potere schiarente del sole e conoscevano diverse formule per modificare la sfumatura del colore. A seguito delle campagne germaniche, rimaste impressionate dalle chiome dorate dei popoli nordici, avevano introdotto l’uso di estratti di camomilla e fiori di zafferano per schiarire i capelli e, come gli uomini, anch’esse si avvalevano di parrucchiere chiamate allora ornatrix, che avevano la mansione di pettinare e adornare i capelli con fiori, nastri e gioielli.

Medioevo
Il collasso dell’impero romano, segna l’inizio dell’epoca medioevale, periodo in cui l’influenza della chiesa cristiana determina una serie di mutamenti in senso molto conservativo. L’uso delle parrucche, diffuso e apprezzato nel passato, viene ora considerato un peccato mortale e i capelli, lunghi a volte sino alle ginocchia, vengono ritenuti rappresentanti di un significato erotico: per questo motivo, le donne sposate dovevano coprirli con lunghi veli e il marito ne era considerato il legale proprietario. Successivamente le usanze si irrigidirono ulteriormente, portando ad un utilizzo presso che totale di copricapo e di acconciature che imbrigliassero le fluenti chiome camuffandole.
Va inoltre sottolineato come in questo periodo venisse assegnato un significato simbolico molto negativo alla nuance rossa. La chioma fulva era infatti considerata sinonimo di degenerazione morale e chi la portava era costretto a nasconderla, pena il disprezzo generale.

Dal rinascimento al periodo del terrore
I rigidi canoni medioevali vengono faticosamente superati solo con l’inizio del rinascimento, dove i capelli tornano ad essere utilizzati come strumento per valorizzare la bellezza e per evidenziare il ceto sociale di appartenenza. Le nobili donne, come si può apprezzare dai famosi dipinti di questo periodo, portavano capelli chiari, dal biondo cenere al ramato, ed erano inoltre solite rasarsi la fronte per farla apparire più alta. Le più abbienti utilizzavano finissime reticelle, adornate di perle e materiali preziosi, per raccogliere i capelli in morbidi chignon al centro o ai lati della nuca.
Le fanciulle e le giovani donne del popolo invece portavano i capelli sciolti e adornati da fiori e ghirlande, mentre dopo il matrimonio la tradizione voleva che venissero strettamente bendati a creare due torciglioni ai lati del collo.
Sicuramente però, la massima espressione dello sfarzo in fatto di capelli viene raggiunta alla corte di Luigi XIV (Fig.2). Il re Sole infatti, con i suoi 40 parrucchieri, detta moda con i suoi lunghi e corposi riccioli naturali che, all’occorrenza, vengono arricchiti o sostituiti da folte parrucche o capelli posticci. L’utilizzo di toni grigi e bianchi (ottenuti con l’uso di farine di grano e riso), contrapposto ai toni neri del periodo precedente, permetteva di addolcire i lineamenti e di ottenere quell’aspetto frivolo che era tipico dell’epoca. Inoltre, le aggiunte di capelli posticci permettevano agli acconciatori di realizzare vere e proprie sculture.
Le parrucche resteranno molto in voga, tra uomini e donne, fino alla rivoluzione francese, diventando addirittura oggetto di furti per strada! Mai come in questo periodo le acconciature diventano vere e proprie opere d’arte, segno distintivo di una classe sociale nobile e privilegiata; sarà proprio la stessa aristocrazia tuttavia ad abbandonare per prima questo sfarzo che, durante il periodo del terrore di Robespierre, esponeva i nobili al pericolo di essere riconosciuti e giustiziati.

L’ottocento e l’epoca vittoriana
“I capelli sono la corona di una donna”. Questa massima della regina Vittoria riassume l’ossessione di cui i capelli diventarono oggetto durante il 1800. Le acconciature femminili, austere e perbeniste, variavano al variare dell’età, dello stato sociale e delle occasioni mondane; una regola però accomunava quasi tutte le nobili in fatto di capelli, il divieto assoluto di tagliarli. Prostitute, ballerine e attrici erano le sole a sfuggire ai rigidi canoni imposti durante questa fase, per tutte le altre la lunghezza e la robustezza della chioma era motivo di orgoglio e competizione, tant’è che i capelli corti erano concessi solo in caso di malattia.
Le usanze prevedevano che fino a 16 anni le ragazze dovessero portare sempre le trecce e solo successivamente potessero usare acconciature e decorazioni con piume e fiori.
Il solo contesto in cui una donna era libera di lasciare i capelli sciolti era nell’intimità coniugale: questo perché i capelli erano considerati a tutti gli effetti un oggetto erotico, ed è forse proprio per questo motivo che, in caso di morte di una giovane fanciulla, i capelli venivano tagliati ed intessuti al fine di crearne monili per il consorte.

Novecento
Da qui in poi non sarà più l’aristocrazia ad arbitrare il gusto, bensì le star dello spettacolo. Infatti, è solo dopo la prima guerra mondiale che gli stili si susseguono ad una nuova velocità. Non osserviamo più tendenze lunghe secoli, che comunicano uno status sociale, ma una carrellata di stili che si mescolano e si intrecciano, per lasciare spazio ad una comunicazione non verbale, che spesso, più che inquadrarsi nella società, le si contrappone.
È questo il caso dei capelli corti tipici delle donne del primo dopo guerra che, chiamate ad interpretare ruoli tipicamente maschili, iniziarono a rasarsi il retro del capo lasciando solo alcune ciocche lunghe in segno di emancipazione. In questo stesso periodo vengono messe a punto alcune innovazioni come ad esempio l’asciugacapelli manuale, la permanente chimica (che modificando la struttura cheratinica del capello, permetteva di ottenere una chioma mossa in modo duraturo) e la brillantina. Quest’ultima, a base di olio minerale, cere e acqua, veniva usata perlopiù in campo maschile e fu commercializzata per la prima volta nel 1928 in Inghilterra, con il nome di Brylcreem. La brillantina permetteva di fissare i capelli rendendoli lucidi e il suo utilizzo si protrasse per buona parte del ‘900, sino ad arrivare ad ispirare il celebre film Grease.
Dagli anni ‘50 in poi ricorre la cotonatura, portata alla ribalta da stelle come Brigitte Bardot. Questo look consentiva di apparire eleganti e sofisticate mantenendo comunque un certo volume, che veniva stabilizzato grazie all’abbondante utilizzo della lacca. Nel 1948 infatti viene commercializzata, per la prima volta, la regina dei prodotti per il fissaggio che, rispetto alle tradizionali cere o gel, consentiva di ottenere un look più naturale creando sulla superficie dei capelli un film più flessibile.
La cotonatura sarà quasi d’obbligo anche nel periodo successivo e la pettinatura “ad alveare” o Beehive, ideata da Margaret Vinci Heldt e sfoggiata da Audrey Hepburn in “Colazione da Tiffany” (Fig.3), diventa simbolo di seduzione e bellezza anche durante gli anni ‘60. Questo stile verrà poi ripreso e attualizzato dalla celebre cantante Amy Winehouse che ne fece il suo segno distintivo (Fig.4).
Contemporaneamente nel panorama maschile si sviluppa la figura del “capellone”. La moda di portare i capelli lunghi, incarnata ed esempio dai Beatles, esprime il disagio e l’insofferenza giovanile verso la forte chiusura della società borghese e introduce un importante elemento di discontinuità con il passato.
Ribellione e rifiuto delle regole arrivano però al loro apice negli anni ‘70. Il fenomeno forse più interessante di questo secolo appare infatti tra Stati Uniti e Inghilterra con l’esordio del periodo Punk che destruttura le forme fino ad allora conosciute e le contamina con generi di altre culture (Fig.5). Emblema di questo periodo è la classica cresta aculea, esibita con spregiudicatezza dai giovani di questa generazione.
La sfida alla gravità, lanciata dalla moda di questo periodo, difficilmente sarebbe stata vinta senza l’utilizzo di abbondanti dosi di gel. Questo prodotto, a base acquosa contenente filmogeni, venne introdotto nella sua veste attuale alla fine degli anni ‘60 negli Stati Uniti, e consentiva di ottenere un fissaggio molto rigido e persistente senza ungere il capello.
Forti dell’influenza degli stili precedenti, gli anni ‘80 si configurano come il decennio in cui tutto è concesso. Frisé, cotonature, meches e codini caratterizzano un look che definire originale è quasi riduttivo. Il Pop la fa da padrone e personaggi come Madonna e Cindy Lauper diventano icone di uno stile che si imporrà con tutte le sue stravaganze.
La decade successiva è caratterizzata da capigliature più lisce e ordinate di cui, riga al centro, scalature con ciuffi laterali e meches si fanno grandi portavoce. Il celebre taglio di Rachel, interpretata da una giovanissima Jennifer Aniston nel telefilm “Friends”, è forse il look più popolare in questo periodo, tanto da venir nominato da diverse riviste di moda “miglior taglio dell’anno”.
La libertà di scelta e la personalizzazione sono il tratto distintivo del nuovo millennio, dove la vera novità non è legata tanto all’uso della forma, quanto a quello del colore. Negli ultimi anni, infatti, nuance pastello come il malva, il rosa o il blu sono entrati in scena su teste di ogni età. Complice, probabilmente, la forte influenza dei social network, dove la comunicazione passa spesso attraverso i selfie, per la Z Generation l’importante è colpire lo spettatore con effetti speciali, scopo per cui il colore si presta estremamente bene. Inconveniente (o vantaggio) di queste colorazioni è la durata, che risulta essere estremamente breve poiché ottenuta attraverso l’applicazione di tinte temporanee washout.

Conclusione
Insomma, che la chioma sia scompigliata dopo una giornata di lavoro, elegantemente pettinata per un’occasione importante o ancora, tinta con i colori più improbabili, i nostri capelli, a volte alleati e a volte traditori, sono da sempre oggetto di moda e di un’attenzione quasi morbosa.
Attraverso la loro manipolazione possiamo parlare di noi e, che si voglia evidenziare uno status sociale o un desiderio di protesta, che l’accento sia posto sulla forma oppure sul colore, una cosa è certa: i capelli sono un formidabile strumento di comunicazione, capaci di influenzare tanto chi li guarda quanto chi li porta!

 

Esposoma e invecchiamento cutaneo

di Chiara Chiaratti, Valentina Abbondandolo, Francesca Agetta, Luisa Moro, Valentina Nardo, Veronica Poletti

Mérieux NutriSciences Italia – Resana, TV
chiara.chiaratti@mxns.com


È stato dimostrato che molte patologie non sono principalmente correlate a fattori genetici, ma sono invece le numerose influenze ambientali cui il corpo è sottoposto a determinare una reazione: questo concetto può essere applicato anche all’invecchiamento cutaneo. Il dermatologo Kligman ha infatti definito due tipi di invecchiamento (estrinseco e intrinseco), evidenziando una differenza sostanziale nelle aree sovraesposte all’azione dei fattori ambientali, ossia all’esposoma. Lo studio è stato eseguito tramite l’analisi dei diversi elementi coinvolti nell’invecchiamento della cute ed evidenzia come la cosmesi può essere una valida alleata nella protezione della pelle e nella prevenzione all’invecchiamento. Quale prodotto scegliere, quindi, tra gli innumerevoli presenti sul mercato? In questo studio abbiamo valutato l’efficacia delle formulazioni cosmetiche in esame, al fine di registrarne, misurarne e spiegarne il reale effetto sulla pelle tramite diversi test in vitro e in vivo su volontari […]

 

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Anti-ageing

La pelle è forse l’organo umano maggiormente esposto a cambiamenti e alterazioni peculiari nel corso della vita. Tra questi mutamenti, i più evidenti sono quelli causati dall’invecchiamento, definito come il processo di variazione cutanea risultante dalle interazioni tra l’espressione del genoma dell’individuo (crono-invecchiamento o crono-ageing) e le alterazioni ambientali, causate prevalentemente dalle radiazioni solari alle quali la cute è esposta nel corso della vita (foto-invecchiamento o foto-ageing) […]

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Il packaging dei cosmetici

di Daniela Aldrigo1, Anna Caldiroli2, Marina Camporese3

1Istituto Italiano Imballaggio – Milano ;  2Toxicon – Pavia;  3Mérieux NutriSciences Italia – Resana, TV
regulatory@istitutoimballaggio.it


La Commissione Packaging Cosmetico dell’Istituto Italiano Imballaggio ha steso un documento con l’intento approfondire il ruolo dell’imballaggio nell’ambito della valutazione della sicurezza del prodotto cosmetico confezionato, secondo l’esplicita richiesta del Regolamento (CE) n.1223/2009.
Questo articolo intende ripercorrere gli aspetti fondamentali trattati dal documento sviluppato dalla Commissione, considera il fluire della comunicazione da monte a valle e propone un approccio valutativo che tenga in considerazione la carenza informativa che spesso contraddistingue una catena di approvvigionamento lunga e complessa, offrendo alcuni spunti chiave per il percorso valutativo […]

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Il progetto Life Vermeer: applicazione dei modelli in silico alla filiera cosmetica

A seguito del workshop tenutosi lo scorso 5 dicembre 2018 presso l’Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri IRCCS di Milano dal titolo “Progetto Vermeer per la valutazione della sicurezza: focus sul quadro normativo internazionale e di riferimento per il settore cosmetico1”, abbiamo incontrato Emilio Benfenati (capo del laboratorio di chimica ambientale e tossicologia presso il Mario Negri e coordinatore del progetto Vermeer finanziato dalla CE, programma LIFE), al quale abbiamo chiesto di illustrare il progetto e di commentare lo status dell’utilizzo dei dati in silico da parte delle aziende cosmetiche, nel percorso di valutazione della sicurezza dei propri prodotti immessi sul mercato.

D. Per sbaragliare ogni ombra di dubbio, ci potrebbe spiegare che cosa si intende con modelli in silico?
R. Con modelli in silico (modelli di relazione struttura-attività (SAR) e di relazione quantitativa struttura-attività (QSAR)) si fa riferimento a modelli di calcolo in grado di predire le proprietà intrinseche della sostanza oggetto di studio (le proprietà fisico-chimiche, biologiche e relative al destino nell’ambiente dei composti), in base alla correlazione con la sua struttura chimica (nota).
Naturalmente, il modello deve essere validato scientificamente e la sostanza di interesse deve rientrare nel suo dominio di applicabilità.
I modelli consentono di eseguire le predizioni di proprietà delle sostanze valutate. Ad esempio, relativamente agli effetti sulla salute umana, possono essere predette la mutagenicità, la sensibilizzazione cutanea, la carcinogenicità, la reprotossicità, ecc…

D. Come mai è necessario approfondire lo sviluppo e l’uso di modelli in silico?
R. Le sostanze impiegate nelle formulazioni cosmetiche sono un numero vastissimo (ad esempio, in un altro progetto finanziato da una dozzina di aziende francesi sono confluiti 20.000 ingredienti, estratti di piante in particolare; il numero delle sostanze di cui le società coinvolte avrebbero necessità di ottenere informazioni è ben più ampio: si parla di almeno 50.000 sostanze). Il mondo della cosmetica è innovativo e dinamico, perciò non sarebbe pensabile valutare con test in laboratorio tutte le sostanze necessarie. Ciò significherebbe saturare i laboratori esistenti dedicandoli solo allo studio degli effetti sulla salute umana di queste sostanze. Non sarebbe una strada percorribile!
Al contrario, l’applicazione di modelli in silico alle sostanze consente di condurre una valutazione iniziale (una sorta di scrematura) che porta a galla gli alert significativi su cui sarà necessario fare degli approfondimenti e degli affinamenti successivi (Tier approach).
Si tratta di strumenti e metodi pubblicamente disponibili, in molti casi gratuiti e che prevedono l’applicazione di una procedura realistica e condivisa.
Da non dimenticare che sono molte le normative europee che richiedono di studiare le sostanze chimiche e i prodotti immessi sul mercato dalle aziende ma, al tempo stesso, impediscono che gli approfondimenti della conoscenza delle proprietà intrinseche di sostanze o miscele avvengano conducendo dei test negli animali (come accade per il Regolamento sui prodotti cosmetici), oppure auspicano la promozione di metodi alternativi per la valutazione dei pericoli che le sostanze comportano (come accade per il Regolamento REACH).
I modelli in silico e, di conseguenza, i dati generati attraverso l’applicazione di questi modelli, rappresentano pertanto una tra le alternative ai test nell’animale per consentire la raccolta e la disponibilità di informazioni sugli effetti provocati dalle sostanze chimiche impiegate, ad esempio, come ingredienti dei prodotti cosmetici.
Da considerare che la conoscenza delle proprietà tossicologiche degli ingredienti che costituiscono i prodotti cosmetici è essenziale e imprescindibile, affinché possa essere condotta una solida valutazione della sicurezza dei prodotti e sia assicurabile un livello elevato di tutela della salute umana.

D. Ci può raccontare che cos’è e quali sono gli obiettivi del Progetto Life Vermeer?
R. Si tratta di un progetto internazionale che, mediante l’applicazione di diverse tipologie di modelli, consente di stimare l’esposizione a una sostanza, di valutarne il profilo di pericolosità e di suggerire una sostanza “alternativa” caratterizzata da un livello di pericolosità inferiore.
Il progetto non è interamente dedicato ai prodotti cosmetici, bensì trovano spazio anche biocidi, materiali a contatto con alimenti, solventi, disperdenti e frazioni petrolifere.

D. Il Progetto Life Vermeer coinvolge numerosi soggetti tra cui alcuni extra-europei. Questo ha messo in luce delle differenze di natura regolatoria tra i diversi Paesi coinvolti?
R. Sicuramente la posizione europea del Regolamento sui prodotti cosmetici nei confronti del testing nell’animale riscontra importanti differenze con le richieste delle norme adottate nei Paesi extra-europei. Questo significa che una società che immette il prodotto “A” sul mercato europeo è tenuta a rispondere ai requisiti di una norma che vieta la realizzazione, all’interno della Comunità, di sperimentazioni animali relative (i) a prodotti cosmetici finiti e (ii) a ingredienti o combinazioni di ingredienti dopo la data in cui dette sperimentazioni vanno sostituite da uno o più metodi alternativi convalidati. Per contro, se il medesimo prodotto “A” fosse immesso anche in un altro mercato (ad es., il mercato cinese), in quel caso la medesima società dovrebbe preparare un secondo dossier sul medesimo prodotto che contempla la sperimentazione nell’animale. Tuttavia, recenti tentativi di portare alternative alla sperimentazione animale in Cina sembrano aver aperto nuove opportunità.

D. Parliamo di livelli di esposizione: questo progetto offrirà un supporto, in tal senso?
R. Per quanto riguarda i prodotti cosmetici, uno dei focus è rivolto a identificare, in termini di esposizione, la dose interna (normalmente non approfondita o assimilata al 100% della dose esterna ma questo comporta, spesso, una sovrastima). Saranno perciò messe sotto la lente di ingrandimento le informazioni di cinetica abitualmente impiegate nel pharma per approfondire, in particolare, gli aspetti di assorbimento e metabolismo.
Attraverso dei modelli di permeazione si potrà conoscere se la sostanza di interesse è in grado di attraversare lo strato cutaneo e in che percentuale.
Pertanto, nota la ricetta di un cosmetico, il valutatore sarà in grado di dosare l’effettiva quantità di ingrediente al quale un soggetto viene esposto.

D. Chi ritiene che, ad oggi, utilizzi i dati generati in silico per sviluppare le proprie valutazioni sulla sicurezza dei prodotti?
R. Le industrie cosmetiche di grandi dimensioni si stanno già muovendo nella direzione di impiegare questi dati e addirittura collaborare, attraverso progetti sperimentali di portata nazionale o internazionale (come Life Vermeer), per migliorare l’output delle predizioni utilizzando anche dati e database propri.
Stessa cosa anche da parte di alcuni Comitati Scientifici: ad esempio, il Comitato scientifico della sicurezza dei consumatori (CSSC) sta prendendo in considerazione l’uso di metodi alternativi in silico. Infatti, nell’ultima revisione delle proprie linee guida2 è indicato “For the safety evaluation of cosmetic ingredients, all available scientific data are considered, taking into account the testing and marketing bans in force under Regulation (EC) n.1223/2009. This includes the physical and chemical properties of the compounds under investigation, in silico data such as results obtained from (Q)SAR (…) modelling, chemical categories, grouping, read-across, Physiologically-Based PharmacoKinetics (PBPK)/ ToxicoKinetics (PBTK) modelling”. Inoltre, è ribadito che “Examples of the free-access in silico systems include (…) the VEGA QSAR platform that is based on (Q)SARs and other in silico tools”.
Il VEGA (www.vegahub.eu) è la medesima piattaforma gratuita utilizzata nel progetto Life Vermeer (www.life-vermeer.eu).

D. Restiamo su VEGA: possiamo fare un accenno all’affidabilità dei risultati?
R. Certo. Al fine di conoscere l’affidabilità della predizione, si sono volute fornire informazioni a supporto su sostanze simili in modo da “nutrire” la predizione ottenuta. È indispensabile disporre di risultati ottenuti da più modelli combinati. Un numero da solo non è sufficiente per prendere una decisione rispetto al fatto che una sostanza abbia o non abbia una data proprietà! Le informazioni accessorie alla valutazione devono però essere standardizzate ed effettivamente fruibili, presentate chiaramente senza fraintendimenti. Occorre (i) tenere conto della determinazione del grado di affidabilità che deve essere dichiarato dal modello per la sostanza in esame e (ii) valutare la rilevanza e la concordanza dei risultati, anche considerando come sono stati predetti gli stessi effetti per composti simili alla sostanza target (cioè oggetto della valutazione), effettuando una specie di read-across (cioè utilizzando informazioni ricavate da sostanze simili).

D. Come potrebbe essere incoraggiato l’utilizzo di questi dati?
R. Sarebbe necessario un lavoro di avvicinamento culturale tra i (potenziali) fruitori dei dati, i modelli e i dati generati in silico, ad opera dalle Autorità coinvolte.
Le valutazioni spesso risultano essere soggettive. C’è bisogno invece di oggettività nei criteri e nell’approccio per livelli successivi di approfondimento che devono essere esplicitati. Tutti coloro che si approcciano a una valutazione devono essere messi nella condizione di avere accesso a una base di dati comune e condivisa. I dati devono essere disponibili e trasparenti. Ritengo che sia necessario altresì uno sforzo di armonizzazione delle Autorità che richiedano l’applicazione di metodi di valutazione che debbano essere ben descritti (anche nella propria incertezza relativa) oppure come modalità ritenute equipollenti che però dovranno essere opportunamente documentate.

Per informazioni
Emilio Benfenati • emilio.benfenati@marionegri.it


1Titolo originale: Vermeer Project for Safety evaluation: focus on international cosmetic regulatory framework.
22018. The SCCS notes of guidance for the testing of cosmetic ingredients and their safety evaluation 10th revision. SCCS.

 

Cosmetici ed ingredienti naturali

di Marina Camporese e Anna Caldiroli

Cosmetic products and ingredients with a natural origin
Considerations on microbiological safety and formulation of cosmetics

Cosmetic products characterised as green or to be free of something or other are finding rising support among consumers. The concept of “natural” cosmetics is often linked to safer products than the ones formulated with synthetic ingredients. As is widely known, regardless of the type of cosmetic formulation, our legislation requires that only safe cosmetic products from a chemical, toxicological and microbiological point of view for the entire life span of the product, even after it has been opened, can be placed on the market. The manufacturing process of ingredients with a natural origin can affect the safety of the finished product, in particular, but not only, due to microbial contaminations. A very interesting point is the opportunity to study and test substances with a natural origin, such as preservatives, considered alternative ones to those traditionally used, favouring our desire for “natural” components but complying with innovation in terms of knowledge about these ingredients and their effects, their production and our analysis techniques. Furthermore, an interesting point is represented by the search for (new) ingredients of natural origin, to replace synthetic substances our legislation has imposed restrictions on.


I prodotti cosmetici connotati come green o noti per essere senza qualcosa, cioè caratterizzati dal non avere nella propria ricetta alcuni specifici ingredienti che non godono di ampia accettazione da parte dei consumatori, stanno trovando sempre più consensi. Al concetto di “naturale” è spesso associato quello di più sicuro rispetto a un prodotto cosmetico formulato con ingredienti di sintesi. In realtà, a prescindere dal tipo di formulazione cosmetica, la normativa impone che siano immessi sul mercato prodotti cosmetici sicuri, sia dal punto di vista chimico e tossicologico, che dal punto di vista microbiologico, per tutta la durata di vita del prodotto, anche una volta aperto. Il processo produttivo relativo agli ingredienti di origine naturale può incidere sulla sicurezza del prodotto finito, in particolare, ma non solo, dal punto di vista delle contaminazioni microbiche. Un punto di sicuro interesse è rappresentato dalla possibilità di studiare e testare nuove sostanze, ad esempio conservanti alternativi a quelli tradizionalmente impiegati, assecondando così il desiderio di “naturale”, ma affiancandolo alla volontà di innovazione, in termini di conoscenza degli ingredienti e dei loro effetti, delle tecniche di produzione e di analisi. Inoltre, un punto interessante è rappresentato dalla ricerca di nuovi ingredienti, magari proprio di origine naturale, per sostituire sostanze di sintesi per cui la normativa ha imposto delle restrizioni.

Introduzione

I cosmetici green con il passare del tempo stanno guadagnando quote di mercato sempre più ampie: da una parte, i consumatori sono sempre più orientati verso scelte sostenibili, attente all’ambiente (connotati ad esempio come ecofriendly, magari con l’utilizzo di materie prime a km zero) e preferendo le formulazioni free from (cioè senza qualcosa, ad esempio senza parabeni, senza conservanti, senza glutine,…), e dall’altra, per i formulatori sembrano essere mutate la consapevolezza e la responsabilità etica. Tuttavia, resta la necessità di valutare la fattibilità della produzione dal punto di vista tecnico, della sicurezza e dell’efficacia e del rispetto delle normative vigenti.

La rivisitazione di antiche conoscenze

In linee generali, la tendenza del mercato ad assecondare il desiderio di “naturale” è comunque accompagnata dalla volontà di innovazione a fronte di una miglior conoscenza di molti ingredienti e della loro attività (in particolare per i principi attivi), delle tecniche di estrazione sempre più raffinate e che richiedono un minor utilizzo di solventi, o più rapide in modo da ridurre le ossidazioni e le alterazioni degli estratti, del miglioramento delle tecniche analitiche e dei limiti di rilevazione, che consentono di evidenziare una eventuale presenza di impurezze che potrebbero avere un impatto sulla sicurezza del prodotto finale oppure sul rispetto di eventuali restrizioni imposte dalla norma. Alcuni ingredienti, sintetizzati in laboratorio ma simili ai prodotti di origine naturale identificabili come prodotti naturali identici possono risultare maggiormente sostenibili rispetto a quelli naturali.

Sicurezza a prescindere

Una delle mistificazioni più frequenti riscontrate, in particolare tra i consumatori, è il distinguo tra prodotto chimico e prodotto naturale; tuttavia, è necessario ricordare che tutte le sostanze sono sostanze chimiche, anche quelle naturali, l’unica differenza sostanziale è rappresentata dall’origine: naturale o di sintesi. Del resto, naturale non deve essere confuso con “sicuro per principio”, basti pensare ai metalli pesanti presenti nelle acque, ai veleni di alcune piante o dei funghi, alle tossine algali, ecc…
A prescindere dal tipo di formulazione cosmetica, sia essa basata su ingredienti principalmente o esclusivamente di origine naturale o di sintesi, in ogni caso va rispettata la normativa cogente, cioè il Regolamento (CE) n.1223/2009, che detta le regole affinché siano immessi sul mercato prodotti cosmetici sicuri, sia dal punto di vista chimico e tossicologico, che dal punto di vista microbiologico, per tutta la durata di vita del prodotto, anche una volta aperto (1).

Come il processo produttivo può incidere sulla sicurezza del prodotto finito

In generale, le materie prime devono in ogni caso rispettare i requisiti di purezza (ad esempio non contenere sottoprodotti che possono avere effetti sulla sicurezza), essere “stabili” dal punto di vista microbiologico, fabbricate secondo le Good Manifacturing Practice (GMP) e nel rispetto delle procedure igieniche, a prescindere dalla loro origine. Non sono rari gli episodi di contaminazione microbica del prodotto finito che derivano da una contaminazione delle materie prime di origine vegetale avvenute nella fase di raccolta “in campo” o nelle successive fasi della lavorazione. Infatti, alcuni principi attivi innovativi o introdotti di recente spesso derivano da piante tropicali: è quindi essenziale verificare come e dove avviene la lavorazione, non solo ai fini della valutazione della sicurezza, ma anche per accertare il rispetto di specifiche tecniche (concentrazioni dichiarate del principio attivo, assenza di contaminanti).
Alcune sostanze di origine naturale subiscono dei processi di estrazione di cui bisogna accertare la sicurezza del prodotto finale. Ad esempio, uno dei metodi più diffusi per l’estrazione di principi attivi è la distillazione in corrente di vapore; tuttavia, è importante che il processo sia standardizzato al fine di evitare un eccessivo riscaldamento che potrebbe causare la formazione di sottoprodotti, in particolare idrocarburi, dalle parti legnose. Altre tecniche prevedono l’estrazione con solvente (ad es. etere o etanolo) e in questo caso le sostanze ottenute potrebbero contenere dei residui di solvente che possono incidere sulla sicurezza del prodotto finito.
Molto interessanti invece sono le estrazioni con CO2 in stato supercritico, in quanto l’estrazione avviene a basse temperature e quindi si riduce il pericolo di formazione di sottoprodotti per decomposizione termica e migliorano sia la concentrazione che la purezza delle sostanze attive.

La formulazione di un cosmetico con ingredienti di origine naturale

I principi attivi di origine naturale possono essere di interesse per il cosmetologo, anche considerando i vantaggi percepiti facilmente dall’utilizzatore a partire dall’appeal che esercitano anche solo con la rappresentazione grafica sull’imballaggio e i claims.
È indubbio che il formulatore dovrà trovare un equilibrio fra l’utilizzo di sostanze attive vegetali e l’efficacia, la capacità di permeazione cutanea (non è così infrequente che alcune sostanze per caratteristiche chimico-fisiche proprie siano difficilmente in grado di permeare e vadano perciò incorporate in sistemi di skin delivery), le modalità di fabbricazione, senza dimenticare la stabilità, la sicurezza e la funzionalità cosmetica, in quanto il consumatore si attende un prodotto che sia efficace e gradevole.
Il prodotto di origine naturale deve essere paragonabile nella texture e nell’efficacia al prodotto convenzionale; non deve avere odori sgradevoli derivanti dalle materie prime. Inoltre, come per le formulazioni più tradizionali non deve contenere contaminanti in quantità tali da alterare il prodotto e renderlo non sicuro per coloro i quali lo dovranno utilizzare, deve essere miscibile nelle fasi cosmetiche previste dalla formulazione e consono alla destinazione d’uso prevista.

Sostituire i conservanti: è possibile?

Una sfida interessante è la sostituzione dei conservanti di sintesi con ingredienti di origine naturale ma con effetti batteriostatici simili.
Spesso i clienti chiedono specificatamente prodotti “senza conservanti” o “senza parabeni”, in molti casi non avendo una vera e propria consapevolezza della funzione di queste sostanze che, invece, è quella di preservare il prodotto dall’inquinamento microbico e quindi garantire la sicurezza microbiologica, durante la fabbricazione e il riempimento, il trasporto, ma soprattutto dopo l’apertura e l’utilizzo proprio da parte del consumatore. Una volta che il prodotto cosmetico viene aperto fino al momento in cui viene terminato o non più utilizzato da parte del consumatore, una continua e variabile (cioè non nota) contaminazione microbica viene introdotta nel prodotto ed è provocata dalla salubrità dell’ambiente in cui si trova il cosmetico e dal fatto che verrà più volte a contatto con la pelle del consumatore (2). La produzione in azienda cosmetica prevede varie fasi potenzialmente “critiche” dal punto di vista microbiologico: ad esempio le materie prime tra cui anche l’acqua impiegata, l’ambiente di lavorazione (inteso come l’aria, le superfici, le macchine) rappresentano potenziali fonti di contaminazione anche se, grazie all’applicazione delle GMP, possono essere ridotte al minimo.
È importante che ci sia la percezione che i conservanti sono utilizzati proprio a garanzia della sicurezza del prodotto cosmetico, per evitare infezioni cutanee anche gravi (per quanto riguarda eventuali patogeni, Escherichia coli, Pseudomonas aeruginosa, Staphylococcus aureus e Candida albicans sono considerati i principali potenziali patogeni per i cosmetici e devono risultare assenti dal prodotto cosmetico).
Sempre a proposito di qualità microbiologica del prodotto cosmetico finito, le linee guida redatte dell’CSSC (Comitato Scientifico per la Sicurezza dei Consumatori) nella loro 9a versione distinguono i prodotti cosmetici in prodotti di categoria 1 (prodotti specificatamente formulati per bambini di età inferiore ai tre anni, per essere usati nell’area perioculare e sulle membrane mucose) e prodotti di categoria 2 (tutti gli altri).
Usualmente, per i cosmetici di categoria 1, il totale della conta dei microrganismi mesofili aerobi si vuole che non ecceda le 102 cfu/g o 102 cfu/ml di prodotto cosmetico finito (cfu = unità formanti colonia); mentre per i prodotti di categoria 2 il totale della conta dei microrganismi mesofili aerobi si vuole che non ecceda le 103 cfu/g o 103 cfu/ml di prodotto cosmetico finito (2).
A titolo informativo, si ritiene rilevante sottolineare che la 9a revisione delle linee guida redatte dal CSSC non è la più recente poiché ne è già stata pubblicata e resa disponibile una versione successiva (SCCS. The SCCS Notes of Guidance for the Testing of Cosmetic Ingredients and Their Safety Evaluation 10th Revision (2018)); tuttavia, è l’ultima in ordine cronologico che tratta l’aspetto microbiologico nel percorso di valutazione della sicurezza del prodotto cosmetico e per tale ragione, rappresenta un punto di riferimento documentale importante.
Quantomeno da un punto di vista microbiologico, è piuttosto difficile pensare di formulare un cosmetico senza aggiungere alcuna sostanza con funzione conservante, se escludiamo qualche prodotto a basso rischio e confezionato in monodose. Intendendo con il termine prodotti a basso rischio quelli con un basso tenore di acqua libera (aw) come polveri, olii e prodotti alcoolici.
In ogni caso, il formulatore deve tenere in considerazione che talune sostanze potrebbero essere la causa dell’insorgenza di allergie (come gli olii essenziali e i metalli). Un obiettivo opportuno da porsi è di ridurre quando possibile le concentrazioni impiegate per evitare “effetti di sommatoria” dei conservanti impiegati, anche in ambiti diversi da quello cosmetico. Ad esempio, l’acido benzoico di per sé è un conservante di origine naturale (si trova nella frutta, in alcune spezie, nei funghi, ecc…) ed è utilizzato spesso in abbinamento con l’acido sorbico, sia in campo cosmetico che alimentare. Del resto, sono noti casi di allergia causati da acido benzoico, in quanto esiste un effetto sommatoria con quello utilizzato abbastanza frequentemente negli alimenti.
Pertanto, sarebbe ragionevole studiare e testare anche conservanti alternativi a quelli tradizionalmente impiegati. Come è noto, alcuni ingredienti di origine naturale possono avere anche proprietà antimicrobiche (ad esempio gli olii essenziali, alcoli, estratti vegetali); il meccanismo di azione è simile a quello dei conservanti convenzionali, vale a dire provocano la distruzione della parete cellulare (modifica della permeabilità di membrana o la sua distruzione, denaturazione delle proteine citoplasmatiche o di membrana, inattivazione dei sistemi enzimatici). Per contro, talune di queste sostanze potrebbero non figurare in Allegato V e quindi in tal senso, pur esercitando un’azione conservante, non sono soggette “a restrizioni” e cioè alle condizioni che stabiliscono:
1. il tipo di prodotto, le parti del corpo,
2. la concentrazione massima nei preparati pronti per l’uso,
3. eventuali altre indicazioni.
La valutazione della sicurezza deve tenere in debita considerazione anche queste sostanze, senza darla “per scontata”.
L’Allegato I stabilisce che per le sostanze contenute nei prodotti cosmetici debba essere noto il profilo tossicologico delle sostanze per tutti gli endpoint tossicologici pertinenti.
Naturalmente, il profilo tossicologico può riguardare una serie di endpoint diversi e in sede di valutazione finale, caso per caso, è possibile anche stabilire quali endpoint siano rilevanti, tenendo conto dei seguenti elementi: esposizione, uso del prodotto, caratteristiche fisico-chimiche delle sostanze, esperienza con le sostanze, ecc…. In particolare, l’Allegato I sottolinea che va dedicata particolare attenzione alla valutazione della tossicità locale (irritazione cutanea ed oculare) e alla sensibilizzazione cutanea. A tale scopo una valutazione dell’irritazione cutanea potrebbe essere condotta mediante l’esecuzione di patch test che potrebbe soddisfare un prerequisito importante per un’appropriata valutazione dei rischi e cioè la disponibilità di dati adeguati (3).
Da non sottovalutare il fatto che spesso sono soprattutto i comportamenti impropri dei consumatori che possono causare problemi di tipo microbiologico: contenitori lasciati aperti, aggiunta di acqua ai detergenti così durano di più, prendere il prodotto dal vasetto con le mani sporche, rimettere il prodotto nel contenitore perché se ne è preso troppo… Anche per questo motivo nella fase di progettazione di un cosmetico vengono eseguiti test allo scopo di verificare la stabilità del cosmetico quando sottoposto a vari stress, comprese le contaminazioni microbiologiche durante l’uso (ad esempio Challenge test, In use test, Curve di sopravvivenza, test di stabilità accelerata). Tra i più diffusi troviamo il Challenge Test e l’In use Test: il primo prevede una contaminazione artificiale del cosmetico con ceppi microbici a quantità nota e una valutazione della loro decrescita nel tempo; con l’In Use Test invece si simula l’utilizzo reale del prodotto da parte di un pool di utilizzatori per un certo periodo di tempo e si valuta la condizione microbiologica del prodotto al tempo zero e al termine della simulazione.

Altri ingredienti di origine naturale oggetto di interesse

Oltre ai conservanti, anche altri ingredienti non sono molto apprezzati dai consumatori più attenti all’ambiente a al concetto di green: un esempio su tutti è rappresentato dai siliconi.
Senza entrare nel dettaglio dei profili di pericolosità di queste sostanze e sulle diverse correnti di pensiero relative all’impiego nelle formulazioni cosmetiche, ci interessa descrivere la loro funzione e la possibile sostituzione con ingredienti alternativi.
I siliconi sono polimeri ottenuti mediante sintesi chimica, non sono derivati del petrolio ma sono composti da silicio, carbonio e ossigeno e sono generalmente definiti organopolisilossani; esistono diverse tipologie di derivati siliconici con diverse funzioni: siliconi leggeri e volatili, fluidi cere, elastomeri, gomme e resine, tutti caratterizzati da una notevole inerzia chimica (4).
Sono utilizzati in vari prodotti cosmetici grazie alla loro versatilità funzionale (skin-feel, effetto matt o gloss, idrorepellenza, emollienti e condizionanti) ma in particolare in prodotti per il make up, nello skin care e nei prodotti per i capelli, grazie alle proprietà filmogene; risultano essere coprenti pur non essendo untuosi o pesanti, impedendo la disidratazione di cute e capelli che è una delle caratteristiche per cui sono più apprezzati.
La ricerca si è orientata ad utilizzare sostanze con la stessa funzionalità ma di origine naturale, fra cui molto interessanti l’olio di Babassu, ma anche lo squalene, l’isoamil laurato, esteri dell’olio di oliva e tanti altri.
La ricerca di sostanze alternative all’impiego dei siliconi, se da una parte va nella direzione voluta dall’imposizione di restrizione che stabilisce che per 2 siliconi (Ottametilciclotetrasilossano (D4) e Decametilciclopentasilossano (D5)) non è ammessa l’immissione sul mercato di prodotti cosmetici da eliminare con acqua (noti come rinse-off) in concentrazione pari o superiore allo 0,1% in peso dell’una o dell’altra sostanza successivamente al 31 gennaio 2020 (5); dall’altra, asseconda la volontà di orientarsi alla scelta di ingredienti con un minore impatto ambientale che sarebbe opportuno accertare mediante la valutazione del profilo di pericolosità, in particolare per quanto riguarda i pericoli per l’ambiente, ai sensi del Regolamento CLP (6). Tuttavia, la valutazione della pericolosità per questi specifici aspetti per un prodotto cosmetico può rappresentare una priorità della società formulatrice o del responsabile dell’immissione sul mercato ma a tutti gli effetti, per i prodotti cosmetici allo stato finito e destinati all’utilizzatore finale il CLP non si applica. Inoltre, anche lo stesso Regolamento sui prodotti cosmetici si pone tra i propri obiettivi la sola tutela della salute umana, richiedendo nella relazione sulla sicurezza del prodotto cosmetico di specificare informazioni sull’esposizione umana e gli effetti tossicologici.

Conclusioni

I prodotti cosmetici caratterizzati dal fatto di essere formulati con ingredienti di origine naturale stanno guadagnando sempre più spazio sul mercato. Spesso al concetto di naturale viene affiancato quello di sicuro a prescindere oppure di più sicuro rispetto a un cosmetico tradizionale formulato impiegando ingredienti di sintesi. Tuttavia, il Regolamento sui prodotti cosmetici non fa sconti in tal senso e, indipendentemente dal tipo di ingredienti impiegati in una formulazione, impone che questa debba essere sicura dal punto di vista chimico, tossicologico e microbiologico, per tutta la durata di vita del prodotto, anche una volta aperto.
Nella scelta di ingredienti di origine naturale gioca un ruolo cruciale il processo di produzione (ad esempio, in fase estrattiva di prodotti di origine vegetale); in particolare le materie prime devono rispettare i requisiti di purezza, essere stabili dal punto di vista microbiologico, fabbricate secondo le Good Manifacturing Practice (GMP) e nel rispetto delle procedure igieniche. Non sono rari gli episodi di contaminazione microbica del prodotto finito che derivano da una contaminazione delle materie prime di origine vegetale avvenute nella fase di raccolta in campo o nelle successive fasi della lavorazione. L’uso di materie prime opportunamente certificate potrebbe essere di aiuto per avere a disposizione materie prime di elevato livello qualitativo.
Una sfida stimolante per la ricerca in ambito formulativo è indubbiamente volta alla sostituzione di alcuni ingredienti di origine sintetica con ingredienti di origine naturale: un esempio saliente è sicuramente rappresentato dai conservanti (di sintesi) rimpiazzati con ingredienti di origine naturale ma con effetti batteriostatici simili. Trovano infatti larga accettazione tra i prodotti free from quelli dichiarati “senza conservanti” anche se, in molti casi da parte di chi avanza questa richiesta non c’è una vera e propria consapevolezza della funzione di queste sostanze. Una volta che il prodotto cosmetico viene aperto fino al momento in cui sarà terminato o non più utilizzato, una continua e variabile contaminazione microbica viene introdotta nel prodotto. È fondamentale quindi che sia diffusa la percezione che i conservanti sono utilizzati a garanzia della sicurezza del prodotto cosmetico, per evitare infezioni cutanee anche gravi provocate dai principali potenziali patogeni per i prodotti cosmetici.
In ogni caso, è estremamente importante approfondire la conoscenza del profilo tossicologico degli ingredienti che si ritiene di voler impiegare, indipendentemente dall’origine di questi, anche mediante l’applicazione di test specifici e identificare quale è l’uso del prodotto cosmetico.
In generale, il grande goal per il formulatore è rappresentato dalla volontà e dalla necessità di coniugare la funzionalità del prodotto finito con la sostenibilità degli ingredienti (origine naturale, provenienti da fonti rinnovabili, se possibile biodegradabili o con impatto ambientale minimo, soprattutto per l’ambiente acquatico, anche nel mantenimento della biodiversità e della salvaguardia delle popolazioni), l’accettabilità da parte del mercato delle nuove formulazioni e l’imprescindibile sicurezza del prodotto cosmetico.

Bibliografia
1. Regolamento (CE) n. 1223/2009 del Parlamento Europeo e del Consiglio del 30 novembre 2009 sui prodotti cosmetici
2. SCCS (2016) Revision of the SCCS Notes of Guidance for the Testing of Cosmetic Ingredients and their Safety Evaluation, 9th revision
3. Decisione di Esecuzione della Commissione del 25 novembre 2013 relativa alle linee guida sull’allegato I del regolamento (CE) n.1223/2009 del Parlamento europeo e del Consiglio sui prodotti cosmetici
4. AA.VV. (2007) Manuale del cosmetologo. Tecniche Nuove, Milano.
5. Regolamento (CE) n.1907/2006 del Parlamento Europeo e del Consiglio del 18 dicembre 2006 concernente la registrazione, la valutazione, l’autorizzazione e la restrizione delle sostanze chimiche (REACH), che istituisce un’agenzia europea per le sostanze chimiche, che modifica la direttiva 1999/45/CE e che abroga il regolamento (CEE) n.793/93 del Consiglio e il regolamento (CE) n.1488/94 della Commissione, nonché la direttiva 76/769/CEE del Consiglio e le direttive della Commissione 91/155/CEE, 93/67/CEE, 93/105/CE e 2000/21/CE.
6. Regolamento (CE) n.1272/2008 del Parlamento Europeo e del Consiglio del 16 dicembre 2008 relativo alla classificazione, all’etichettatura e all’imballaggio delle sostanze e delle miscele che modifica e abroga le direttive 67/548/CEE e 1999/45/CE e che reca modifica al regolamento (CE) n.1907/2006