Herbartis

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Quello che è interessante in questo tipo di formazione è che tutte queste persone hanno già un proprio progetto sulle piante officinali, e sono qui per riuscire a realizzarlo” ci dice Eva Moré, coordinatrice di Herbartis per il Centre Tecnològic Forestal de Catalunya.

Il progetto internazionale si è concluso con l’ultimo seminario tenutosi a Barcellona lo scorso mese di giugno.
Ma i suoi frutti cominciano a maturare ora.
Il progetto nasce nell’ambito del programma europeo Erasmus+ che, oltre alle più note opportunità di scambi per gli studenti universitari, prevede anche il sostegno a interventi di formazione rivolti agli adulti, pensati per qualificare competenze e profili professionali di quanti sono già in attività e per sostenere l’inserimento lavorativo o la nascita di nuove attività imprenditoriali di chi è a un punto di svolta della propria vita.
Schermata 2017-12-05 alle 12.14.00Lo sviluppo del progetto Herbartis ha impegnato istituti di ricerca, centri di formazione, associazioni professionali e di sviluppo del territorio in Italia, Francia, Portogallo e Spagna.
L’attività si è articolata su tre anni, di cui l’ultimo ha visto la realizzazione di un corso pilota che univa attività di e-learning e formazione frontale con momenti di incontro, seminari, workshop e visite ad aziende, e ha coinvolto nei quattro paesi interessati quasi 100 partecipanti (ne abbiamo parlato diffusamente lo scorso anno, quando l’attività didattica vera e propria prendeva il via – vd. Erboristeria domani 397).
L’esperienza realizzata ha suscitato grande interesse, anzi l’entusiasmo dei partecipanti (non privi per altro di spirito critico, a giudicare dalle osservazioni formulate nelle continue fasi di verifica previste durante lo svolgimento delle lezioni).
Dal corso nasce una ampia raccolta di materiale informativo, documentazione e video, già disponibile gratuitamente e in forma plurilingue per tutti gli operatori interessati sulla pagina wordpress di Herbartis.
Ma questo anno di lavoro ha posto le basi perché l’esperienza prosegua, aprendo anche la discussione su quali potranno essere le opportunità per arrivare ad un riconoscimento ufficiale del profilo professionale che il corso potrebbe formare.
Intanto un risultato concreto è stato certamente raggiunto: il progetto ha portato alla luce una comunità di produttori di piante officinali che di fatto in Europa già esisteva ma che non veniva colta nella sua identità, e che era in cerca di punti di riferimento attraverso cui confrontarsi ed aggregarsi.
Il collegamento che ora unisce i partecipanti è una porta aperta per future collaborazioni sul campo.

Schermata 2017-12-05 alle 12.14.09Produrre officinali, ma come?
Con la crescita del favore del consumatore per i prodotti naturali, si osserva un generale aumento sul mercato della richiesta di piante officinali (MAPs, Medicinal and Aromatic Plants, se preferiamo la terminologia europea), sia come materia prima che come derivati.
L’industria, per le proprie necessità, si indirizza prevalentemente verso pratiche di coltivazione estensiva.
Ma la dinamica del mercato si riflette anche nella realtà agricola dell’area mediterranea e del sud Europa, dove per ragioni storiche e geografiche abbiamo una prevalenza di piccole imprese a carattere familiare.
Inoltre il comparto MAPs desta anche l’attenzione dei protagonisti del ritorno alle campagne a cui si è assistito negli ultimi anni: persone che hanno vissuto la crisi economica dell’ultimo decennio, e la perdita di posti di lavoro in età matura, o giovani che nell’agricoltura vedono un comparto in grado di accogliere nuovi slanci imprenditoriali e progetti lavorativi.
Chi vede nelle MAPs una alternativa deve affrontare da solo una serie di sfide e difficoltà che vanno dalle questioni tecnico-produttive all’inquadramento normativo dei prodotti raccolti, dal reperimento del materiale vegetale e di macchinari adatti alle modalità di accesso al mercato e ai canali di commercializzazione.
Per molti la risposta sta nella scelta di una dimensione di carattere artigianale del proprio lavoro e nella vendita diretta al pubblico del proprio prodotto.
Ma, se in Europa oggi il lavoro artigiano è considerato un asset da promuovere e valorizzare anche attraverso la certificazione delle abilità e delle competenze di chi lo pratica, nel caso della produzione erboristica artigianale non esiste un profilo professionale riconosciuto: un nodo da sciogliere, nell’interesse del consumatore prima di tutto (sia che si parli di alimenti, cosmetici o di rimedi tradizionali); ma anche per permettere a chi ci lavora di attestare la qualità del proprio operato, a fronte del prodotto industriale.
Ed è proprio da questa linea di pensiero che nasce Herbartis: “il principale obiettivo del progetto è conseguire la crescita professionale di una classe adulta fornendo strumenti e metodi adeguati, favorendo la nascita di opportunità formative elevate e certificando il livello di apprendimento ancora non formalmente riconosciuto e l’esperienza conseguita nella pratica del proprio lavoro” ci ricorda Eva Moré.

Quali le esigenze comuni?
La prima fase dello sviluppo del progetto è consistita in una accurata raccolta di dati che potesse mettere a confronto le realtà dei quattro paesi coinvolti: lo stato dell’arte tecnico e imprenditoriale della filiera e i rispettivi contesti normativi nei quattro paesi interessati.
È stato allestito un database distinguendo tra produttori, trasformatori artigianali, industrie, associazioni, cooperative, fornitori di attrezzature e di servizi” ci spiega Elena Cerutti, direttrice dell’Associazione Terre dei Savoia e responsabile di Herbartis per la controparte italiana.
Per individuare esigenze che fossero effettivamente comuni, si è scelto di approfondire l’analisi al livello dei territori in cui operano i partner del progetto, rispetto agli scenari complessivi delle rispettive nazioni, più eterogenei. Le filiere tracciate sono state quindi Piemonte e Liguria per l’Italia, la cosiddetta PACA (Provence – Alpes – Cote d’Azur) nella Francia del Sud, la regione interna dell’Alentejo in Portogallo, e la Catalogna.

Accrescere la propria consapevolezza sia della fase produttiva che della gestione commerciale dei propri prodotti: questa è stata la prima esigenza espressa dagli intervistati” prosegue Elena Cerutti; “di qui la necessità di disporre di una maggiore padronanza delle tecniche di coltivazione delle specie officinali selezionate e della conduzione della fase agricola”.

In seconda battuta – ricorda ancora Cerutti – l’interesse degli stakeholders era approfondire le proprie conoscenze rispetto all’uso dei principi attivi delle piante coltivate, nelle loro applicazioni terapeutiche, nutrizionali e cosmetiche: questo per aumentare il valore aggiunto del prodotto attraverso la trasformazione, e per proporlo in modo efficace al consumatore”.

Queste risposte hanno permesso di delineare una aspirazione formativa comune presente nell’intera area transnazionale coinvolta nel progetto.

Sono state così individuate 4 macro-aree tematiche su cui creare un curriculum formativo molto mirato, che affrontasse: le tecniche di coltivazione delle piante officinali, la trasformazione e il condizionamento della materia prima erboristica, la preparazione e l’elaborazione di prodotti alimentari a base di ingredienti erboristici, l’approccio al mercato e lo sviluppo commerciale.

Il progetto formativo
29, 42, 51 è il numero di corsi liberi sulla produzione di MAPs organizzati in Catalogna rispettivamente nel 2013, 2014 e 2015.
Una domanda crescente di occasioni di conoscenza.
In Portogallo e in Italia le proposte appaiono meno numerose. Forse più compatta l’offerta riscontrata nel Sud della Francia.
Dei corsi svolti in Catalogna nel 2015, 26 erano corsi professionali, ma solo 7 potevano essere considerati corsi formalmente riconosciuti, 5 promossi da Centri di Alta Formazione, 2 da Centri VET.
Ma tutti questi corsi differivano per impostazione e durata, apparendo come iniziative isolate, non coordinate tra loro.

Una nuova proposta formativa è tanto più utile quanto più in grado di venire a colmare lacune eventualmente esistenti” considera Barbara Ruffoni, direttrice del CREA di Sanremo, l’altro partner italiano del progetto.
I dati raccolti hanno evidenziato l’importanza di sviluppare un’ offerta di apprendimento coordinata e di qualità elevata, per fornire competenze avanzate rispetto a produzione, trasformazione, sicurezza, regolamentazione e commercializzazione del prodotto erboristico, limitatamente al comparto alimentare.
Su queste aree il progetto ha formulato un programma modulare, basato su unità didattiche proposte sia in e-learning che con corsi frontali, per un totale di oltre 100 ore di lezione.
Oltre all’approfondimento dei contenuti, la metodologia adottata si proponeva di dotare i partecipanti di skills multilinguistici, digitali e social che li mettessero in condizione di interagire con realtà produttive anche in altri paesi.

Il corso pilota: l’esperienza sul campo
Sulla base del progetto formativo complessivo, Herbartis ha dato il via all’attuazione di un corso pilota, predisposto in modo collaborativo tra i quattro paesi coinvolti.
Su una piattaforma e-learning sono state create 21 unità formative per ciascuno dei 4 moduli individuati nel progetto generale, composte da testi illustrativi e supportate da documentazione selezionata da risorse internet, immagini, video e grafici utili per la comprensione dei temi affrontati.

Il corso pilota si è dimostrato un’occasione per verificare la fattibilità della proposta educativa nel suo complesso, ma anche per verificare la metodologia e la dinamica della didattica del corso” considera Clara Laurenço di ADCMoura, Associaçao para o Desenvolvimento do Concelho de Moura, partner portoghese del progetto.
Un elemento cardine è stato infatti il coinvolgimento attivo dello studente, reso possibile dalla modalità di interattività previste.
Prima di tutte, la verifica alla fine di ogni unità che richiedeva allo studente di attivarsi nella soluzione di specifici compiti, utilizzando gli strumenti informativi acquisiti dalla lezione, e una certa dose di propria capacità problem-solving.
Qualche esempio di queste verifiche ce lo ricorda sempre Clara Laurenço: “Visitare un mercato locale e un mercato urbano e confrontare le caratteristiche dei prodotti a base di piante incontrati; oppure, calcolare il costo totale di una distillazione in corrente di vapore (costo della struttura + costo energetico) del raccolto di un ettaro di una specie aromatica, scegliendo la pianta, le dimensioni del distillatore e la tipologia di fonte energetica; o ancora, elaborare una lista dei fornitori disponibili di piccole macchine o dispositivi per la macinazione, la miscelazione e il confezionamento di prodotti artigianali di erbe aromatiche”.
Sulla piattaforma utilizzata è stato possibile anche aprire degli spazi forum per permettere ad ogni allievo di condividere dubbi, domande, approfondimenti con gli insegnanti e con gli altri studenti, ciascuno nella propria lingua.
Inoltre è stato possibile creare anche un ulteriore spazio di collaborazione virtuale, che vedeva l’apporto, oltre che degli studenti e degli insegnanti, anche di esperti e operatori esterni, invitati a contribuire alla soluzione di problemi posti.
L’apporto degli esperti esterni è stato molto importante ed è proseguito nei workshop.
Queste attività si sono svolte in parallelo, nell’ambito di ciascuna realtà nazionale.
Ma il passo decisivo per un proficuo scambio di esperienze è stato quello offerto dalle attività transazionali: quattro viaggi di studio, uno per nazione, articolati su tre giornate, prevedendo incontri diretti, seminari tecnici e visite in azienda.

Schermata 2017-12-05 alle 12.14.35Una prospettiva per il futuro
Indipendentemente dalle informazioni fornite e dalle conoscenze acquisite, gli sforzi per seguire un corso completo come questo devono essere capitalizzati con un riconoscimento formale come un diploma o un certificato” afferma ancora Eva Moré.
Le qualifiche servono a svariati scopi: risultati dell’apprendimento per i datori di lavoro, prerequisiti per accedere a determinate professioni regolamentate, determinazione del livello e del contenuto dell’apprendimento acquisito da un istituto di istruzione e formazione. Sono anche importanti singolarmente come conferma di un successo personale” ricorda Christelle Aunac responsabile per UESS, l’Universitè Européenne des Senteurs et des Saveurs, il partner francese.
La possibilità di conferire un riconoscimento che abbia un effettivo valore formale e legale è stato uno degli obiettivi iniziali del progetto Herbartis.
Per raggiungerlo sono da considerare i diversi inquadramenti normativi delle qualifiche professionali, sia dei singoli paesi coinvolti nel progetto che a livello comunitario.
Il documento finale del progetto analizza i possibili iter distinti paese per paese e a livello comunitario, e pone le basi per un’azione volta a un ulteriore avanzamento, formulando anche alcune dettagliate ipotesi di come il corso potrebbe essere proposto nei prossimi anni, nei singoli paesi o in modalità internazionale.
L’eventualità di perseguire questo obiettivo parallelamente nei quattro paesi, con un curriculum comune e analoghi criteri di certificazione conferirebbe a questo attestato un valore e una riconoscibilità indubbiamente maggiore e certamente spendibile sul mercato, verso il consumatore e verso altri soggetti della filiera.
La volontà di tutti i partner è quella di riproporre una nuova edizione del corso, eventualmente con un altro formato, e certamente lavoreremo in questa direzione: ma molto dipenderà dalle opportunità di finanziamento che potranno aprirsi grazie alle prossime chiamate di progetti europei, che non sempre si adattano perfettamente alle nostre idee strategiche” conclude Eva Moré.

La parola ai partecipanti
Raccomandereste il corso al vostro migliore amico?
Certo, assolutamente, lo farò! É stata una attività estremamente piacevole, e ho imparato moltissimo per la mia crescita professionale nel campo delle MAPs….”.

Riportiamo alcuni commenti dei partecipanti al corso pilota.
In fase di lancio, al corso sono pervenute centoventi domande di ammissione, per circa 20 posti disponibili per ogni paese.
L’età prevalente era compresa tra i 30 e i 50 anni, netta la prevalenza femminile.
In questa fase è stata riservata una precedenza ai produttori di MAPs già in attività (alcune decine alla fine quelli presenti tra gli iscritti).
Cosa ne avete ottenuto sul piano personale, oltre ai contenuti tecnici di cui siete venuti a conoscenza? “Moltissimo: capacità linguistiche, tecnologiche: e poi contatti validi, ho conosciuto persone gradevoli e intraprendenti, ho visitato realtà di altri paesi…”.
Interessante notare che nei rapporti finali che riportano anche le osservazioni dei partecipanti, le principali criticità evidenziate riguardano i due fattori che caratterizzano il corso in maniera più significativa: qualche momento difficile si è incontrato infatti o per l’utilizzo della piattaforma (difficoltà di connessione, poca versatilità di alcune applicazioni), oppure a causa delle barriere linguistiche, sia verso i docenti che verso gli altri allievi. Al tempo stesso, il networking e la conoscenza delle realtà all’estero sono stati, per chi c’era, i tratti più qualificanti e motivanti della loro esperienza (evidentemente, le difficoltà sono state percepite di più proprio per l’importanza di queste due punti).

E in futuro, partecipereste ancora?
Spero davvero che il corso venga ripetuto, e che sia data anche ad altre persone la possibilità di vivere questa esperienza. In questo caso vorrei poter partecipare ancora ai workshop e alle attività di networking, e restare così in contatto con chi come me sta realizzando questi progetti nei nostri paesi”.

Tutti i partecipanti dimostrano di avere sinceramente molto apprezzato il coinvolgimento e la costanza di chi ha sviluppato e condotto il progetto: come accade spesso, il successo di una iniziativa, anche istituzionale e pubblica, dipende proprio dall’impegno personale di chi ci lavora.

Tra i tanti ringraziamenti rivolti a tutta l’équipe di Herbartis, ne vogliamo segnalare uno speciale: “grazie per aver dato visibilità ad un settore nel quale crediamo!”.

Per maggiori informazioni: herbartis.wordpress.com

Tepezcohuite, l’albero della pelle

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Schermata 2017-11-09 alle 14.35.12Il genere Mimosa appartiene alla grande famiglia delle Leguminosae e include quasi 500 specie, di cui la maggior parte d’origine americana. Le mimose possono essere molto variabili nell’aspetto, da piccole piante striscianti quali la graziosa M. pudica, nota per le foglie che si chiudono velocemente quando toccate, sino ad alberi di notevoli dimensioni. Una specie apparentemente insignificante – un alberello o arbusto spinoso alto 2-5 m – da tre secoli è diventata protagonista di un’avvincente storia sociale-religiosa in Brasile, e negli ultimi 40 anni ha visto acquisire importanza fitoterapica in Messico, sino a raggiungere la ribalta medica internazionale. Si tratta di Mimosa tenuiflora (Will.) Poiret. Nota con il nome popolare di tepezcouhite in Messico e di jurema in Brasile; sino a non molto tempo fa botanicamente era conosciuta come M. hostilis (C. Marth.) Benth., considerato ora un suo sinonimo.

Un fatto curioso, e anche un poco enigmatico, riguarda la considerazione che il tepezcohuite non sembra essere stato noto fra gli Aztechi, i Maya e le altre popolazioni preispaniche, e non è riconosciuto nemmeno un suo impiego medicinale fra le etnie che vivono nell’area messicana di crescita dell’albero o nelle sue vicinanze, quali Zoque, Mixe, Popoloca, Huave e Zapotechi. Il suo utilizzo terapeutico sembra essere stato promosso in tempi recenti da parte di gruppi mestizo, e la fama delle sue “miracolose” proprietà nelle lesioni dermiche ha raggiunto oggigiorno l’intera popolazione messicana e mondiale (1). A tutt’oggi restano dunque enigmatiche le origini della scoperta delle sue proprietà medicinali; origini che sembrano comunque piuttosto recenti, e che testimoniano la continuità di un vivace potenziale di ricerca e osservazione popolare della natura.

Le proprietà curative del tepezcohuite nelle ustioni acquisirono notorietà internazionale in seguito a una serie di eventi catastrofici verificatisi in Messico negli anni ‘80, fra cui l’eruzione del vulcano Chichonal nel 1982, l’incidente industriale di San Juan Ixhuatepec nel 1984, un terremoto del 1985, e un grave incidente aereo nel 1986. Questi incidenti generarono un grande numero di ustionati, che furono trattati positivamente con applicazioni topiche della corteccia di tepezcouhite. Il disastro di San Juan Ixhuatepec, un paesino vicino a Città del Messico, rappresentò una delle più gravi catastrofi industriali del pianeta, quando 54 giganteschi contenitori di gas naturale liquido scoppiarono uno a uno nel corso di una notte, incenerendo letteralmente il vicino paesino e diverse centinaia di persone, e lasciando sul campo oltre 5000 feriti che riportarono gravi ustioni su tutto il corpo.

Schermata 2017-11-09 alle 14.35.34M. tenuiflora è specie prettamente tropicale, diffusa in diverse aree dell’America Latina: cresce in Messico (stati di Oaxaca e Chiapas), nell’America Centrale (El Salvador, Honduras, Nicaragua, Panama), e nell’America Meridionale (Colombia, Venezuela, Brasile) (2).

L’etimologia del termine messicano tepezcohuite – altrimenti noto come tepescahuite, tepescohuite e tepesquehuite – è incerta. È sicuramente di derivazione nahuatl, la lingua uto-azteca più diffusa nel Messico centrale, e la seconda parte della parola significa “albero” (cuahuitl). L’incertezza risiede nella traduzione della prima parte, variamente interpretata dagli studiosi come “monte” (tepetl), “pelle” (tepex) o ferro (da tepustli), offrendo quindi la rosa interpretativa di “albero del monte”, “albero della pelle” o “albero di ferro”, dove quest’ultima traduzione alluderebbe alla durezza del suo legno (3). Tuttavia, dato che l’albero del tepezcohuite non è prettamente montano, potendo crescere dal livello del mare sino ai 760 m di altitudine, verrebbe da escludere la prima interpretazione come “albero del monte”, e per via delle sue proprietà rigenerative della pelle, la traduzione più plausibile parrebbe essere quella di “albero della pelle”. Nelle altre regioni americane della sua presenza, questa mimosa è chiamata carbón, carbonal, cabrera, cabrero, carbón negro, mentre in Brasile è nota come calumbi, jurema preta o semplicemente jurema. Come vedremo, il principale impiego brasiliano di questa pianta è di tutt’altra natura, e si basa su una proprietà particolare della sua corteccia, quella di indurre stati psichici visionari.

Usi tradizionali e commerciali

Come detto, l’impiego del tepezcohuite nelle ustioni e altre patologie cutanee è originario di una ristretta area del Messico. Fra le popolazioni tradizionali sudamericane si stanno attualmente registrando impieghi simili, ma non è chiaro se ciò sia frutto di contaminazioni culturali recenti, dovute alla diffusione della notorietà di questo albero proveniente dal Messico o, più probabilmente, di rimbalzo dalla globalizzata cultura occidentale. Le popolazioni della caatinga (un particolare ambiente ecologico semi-arido del Brasile nord-orientale, dove crescono gli alberi della jurema) impiegano da tempi “pre-messicani” la loro jurema per scopi medicinali, ed è pressoché sempre la corteccia la parte ricercata. Nella regione di Pernambuco la polvere di corteccia di M. tenuiflora viene disciolta in acqua fredda, oppure ne viene fatto un infuso caldo, e assunta in tal modo per os nel trattamento delle disfunzioni epatiche, dell’anemia e delle appendiciti (4). Nello stato brasiliano di Ceará (Milagres) la corteccia è impiegata in infusione per il dolore ai denti, e come bagno nelle ferite esterne (5). Nello stato di Bahia (Palmeiras) la corteccia è impiegata nel trattamento dei raffreddori e delle ferite (6). Pure nei culti afro-brasiliani la jurema è impiegata come medicinale, per curare le infezioni e le infiammazioni, e nella caatinga è usata per alleviare la fatica e rinforzare l’utero (7). Oltre che per le proprietà medicinali e per quelle visionarie, M. tenuiflora trova impieghi utilitaristici e manifatturieri. Il legno del tronco è usato come legna o come carbone da ardere sia in Messico che in Brasile, mentre la corteccia, ricca in tannini, è usata come colorante per i tessuti (8) e per produrre un adesivo (9). In Messico, nell’impiego popolare viene preparato principalmente un decotto di tepezcohuite, mescolando la corteccia polverizzata con acqua e bollendo sino a ottenere un’elevata concentrazione. Con il prodotto così ottenuto si bagnano delle bende da apporre sulle aree della pelle ferite. Il medesimo decotto viene impiegato come gargarismo nei casi di escoriazioni interne di bocca, palato, gengive, ed è assunto oralmente contro i parassiti o altri problemi gastrointestinali (10). Nel corso di un nostro recente viaggio nello Yucatan, in Messico, e a seguito di colloqui intrattenuti con alcuni venditori di prodotti a base di tepezcohuite, abbiamo ricevuto la conferma che nell’impiego popolare la polvere della corteccia è impiegata anche nella sua forma naturale, sia applicata topicamente che ingerita, senza passare dal decotto. Per quanto riguarda i moderni usi commerciali, la corteccia di tepezcohuite viene impiegata in un’estesa varietà di formulazioni, e nei prodotti commerciali sono fornite le seguenti indicazioni:

• polvere della corteccia, indicata nelle bruciature di secondo e terzo grado, parrebbe favorire la cicatrizzazione e alleviare il dolore (tuttavia, è stato osservato che nelle ustioni severe, di terzo grado, il contatto della polvere con i tessuti danneggiati forma una crosta impermeabile dovuta alla presenza nella corteccia di gomme, cristalli e tannini, che impedisce l’ossigenazione tessutale necessaria per la cicatrizzazione).
sapone, in tutti i tipi di dermatosi, acne, macchie, rughe, smagliature da gravidanza.
pomata, in varie lesioni cutanee: ustioni lievi, affezioni varie della pelle, macchie, funghi e negli herpes simplex e zoster.
estratto, in allergie, eczemi, cicatrici e come vasotonico.
capsule (per os), in iperacidità, gastriti, ulcera peptica e duodenale, coliti, emorroidi e (perfino) emicranie.
talco, sulle ferite, in reazioni allergiche, eruzioni e atrofie cutanee.
shampoo, fortifica il cuoio capelluto, riduce la forfora e la caduta del capello.
gomme da masticare, contro acidità gastrica, emicrania, mal di denti e infezioni alla bocca.
crema umettante, rigenera la pelle e attenua le linee d’espressione.
crema con collagene, rigenera la pelle, riduce le macchie e rallenta la formazione delle rughe (11).

Nello Yucatan abbiamo trovato in commercio anche saponi a base di foglie e non di corteccia di tepezcohuite, oltre a preparati in collirio:

collirio, in secchezza, arrossamenti, bruciori, congiuntiviti, “nubi”, cataratta, miopia.

L’area di raccolta su larga scala del tepezcohuite è incentrata nello stato messicano del Chiapas; una raccolta intensiva che sta rischiando di impoverire se non addirittura estinguere le stazioni di crescita.

L’elevata richiesta da tutto il mondo sta ponendo anche un problema di qualità del prodotto, presentandosi casi di contraffazioni mediante adulteranti, fra cui sono state individuate cortecce di altre Leguminose (Mimosa arenosa, Acacia pennatula), di Byrsonima crassifolia (Malpighiaceae), Luehea candida (Tiliaceae) e Guazuma ulmifolia (Sterculiaceae) (12).

Il tepezcouhite è presente nel commercio erboristico italiano, sebbene non sembra sia ancora molto diffuso.

Molti erboristi lo conoscono, ma solo alcuni lo rendono disponibile nei negozi, con prodotti di case erboristiche principalmente italiane, sia in forma di pomate che di polvere fina della corteccia, entrambe in applicazione rigorosamente topica; alcune ditte preparano anche estratti acquosi e alcolici, sempre per applicazioni topiche.

Le pomate vengono consigliate per problemi dermatologici quali escoriazioni, arrossamenti, foruncoli, mentre la polvere è suggerita nel caso di bruciature, tagli, arrossamento da pannolino e v’è chi suggerisce la psoriasi (in quest’ultimo caso con un trattamento di lunga durata).

Schermata 2017-11-09 alle 14.35.55Aspetti biochimici

La corteccia di M. tenuiflora produce un cospicuo insieme di principi attivi, e ciascuna tipologia ha evidenziato specifiche proprietà farmacologiche e terapeutiche.

Dalla corteccia di campioni messicani sono state isolate tre saponine triterpenoidi, nominate mimonosidi A-C (13), tre saponine steroidi, alcuni steroli, fra cui lupeolo, campesterolo e stigmasterolo (14), oltre a elevate concentrazioni di tannini, che possono superare la concentrazione del 16% (15).

In cortecce di campioni messicani sono stati isolati dei polisaccaridi denominati arabinogalattani (16), mentre nelle foglie e nella corteccia di campioni brasiliani sono stati individuati dei flavoni, fra cui la sakuranetina (17). Ancora, dai rami piccoli di piante  del Chiapas sono stati identificati due calconi, nominati kukulkanine A e B (18).

Per quanto riguarda gli alcaloidi, M. tenuiflora e alcune altre congeneri producono dei derivati triptaminici dotati di potenti proprietà allucinogene, e di cui il principale è il DMT (dimetiltriptamina). La corteccia dei campioni brasiliani può raggiungere e superare concentrazioni dell’1% del peso secco; considerando che un dosaggio medio di DMT per l’uomo adulto è fra i 30 e i 50 mg, si tratta di concentrazioni elevate (19).

I campioni messicani sembrerebbero produrre concentrazioni inferiori di alcaloidi, non essendo state per ora registrate concentrazioni superiori allo 0,35% del peso secco, con la massima concentrazione nel periodo estivo (gennaio) e la minima in quello invernale (giugno). Con lo scopo di evitare il più possibile il rischio di assorbimento dermico del DMT nel contesto del trattamento delle affezioni dermiche, per scopi commerciali viene quindi preferita la raccolta della corteccia durante il periodo invernale (20).

La maggiore concentrazione di DMT è stata per ora ritrovata nella corteccia di M. ophthalmocentra, raggiungendo l’1,6% del peso secco, una quantità davvero eccezionale, e che fa di questa pianta l’essere vivente che ne produce di più in assoluto. Anche questa specie è impiegata nei riti brasiliani della jurema sotto il nome di jurema vermhela (21).

Schermata 2017-11-09 alle 14.36.18Proprietà farmacologiche

Come si è visto, le principali indicazioni mediche dei preparati derivati dalla corteccia di tepezcohuite comprendono il trattamento di ferite cutanee, ulcerazioni, e ustioni.  Dati clinici provenienti da studi messicani e internazionali, tra cui uno italiano, hanno confermato l’efficacia di questa terapia.

I tannini della corteccia di tepezcohuite sembrano ricoprire un ruolo importante nel meccanismo di guarigione, dato che possiedono proprietà antimicrobiche, evidenziate in studi in vitro, contro un ampio gruppo di microorganismi Gram-positivi e negativi, lieviti e dermatofiti. Lo spettro antimicrobico si estende dall’inibizione della crescita di Gram positivi (Staphylococcus aureus), a Gram negativi (Escherichia coli e Pseudomonas aeruginosa) e funghi (Candida albicans). La maggiore attività riscontrata nei confronti dei Gram+ rispetto ai Gram–  è dovuta probabilmente ai gruppi fenolici presenti nella corteccia, che riescono a penetrare con difficoltà la barriera dei Gram– costituita dal lipopolisaccaride batterico (22). Estratti etanolici di corteccia di M. tenuiflora hanno evidenziato una significativa attività contro ceppi farmaco-resistenti di S. aureus isolati in un ospedale brasiliano, e con tempi di reazione molto brevi, con una riduzione del 99,9% delle cellule microbiche dopo solo 30 minuti dall’applicazione (23). Gli estratti di corteccia di tepezcohuite sono positivamente impiegati nel trattamento delle ulcerazioni venose degli arti inferiori (VLU). Queste ulcere colpiscono circa l’1% degli adulti durante il corso della vita, e sono dovute a un’insufficienza vascolare la cui cronicizzazione comporta un aumento della pressione nelle vene delle gambe e l’induzione di una cascata deleteria di determinati eventi metabolici. I trattamenti moderni prevedono lavaggi e sbrigliamenti quotidiani della ferita congiuntamente all’impiego di antibiotici topici e di bendaggi compressivi; tuttavia, in numerosi casi questi trattamenti sono inefficaci, e le ulcerazioni persistono per mesi o anni, causando dolore cronico e disabilità.

L’efficacia del tepezcohuite nel trattamento delle ulcerazioni venose agli arti inferiori è stata esaminata da gruppi di ricerca messicani: in un primo studio è stata valutata la risposta di pazienti affetti da diversi anni (8-9 in media) da questa patologia, non responsivi ad altri rimedi e procedure. Il trattamento consisteva nell’applicazione di un idrogel a base di un estratto di corteccia di tepezcohuite. La risposta è stata poi confrontata con quella del  gruppo di controllo, trattato con lo stesso idrogel, ma privo degli estratti (placebo). Nel follow-up a tredici settimane si è riscontrata risposta positiva nel 92% dei pazienti del gruppo, rispetto ad un solo paziente del gruppo di controllo.

Gli effetti cicatrizzanti sono stati osservati sin dalle prime settimane di trattamento, e la completa cicatrizzazione ha richiesto tempi differenti a seconda della grandezza dell’area dell’ulcera. Nessun paziente ha riscontrato effetti collaterali (24).

Una risposta critica a questo studio è stata successivamente prodotta dal gruppo di Lammoglia-Ordiales, in cui vengono analizzati nuovamente gli effetti degli estratti di mimosa sul trattamento delle VLU, utilizzando criteri di valutazione più selettivi. Secondo gli autori, non ci sarebbero differenze statisticamente significative nei risultati ottenuti con i due tipi di trattamento – idrogel con estratti di mimosa rispetto al solo idrogel – nell’evoluzione clinica della ferita, sebbene l’istologia mostri una riduzione dell’infiltrato di neutrofili nella ferita, caratteristica che depone per gli effetti anti-infiammatori degli estratti. Questo quadro istopatologico non ha trovato riscontri clinici sull’evoluzione della ferita (25). Resta quindi da confermare, su campioni di pazienti più ampi, l’efficacia del tepezcohuite nel trattamento delle ulcere venose agli arti inferiori.

Schermata 2017-11-09 alle 14.36.36Anche in Italia è stato sviluppato uno studio clinico con il tepezcohuite, con risultati molto promettenti. L’indagine è stata condotta presso la Clinica Ostetrica e Ginecologica di Ortona su un campione di 65 donne in allattamento affette da ragadi del capezzolo. Sulle aree coinvolte dalle ragadi è stata applicata una pomata a base di M. tenuiflora e Calendula officinalis, integrate con vitamine A ed E. La calendula esplica un’azione sinergica con quella del tepezcohuite, per via del suo contenuto di esteri triterpendiolici, che hanno riconosciute proprietà anti-infiammatorie e di riduzione degli edemi, favoriscono la rigenerazione epiteliale, oltre ad avere proprietà antibatteriche e antiossidanti. La vitamina A è un regolatore epiteliare che stimola le cellule basali nella produzione di muco, mentre la vitamina E ha significative proprietà antiossidanti, ed entrambe le vitamine contrastano il danno indotto dai radicali liberi e aiutano a mantenere il trofismo fisiologico della cute. In seguito a 6-7 applicazioni giornaliere della crema (dopo ogni poppata), è stata osservata una risoluzione delle ragadi sanguinanti nel 95,6% dei casi entro le 48-72 ore, una riduzione di fissurazioni ed eritemi fino a scomparsa totale nell’89-93% dei casi, e un miglioramento dell’elasticità del capezzolo nell’81,5% dei casi. La scarsità di benefici è stata riscontrata in sole 2 donne su 65. Con questi risultati non è stato necessario interrompere l’allattamento, evento che si verifica di frequente in seguito alla comparsa delle ragadi mammarie (26).

Un’altra indagine clinica è stata condotta più recentemente in Francia su 56 pazienti affetti da ulcere diabetiche, da insufficienza venosa e da decubito, ai quali è stato applicato topicamente l’estratto tanninico della corteccia di tepezcohuite da solo o in combinazione con l’estratto tanninico delle parti aeree di Alchemilla vulgaris, quest’ultima dotata di proprietà cicatrizzanti e impiegata tradizionalmente nel trattamento delle vene varicose. Dopo sei settimane di trattamento è stata evidenziata una riduzione del 98% della superficie ulcerosa rispetto al 33% del gruppo di controllo, e una riduzione del volume della ferita del 94% rispetto al 30% del gruppo di controllo. I risultati più positivi sono stati ottenuti con la combinazione, evidentemente sinergica, degli estratti delle due piante. Sono state osservate anche riduzioni dell’essudato della ferita e del dolore. Le proprietà terapeutiche sulle ulcere sarebbero dovute ai tannini presenti in entrambe le piante, in particolare alle procianidine, che neutralizzerebbero l’attività di certi enzimi coinvolti nella degradazione della matrice extracellulare, favorendo quindi la crescita dei fibroblasti (27).

In questi ultimi anni è stato elaborato in laboratorio un composto a base di chitosano e tepezcohuite per applicazioni di ingegneria tessutale (28). Il chitosano è un polimero biodegradabile, derivato dalla chitina, che possiede proprietà cicatrizzanti, emostatiche e batteriostatiche. Le proprietà antimicrobiche sono dovute alla sua natura cationica e, grazie alle caratteristiche di biocompatibilità, biodegradabilità e permeabilità, è utilizzato come sistema di rilascio di farmaci all’interno di tessuti biologici. È stato osservato come la presenza di M. tenuiflora modifichi la superficie dei biofilm di chitosano, migliorandone la stabilità termica, la permeabilità, e l’attività antibatterica, senza evidenziare citotossicità. La maggiore idrofilia comporta un’aumentata capacità del biofilm di assorbire l’eccesso di essudato dalla ferita, previene la disidratazione, promuove gli scambi gassosi tessutali, favorisce la rigenerazione delle cellule morte, protegge la ferita dalle infezioni batteriche. La citotossicità del biofilm combinato (chitosano/mimosa) è risultata significativamente ridotta rispetto a quella dei biofilm presi singolarmente (29).

La medesima combinazione di chitosano e tepezcohuite, nel rapporto ottimale di 80:20, ha evidenziato promettenti proprietà osteogeniche applicabili alla bioingegneria tissutale ossea, essendo dotato di una buona osteoconduttività e promuovendo la proliferazione e differenziazione degli osteoblasti (30).

Parrebbe contribuire all’effetto curativo degli estratti acquosi del tepezcohuite anche una componente polisaccaridica, identificata a elevate concentrazioni nella corteccia e dotata di spiccati effetti stimolanti la crescita cellulare e la proliferazione di fibroblasti cutanei e dei cheratinociti, indice di un impatto positivo di certi carboidrati sulla rigenerazione in seguito a lesioni cellulari. La stimolazione in vitro dei fibroblasti dermici da parte di questi polisaccaridi – arabinogalattani – è stata evidenziata mediante la quantificazione dell’attività mitocondriale, l’indice di proliferazione cellulare e l’espressione genica (31). I medesimi estratti polisaccaridici hanno evidenziato in laboratorio un’attività stimolante la risposta infiammatoria di tipo acuto, attraverso il coinvolgimento dell’ossido nitrico, richiamando l’attenzione sul un loro eventuale effetto immunomodulante (32). Ancora, l’estratto etanolico e i flavoni della corteccia, di cui il principale è la sakuranetina, hanno evidenziato elevate attività antinocicettive periferiche e anti-infiammatorie (33), e studi in vitro hanno mostrato come le saponine triterpenoidi (mimonosidi A-C) inducano la proliferazione cellulare e possiedano capacità immuno-modulanti (34). Una proprietà che resta ancora a un livello aneddotico, pur solido, riguarda un’attività analgesica della durata di 2-3 ore riscontrata sulle bruciature con l’applicazione topica di tepezcohuite (35).

Recenti studi di laboratorio hanno evidenziato un’altra interessante proprietà degli estratti acquosi di M. tenuiflora, utili nel trattamento dell’avvelenamento da puntura di scorpione, sebbene non sia nota questa applicazione nel contesto tradizionale, né messicano né brasiliano. Come reazione patologica che fa seguito a questo tipo di avvelenamento, il corpo produce diverse citochine pro- e anti-infiammatorie, fra cui interleuchine che, pur essendo essenziali per la riparazione della struttura e della funzione del tessuto cellulare, possono contribuire all’aggravamento del danno tissutale; un’ulteriore conseguenza indotta dal veleno risiede nello sviluppo di una peritonite indotta dalla migrazione di cellule verso la cavità peritoneale. Il meccanismo d’azione di M. tenuiflora si baserebbe su una significativa inibizione di tale migrazione cellulare nella cavità peritoneale, e su una contemporanea riduzione delle concentrazioni delle interleuchine (36).

Un dato curioso: in esperimenti di laboratorio, colture cellulari di tepezcohuite sono state trapiantate in tessuto animale, sopravvivendovi oltre 120 giorni; primo caso di trapianto “inter-regni” (37).

La Jurema del Brasile

M. tenuiflora, insieme ad alcune altre congeneri, è impiegata come fonte visionaria in un insieme di riti riuniti sotto il termine di “culto della Jurema”, e anche in questo caso la parte impiegata è la corteccia dell’albero. Questo culto è originato nell’area nord-est del Brasile, presso un gruppo di etnie distribuite principalmente negli stati di Pernambuco, Alagoas, Bahia, fra cui si annoveravano i Pancararú, Tusha, Guegue e Pimenteira. Non disponiamo di dati che possano indicare quanto antico sia questo culto, e le prime documentazioni della sua esistenza sono presenti nei documenti inquisitoriali del XVIII secolo (38).

Nel XX secolo è stato erroneamente riferito da diversi studiosi che il culto della Jurema si estinse presumibilmente durante il XIX secolo. La pressione inquisitoriale di stampo portoghese non riuscì a estinguerlo del tutto, e fu tramandato segretamente da parte di limitati gruppi nativi. In un periodo che va dalla fine del XVII secolo agli inizi del XIX secolo, la conoscenza della bevanda della jurema fu trasmessa dalle popolazioni native a gruppi di schiavi neri che fuggivano in direzione dei quilombo, le comunità rurali in cui trovavano rifugio e protezione. Questi neri di discendenza africana introdussero l’uso della bevanda della jurema nei culti di possessione afro-brasiliani, in particolare nel Candomblé e, più tardi, nell’Umbanda. Questi medesimi culti influenzarono a loro volta i culti nativi della Jurema, i quali acquisirono e integrarono le teologie e le modalità rituali specifiche dei culti di possessione.

Da oltre due secoli il Brasile è sede di un fenomenale crogiolo sperimentale di culti e di pratiche religiose che continuamente si ramificano, si frammentano, si accorpano, si “intersecano”, al punto che in diversi casi risulta difficile determinare i contesti d’origine degli elementi cultuali, rituali e teologici che li compongono; e in una siffatta “matassa cultuale” rientra in pieno la Jurema.

Una caratteristica peculiare del culto della Jurema, in particolare quello dei nativi, è la sua segretezza. Nessun antropologo è mai riuscito a partecipare e nemmeno a farsi descrivere dai nativi cosa avviene nei riti più intimi del culto, e i nativi fanno ben attenzione a non divulgarne i segreti, né agli altri gruppi tribali, né tanto meno ai bianchi. In questo senso il culto della Jurema è a tutti gli effetti un culto misterico, cioè un culto di cui i partecipanti non devono parlare a chi non ne è direttamente partecipe.

Del nucleo più originario del culto, sappiamo che un gruppo di persone di entrambi i generi esegue danze in forma circolare mantenendo una direzione antioraria, il tutto accompagnato da motivi sonori al ritmo delle maracas e dei passi dei ballerini. La bevanda della jurema è collocata al centro dell’ambiente ed è distribuita in determinati momenti della cerimonia, durante la quale si alternano momenti in cui i partecipanti sono seduti in circolo, e altri in cui danzano. Durante lo stato visionario, i partecipanti assumono una particolare postura, con il torso inclinato in avanti e lo sguardo fisso sul terreno. Nei riti ricopre un ruolo importante il fumo del tabacco, che viene “fumato” in apposite pipe in una maniera del tutto particolare, cioè all’incontrario; il payé o altra figura carismatica che conduce il rito soffia dentro a una pipa dalla parte del fornello dove si trova una brace di tabacco accesa, facendo fuoriuscire il fumo dalla parte del bocchino. Questo fumo viene sparso sulla ciotola che contiene la bevanda della jurema, con lo scopo di “attivarla”, e attorno alle persone, per purificarle.

Per quanto riguarda i culti di possessione, questi sono diffusi in gran parte del territorio brasiliano, oltre che nelle Antille, e si diversificano in base a fattori storici e culturali. Come nucleo centrale del rito, hanno in comune il raggiungimento di uno stato fisico-mentale che è chiamato “possessione”, durante il quale degli individui – denominati nel Vudu per lo più “cavalli” – cadono in trance e il loro corpo e la loro voce vengono “usurpati” da entità spirituali – i “cavalieri” – le quali in tal modo si manifestano e comunicano i loro consigli e le loro volontà. Lo stato di trance viene indotto dal suono e dal canto di motivi sonori (linee) che sono specifici di ciascuna entità spirituale. È sufficiente che i musicisti accennino alle prime note di una certa linea, che alcuni partecipanti vanno “fuori di sé”, mettendosi a gesticolare e a parlare in maniera non loro, ma come quella dell’entità che la possiede. È in questo contesto religioso-culturale che la Jurema si è diffusa nei culti afro-brasiliani Catimbó, Candomblé, Umbanda, Xangô, Toré, Maracatu.

Le entità che possiedono i fedeli sono di natura generalmente benigna, o comunque l’interazione rientra utile negli aspetti terapeutici e psico-terapeutici. Nel rito di possessione Catimbó/Jurema, ad esempio, vi sono i Cabloco, entità indigene che curano mediante la conoscenza delle erbe, sono considerati spiriti elevati che lavorano per il bene, ma sono anche molto temuti poiché possono diventare pericolosi quando scagliano contro qualcuno le loro frecce. I Mestre sono anch’essi spiriti che curano, ma di discendenza schiava o meticcia, e sono riconosciuti come persone che durante la vita lavoravano nei campi e avevano conoscenze nel mondo vegetale; ma accadde loro qualcosa di tragico, morirono e tornano ora per apportare il loro aiuto al genere umano (39).

Un elemento rituale caratteristico di diversi culti afro-brasiliani “juremados” (dove si assume la jurema come fonte visionaria) è la pratica di inserire un seme di Mimosa sotto la pelle dei novizi. Uno dei riti del Catimbó, noto come juremação o implantação da semente, consiste nel piantare, magicamente o realmente sotto la pelle del corpo del discepolo un seme dell’albero della jurema. Anche nell’Umbanda viene praticata la oberização, il taglio rituale per l’impianto del seme della jurema, eseguito all’altezza del torace della persona. Quest’operazione serve “per aprire i cammini affinché le entità discendano e possano manifestarsi, ed è la jurema ad aprire i cammini per le varie entità” (40).

Stando allo stato attuale degli studi etnobotanici, le specie coinvolte nel culto della jurema parrebbero essere cinque: la più famosa e quella più utilizzata è jurema preta, M. tenuiflora, il tepezcohuite dei messicani; seguono M. verrucosa Benth. (jurema branca o jurema mansa), M. ophthalmocentra Mart. ex Benth. (jurema vermhela, “rossa”, o jurema-de-embira), M. acutistipula Benth. (jurema branca jurema preta e jureminha), e M. arenosa (Willd.) Poir. (jurema preta e jureminha).

I nativi usano l’una o l’altra di queste specie a seconda dell’etnia o dei diversificati simbolismi religiosi associati a questi alberi. Fra i Kariri-Shoko viene usata la jurema branca o quella vermelha, e non viene mai usata la jurema preta, perché ritengono che endoida (“fa impazzire”); “la preta ha una forza non comune, la gente la teme come pericolosa. Non si controlla. Può perfino portare alla distruzione”. Jurema preta è normalmente associata ai trabalhos per fare del male (la stregoneria) (41). Gli Atikum dicono che “porta sofferenze nella corrente”, mentre la jurema senza spine è la pianta della “scienza dell’indio” (42).

La bevanda della jurema viene ricavata lasciando macerare in acqua fredda la corteccia della pianta. O per lo meno questa dovrebbe essere la ricetta originaria, per la quale si è presentato il seguente enigma farmacologico: com’è possibile che la semplice introduzione orale della bevanda, contenente DMT, possa essere visionaria, dato che questa molecola non è attiva per via orale, a causa dell’attività metabolica della MAO presente nell’apparato digerente umano? Un problema che già si conosce per la bevanda dell’ayahuasca, e la cui soluzione risiede nella co-presenza in questa di MAO-inibitori (i-MAO) (43).

Su questo “mistero della jurema” si è discusso ampiamente negli ultimi decenni e si sono presentate due ipotesi generali, entrambe indirizzate come risoluzione verso l’individuazione di una fonte di MAO-inibizione che in un qualche modo si ritroverebbe presente nella bevanda, o come ingrediente aggiunto, o presente internamente alla radice della jurema. Nella prima possibilità di una fonte i-MAO direttamente aggiunta alla bevanda, potrebbe avvenire consapevolmente, e in questo caso potrebbe far parte di quel segreto della sua preparazione così tanto acclamato dalle popolazioni native. A tale riguardo, è stata posta l’attenzione su alcuni diffusi additivi alla bevanda della jurema, quali manacá (Brunfelsia uniflora Bon), maracujá (una specie di Passiflora) e il tabacco, tutte fonti di MAO-inibitori (44). La seconda ipotesi vedrebbe un qualche composto MAO-i presente nella medesima fonte della jurema, cioè insieme al DMT internamente alla corteccia della pianta. E quando nelle radici della jurema è stato scoperto un altro alcaloide indolico, la yuremamina, prodotto in quantità dello 0,11% del peso secco, subito è stato sospettato essere la molecola i-MAO mancante, anche per via di certe caratteristiche della sua struttura chimica (45). Ma si tratta di un’ipotesi ancora da confermare mediante specifici studi farmacologici.

 

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Passiflora incarnata L.: la produzione in Italia

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Passiflora incarnata L. è una specie subtropicale originaria del Sud degli Stati Uniti d’America e del Messico, ottimamente acclimatata anche in Italia grazie all’introduzione avvenuta in tempi storici come pianta ornamentale. La Passiflora è coltivata sin dal 1975 in diverse regioni d’Italia e si è diffusa, pur rimanendo una coltura di nicchia, in tutto il paese. Area storica di produzione sono le Marche. Dagli anni ‘90 è coltivata in Umbria e Piemonte, recentemente si è diffusa in altre regioni come in Veneto ed Emilia Romagna. La nostra produzione è in diretta competizione con quella francese, ma la qualità italiana e il prezzo al momento sono maggiormente competitivi. Le parti aeree fiorite ed essiccate di P. incarnata trovano largo utilizzo a scopi farmaceutici e cosmetici grazie alle sue proprietà. In campo risulta essere una coltura prettamente rustica e invasiva, prestandosi molto bene ad essere coltivata in sistemi intensivi senza richiedere un’alta specializzazione da parte dell’azienda, che spesso la coltiva assieme ad altre officinali, o anche insieme a mais o frutteti. Quanto alla consistenza e alla diffusione della coltura possiamo riferire che ad oggi gli agricoltori italiani coltivano stabilmente circa 150-180 ettari e mettono sul mercato una produzione di circa 800-1.000 tonnellate, contendendosi con i francesi il primato mondiale della produzione da coltivazione.

Utilizzo della Passiflora

Schermata 2017-11-09 alle 12.55.00Grazie alle sue proprietà sedative e antispasmodiche del tratto gastrointestinale e genito-urinario, P. incarnata è da lungo tempo utilizzata nella medicina popolare. La letteratura infatti la riporta come pianta utile per contrastare nevrastenie, insonnia, stati d’ansia o di irrequietezza, alleviare mal di testa e “isteria” e in generale disturbi legati al sistema-neurovegetativo. Non avendo controindicazioni ed effetti collaterali, la Passiflora può essere somministrata a pazienti di tutte le età, dai bambini fino agli anziani. Dal punto di vista fitochimico, le principali componenti attive della pianta, presenti in tutte le sue parti, sono flavonoidi (schaftoside, isoschaftoside, isovitexina-2’’-O-glucopiranoside, isoorientina-2’’-O-glucopiranoside),  composti fenolici e alcaloidi armanici. Essendo composti appartenenti al gruppo delle beta-carboline, gli alcaloici armanici in particolar modo svolgono un’importante funzione antiossidante, metabolizzante delle sostanze tossiche e di sostegno terapeutico contro malattie neuropsichiatriche come il morbo di Alzheimer, corea di Huntingon e morbo di Parkinson. Le parti aeree della Passiflora sono oggetto di una monografia della Farmacopea Europea che riporta come standard qualitativo la determinazione dei flavonoidi totali, espressi come vitexina, la quale non deve essere inferiore all’1,5% (European Pharmacopoeia) al fine di far risultare la droga conforme. Nel complesso, la droga è rappresentata dalla parte aerea con le sommità fiorite ed è utilizzata sia sotto forma di infuso, che per ottenere tintura, estratto fluido ed estratto secco.

Caratteristiche botaniche

Passiflora incarnata è una pianta sarmentosa perenne, appartenente alla famiglia delle Passifloracee, dapprima erbacea a portamento strisciante o rampicante che con gli anni diventa semi-legnosa. Può arrivare ad un’altezza di 8 metri grazie ai suoi fusti volubili e ai viticci. La Passiflora è perenne nei luoghi di crescita spontanea, mentre in coltivazione si comporta come vivace, ovvero sparisce d’inverno e riappare in primavera. Le foglie sono trilobate, picciolate ed alternate ai viticci. L’apparato radicale è costituito da un rete di radici ingrossate, quasi rizomatose e ricche di gemme. Il fusto erbaceo tende a diventare semi legnoso con la formazione di una corteccia grigia e sottile. La fioritura comincia dal mese di giugno e si protrae fino a settembre. Avendo un’antesi scalare, frequentemente si possono trovare in contemporanea sulla stessa pianta i frutti e i fiori. Quest’ultimi, grandi, solitari ed appariscenti, sono costituiti da un calice a cinque sepali verdastri esternamente e bianco-violacei internamente; una corolla formata da cinque petali bianchi e da una corona di numerosi filamenti violacei; al centro del fiore spiccano i cinque grandi stami con antere di colore arancio; lo stimma e gli stami invece s’incrociano, in modo caratteristico e tipico della specie. Il frutto è una bacca ovoidale di colore verde con pericarpo sottile e polpa spugnosa ricca di grassi, contenente numerosi semi neri e rugosi sulla superficie, muniti di un arillo biancastro.

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Tecniche colturali 

La coltivazione della Passiflora include tutta una serie di pratiche colturali molto simili con le altre comuni officinali erbacee da taglio (menta, melissa, origano) in termini di impianto, irrigazione, gestione delle infestanti e raccolta. È una pianta che necessita di essiccazione per essere poi successivamente imballata per il trasporto, lo stoccaggio e la commercializzazione. Tuttavia occorre prestare attenzione a particolari accorgimenti al fine di ottenere produzioni redditizie. Indispensabili sono le irrigazioni estive e la piena insolazione della coltura, che esplica il massimo potenziale del fitocomplesso proprio nelle condizioni di maggior stress termico e luminoso. La propagazione può avvenire secondo diverse modalità. Per talea di rizoma, con raccolta di parti sotterranee le quali vengono trapiantate durante la primavera inoltrata. Oppure per seme, con semina in contenitore alveolato e successivo trapianto, e infine per semina diretta utilizzando 5-8 kg di seme per ettaro, con una seminatrice di precisione.  Gli impianti e le semine vanno fatte sempre nella primavera inoltrata per garantire un attecchimento ottimale essendo la pianta una macro-terma. Preferisce terreni privi di ristagni, ricchi di humus ed esposti a sud, non ama i terreni ombrosi, pesanti e freddi. Si pianta a file distanti 55-75 cm e sulla fila si tengono 35-45 cm tra pianta e pianta. L’interfila deve essere mantenuta libera dalle infestanti mediante interventi di scerbatura precoci e cadenzati, poiché ben presto la coltura andrà a coprire tutto il terreno. La lotta alle infestanti è un elemento chiave per il successo della coltura poiché allargandosi sul terreno, è facile che vi si frammischino piante indesiderate. Il diserbo chimico non è ammesso in Italia poiché non ci sono erbicidi registrati su questa coltura. Eventualmente delle false semine possono dare un vantaggio alla Passiflora sulle infestanti, il primo anno che è il più difficile. Durante l’inverno il terreno può essere tenuto pulito con fresature, senza tema di danneggiare la coltura e in primavera, prima che la coltura riaffiori si può intervenire con un’energica fresatura o un disseccante. La pacciamatura è poco praticabile per l’invasività della pianta che tende a spuntare fuori dalla fascia pacciamata. Oltre a sarchiature meccaniche è indispensabile una quota di manodopera che può variare dalle 50 alle 100 ore/ha/anno.

La sarchiatrice, oltre che un mezzo utile per tenere lontano le infestanti, può essere utilizzata anche per apportare al terreno piccoli quantitativi di azoto, al fine di stimolare lo sviluppo della pianta. L’importanza della fertilizzazione parte dapprima con un generoso apporto di sostanza organica nel terreno (es. 350-400 q/ha di letame maturo e stabile) per poi continuare con 100-120 unità di azoto/ha di concime azotato da distribuire alla ripresa vegetativa e dopo ogni sfalcio; da non dimenticare inoltre 80-100 unità di fosforo e potassio da conferire all’impianto. L’eccesso di azoto è da evitare perché può portare ad un ritardo della fioritura e ad un indebolimento delle piante nei confronti di patogeni e di parassiti. Le irrigazioni sono necessarie anche se può crescere nei terreni freschi, pur con minor raccolto. Una dose di 3000 – 4000 mc/ha/anno è necessaria per una crescita ed una produzione redditizia.

Raccolta e produzione

La Passiflora viene raccolta meccanicamente usando delle falciatrici e delle falciatrici-raccoglitrici. Il momento balsamico è indicato come alla fioritura della pianta che si ha alla fine di giugno-primi di luglio per il taglio principale e dalla metà di settembre per un eventuale secondo taglio. Una volta raccolta, la biomassa deve essere portata immediatamente all’essiccazione che deve essere fatta in essiccatoio artificiale o, come avviene in alcune aree di tradizionale produzione, su essiccatoi ad aria naturale su tralicci all’ombra. L’essiccazione omogenea della pianta non è sempre facile in quanto sono contemporaneamente presenti foglie, fusti, fiori e frutti e pertanto questa deve protrarsi per tempi maggiori rispetto alle altre comuni officinali al fine di garantire una certa uniformità ed una buona conservabilità del prodotto. È molto importante allontanare dal prodotto i frutti non secchi in quanto fonte di inoculo per muffe e funghi. La produzione di droga greggia intera varia dalle 4 alle 7 tonnellate/ha/anno, a seconda della fertilità dei terreni e del metodo di produzione (biologico/convenzionale). Il prodotto secco è poi tagliato grossolanamente o confezionato in balle parallelepipedi per lo stoccaggio e la spedizione. Il prezzo di mercato del prodotto sfuso convenzionale oscilla dai 2,5 ai 3 €/kg. 

Avversità

La Passiflora è una pianta rustica che al momento non soffre di particolari attacchi parassitari.  Talora sono stati riscontrati sintomi virotici con ingiallimenti fogliari, soprattutto a livello delle nervature, dovute a CMV (Cucumber Mosaic Virus) e il TMV (Tobacco Mosaic Virus). 

Per  questo si raccomanda l’utilizzo di sementi non infette e di seguire le buone pratiche agricole al fine di ridurre le possibilità di contagio. Inoltre in condizioni ambientali sfavorevoli come l’eccesso di umidità e le elevate temperature, si sono riscontrati attacchi di cocciniglia oleosa, acari, ferretti, tripidi e mosca bianca.

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Testi consigliati

– G. Milesi Ferretti, L. Massih Milesi Ferretti (2001) La coltivazione delle piante aromatiche e medicinali. Calderini edagricole.
– Abourashed EA et al (2003) High-Speed Extraction and HPLC Fingerprinting of Medicinal Plants. II Application to Harman Alkaloids of Genus Passiflora. Pharm Biol 41:100-106
– Della Loggia R (1993), Piante Officinali per infusi e tisane (Manuale per farmacisti e Medici). Edizione italiana del manuale Teedrogen. OEMF Organizzazione Editoriale Medico Farmaceutica, Milano
– Benigni R, Capra C, Cattorini PE (1964) Piante Medicinali. Chimica Farmacologia e Terapia II Volume. Inverni/Della Beffa, Milano
– Leung AY, Foster S (1999) Enciclopedia delle piante medicinali utilizzate negli alimenti, nei farmaci e nei cosmetici. Edizioni Aporie, Roma

Nuove tecniche di selezione vegetale e cosmesi naturale e biologica

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Le nuove tecniche di selezione vegetale, meglio conosciute come NPBT secondo l’acronimo inglese di New Plant Breeding Techniques, sono metodi che permettono lo sviluppo di nuove varietà vegetali con tratti desiderati, modificando il DNA dei semi e delle cellule vegetali adulte. Sono chiamate “nuove” perché queste tecniche sono state sviluppate solo nell’ultimo decennio e si sono evolute rapidamente. Questa espressione può raggruppare metodologie differenti. Ma che impatto possono avere queste metodologie in ambito cosmetico e in particolare quali sono i rischi per il segmento naturale e biologico? Come si sta muovendo il settore a riguardo?

In ambito cosmetico, come in quello alimentare, i consumatori più attenti ed esigenti vogliono essere informati sulla presenza o meno di organismi geneticamente modificati. Secondo uno studio commissionato da NATRUE, alla società di ricerca Gfk, un prodotto cosmetico naturale e biologico deve escludere la presenza di OGM per il 60% dei consumatori del panel.

Gli Organismi Geneticamente Modificati (OGM) sono organismi che hanno subito modificazioni genetiche in accordo con la direttiva 2001/18/EC. Il quadro normativo europeo stabilisce la necessità della valutazione del rischio, tracciabilità e etichettatura degli OGM per prodotti alimentari e mangimi che contengono o che sono stati prodotti attraverso OGM disciplinati dai regolamenti (EC) No.1829/2003 e 1830/2003. Per quanto riguarda l’agricoltura biologica, gli OGM sono proibiti dal Regolamento (EC) No.834/2007. Nel loro insieme queste norme offrono un quadro normativo chiaro garantendo trasparenza e soprattutto la possibilità da parte del consumatore di fare scelte di acquisto consapevoli.

Nonostante questo quadro normativo piuttosto completo, NATRUE ha sollevato di recente una questione molto importante che mira a tutelare le legittime esigenze dei consumatori e che riguarda l’inquadramento degli ingredienti derivanti dalle più recenti tecniche di selezione vegetale. La Commissione Europea non ha fornito ad oggi un’interpretazione giuridica volta a definire se gli OGM ottenuti tramite i processi di selezione vegetale NPBTs, ricadano o meno nell’ambito della direttiva 2001/18/EC.

NATRUE chiede che vengano incorporate nella legislazione sugli OGM in quanto rappresentano di fatto un’alterazione delle caratteristiche genetiche di una pianta. L’attuale quadro normativo risulta nell’impossibilità di tracciare le piante che potrebbero essere state sottoposte a questi processi e qualora venissero utilizzate per la produzione di ingredienti cosmetici non potremmo conoscerne i dettagli del processo produttivo. 

Questo gap nella tracciabilità significa che potremmo essere di fronte all’impossibilità di rispettare le aspettative dei consumatori circa l’esclusione degli OGM dai cosmetici naturali e biologici”, ci spiega Mark Smith, il direttore dell’Associazione.

Per NATRUE è infatti fondamentale offrire al consumatore un prodotto in linea con le sue aspettative. In una definizione coerente di cosmesi naturale ci si deve innanzitutto chiedere cosa si intende per naturalità. L’esclusione di alcuni ingredienti così come definito nella maggior parte degli standard di certificazione per la cosmesi naturale e biologica, offre solo una parziale risposta al problema e dice poco e nulla sulla ratio che sta alla base di una certa concezione di naturalità. Nello standard NATRUE gli ingredienti vengono classificati in tre tipologie in base al processo produttivo a cui sono sottoposti: ingredienti naturali, ingredienti di derivazione naturale e ingredienti natural-identici.

Gli ingredienti naturali possono essere ottenuti solo mediante processi fisici o di fermentazione. Questa definizione è quella che più si avvicina al concetto di naturalità come percepito dal consumatore. È chiaro però che per essere performanti i cosmetici non possono essere formulati solo con ingredienti naturali secondo questa prima categorizzazione. Il Comitato Scientifico di NATRUE, quando è stato chiamato a definire lo standard, ha codificato altre due categorie di ingredienti: quelli di derivazione naturale e quelli natural-identici.

Gli ingredienti di derivazione naturale sono il risultato di processi di reazione chimica (solo quelli permessi dallo standard) di ingredienti naturali. Gli ingredienti natural-identici possono essere pigmenti, minerali o conservanti. Essi esistono in natura, ma per motivi tecnici e di sicurezza vengono riprodotti in laboratorio.Questi ingredienti sono accettati solo quando sono strettamente necessari per garantire la sicurezza dei consumatori (conservanti) o per motivi di purezza (minerali/pigmenti).

Tutti questi ingredienti hanno una caratteristica essenziale: esistono in natura. Nulla di artificiale (ovvero creato dall’uomo) è permesso dallo standard NATRUE. Questa classificazione segue dunque un principio ben preciso e detta le linee guida per classificare di conseguenza gli ingredienti utilizzabili in cosmesi. Da queste definizioni escono quindi liste positive di ingredienti ammessi dallo standard e non al contrario liste che li escludono. “Questa differenza di approccio rispetto ad altri standard è uno stimolo per il formulatore che nel momento in cui utilizza ingredienti innovativi deve dimostrarne la conformità secondo i principi sopracitati”, precisa Smith. L’ultimo ingrediente è l’acqua, che sebbene sia per comune sentire un ingrediente naturale, non rientra nella medesima categoria perché NATRUE non vuole inflazionare il contenuto naturale permettendo all’acqua di essere presa in considerazione per il calcolo delle percentuali. La percentuale biologica viene calcolata prendendo come riferimento la componente naturale (o quella di derivazione naturale in taluni casi previsti dallo standard), stabilendo così il principio che un cosmetico non può essere biologico se non è prima stata assicurata la naturalità. Lo standard quindi prevede tre livelli di certificazione che si sviluppano, uno sulla base del precedente, in un crescendo di rigorosità.

Cosmetici naturali: questo livello è la base del marchio NATRUE: definisce quali sono gli ingredienti accettati e come possono essere trattati. I prodotti degli altri due livelli devono soddisfare i criteri di questo primo livello. Secondo il tipo di prodotto, una soglia minima di ingredienti naturali garantiti e un contenuto massimo di sostanze di derivazione naturale deve essere rispettata.

Schermata 2017-11-09 alle 12.48.48Cosmetici naturali con componenti biologici: si applicano tutte le condizioni di cui sopra, ma almeno il 70% degli ingredienti naturali (o di derivazione naturale, quando previsto dallo standard) deve provenire da coltivazione biologica e/o raccolta spontanea controllata. Rispetto al primo livello, si richiede un contenuto minimo di ingredienti più elevato e una presenza minore di ingredienti trasformati di origine naturale.

Cosmetici biologici: le suddette due condizioni si applicano con almeno il 95% di ingredienti naturali (o di derivazione naturale, quando previsto dallo standard) provenienti da coltivazione biologica e/o raccolta spontanea controllata. Rispetto al secondo livello, si richiede un contenuto minimo di ingredienti naturali garantiti ancora più elevato ed un minore contenuto di ingredienti trasformati di origine naturale.

NATRUE è da anni impegnata nella difesa della cosmesi naturale e biologica e tramite la sua attività politica ormai decennale a Bruxelles è attiva nel chiedere alla Commissione Europea di includere le NPBT come tecniche di modificazione genetica che portano alla produzione di OGM, come previsto dalla Direttiva 2001/18/EC, e che quindi possano essere resi tracciabili e identificabili dai produttori e dai consumatori.

Per portare avanti azioni politiche come quella descritta, è essenziale essere rappresentativi del settore e farsi carico delle istanze provenienti dai produttori. La nostra mission è quella di promuovere e proteggere la cosmesi naturale e biologica a beneficio dei consumatori di tutto il mondo”, conclude Smith. (D.B.)

Odori sensuali: il profumo del frutto di Mandragora

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Il presente studio è originato da un dato aneddotico basato sulle testimonianze di alcuni conoscenti pugliesi e siciliani, i quali mi hanno comunicato che, quando incontrano delle piante di mandragore, ne consumano impunemente i frutti maturi. Ciò mi ha incuriosito, in quanto la documentazione etnobotanica in mio possesso evidenzierebbe invece un potenziale psicoattivo di tutte le parti di questa pianta tropanica, inclusi i suoi frutti.

Origine della specie

La tassonomia del genere Mandragora è piuttosto sofferta. Nell’ultimo secolo sono stati proposti oltre dieci taxa, ma una revisione tassonomica del 1998 ne ha validato solamente tre: M. officinarum L., diffusa nel Mediterraneo, M. turcomanica Mizg., diffusa in Iran, e M. caulescens C.B. Clarke, presente nell’area sino-himalayana (1). Il problema tassonomico più discusso riguarda la differenziazione delle due “forme” di M. officinarum che crescono nel Mediterraneo, inclusa l’Italia, indicate generalmente come M. officinarum L. e M. autumnalis Bert. La principale differenza riguarda il periodo della fioritura e fruttificazione: la prima fiorisce in primavera e fruttifica in luglio, mentre la seconda fiorisce in autunno e fruttifica in inverno. Nonostante questa vistosa differenza ecologica, nei decenni passati diversi studiosi non hanno ritenuto di individuare differenze tali da giustificare la distinzione in due specie distinte, e a volte nemmeno come due varietà della medesima specie. Su questi aspetti non c’è mai stata una unanimità di vedute, e i principali protagonisti della secolare discussione sono stati i botanici italiani, fra cui Antonio Bertoloni ed Elena Maugini (2). Più recentemente, studi genetici propenderebbero nuovamente per una diversificazione dell’autumnalis dall’officinarum, e avrebbero evidenziato una migrazione di M. officinarum indotta dall’uomo nei tempi storici in direzione dell’attuale Iran, dove si sarebbe adattata trasformandosi nella subspecie M. turcomanica (3).

Tutte le specie di Mandragora producono alcaloidi tropanici e, similmente alle specie di Dature, Giusquiamo e Belladonna, possono indurre esperienze allucinogene di natura delirogena o, con dosaggi di poco superiori, pericolose intossicazioni anticolinergiche.

Riguardo gli aspetti mitologici, folclorici e simbolici associati alla Mandragora, che a ragione è considerata la pianta più famosa dell’antichità occidentale, si osservano due distinte aree geografiche: in Europa è stata data principale enfasi al grosso rizoma, notoriamente antropomorfizzato e distinto in “maschio” e “femmina”, corrispondenti grossomodo alla officinarum e all’autumnalis; il tema folclorico più noto riguarda la tecnica dell’estirpazione della grossa radice mediante l’ausilio di un cane (4). Nell’area del Levante Mediterraneo e in Egitto, viene al contrario data enfasi pressoché esclusivamente ai frutti della pianta e al particolare profumo che emanano quando maturi. Un elemento comune a entrambe le aree geo-folcloriche è la credenza nelle proprietà fecondanti e afrodisiache sia del rizoma che dei frutti.

Fra i numerosi nomi popolari con cui sono stati indicati i frutti, risaltano per frequenza quelli che li denominano “mele”. In arabo il frutto è chiamato mela del Diavolo (tuphac-el-Sheitan) o testicolo di Jinn (baidh-ul-Jinn). In latino veniva chiamato mala canina, “mela del cane”, la cui etimologia si rifà probabilmente alla leggenda dell’estirpazione della radice della pianta mediante un cane (5). In natura, i piccioli appassiscono velocemente, facendo ricadere i frutti al suolo, circondati dalla rosa di foglie, creando un’immagine che è stata descritta come un nido d’uccello riempito d’uova (6).

Ambiguità dei frutti di Mandragora

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Plinio, che scriveva nel I secolo d.C., riportava: “Benché in alcune zone si mangino i frutti di questa pianta, coloro che non ne sono informati perdono la parola a causa dell’odore troppo forte; arrivano anche a morire se ne prendono una quantità maggiore in pozione” (Hist.Nat., XXV,150). Dioscoride, che scriveva nel medesimo secolo di Plinio, riportava che “le sue mele sono odorose con una certa pesantezza, quelle che i pastori sono soliti mangiare e ne restano un poco addormentati”, e che “mangiate e odorate addormentano, e anche il loro succo. Se si mangiano in grande quantità producono afonia” (Mat.Med., IV, 75, 2, 6). Sia Photius che lo scoliasta della Repubblica di Platone, e anche il più tardo Suida, affermavano che i frutti della Mandragora hanno effetti soporiferi, e Suida aggiungeva che sono capaci di indurre oblio (7). Il medico romano Celso riportava che, per fare dormire i malati di forme di pazzia o di delirio, “alcuni procurano di conciliare il sonno amministrando per bevanda il decotto di Papavero o di Giusquiamo; altri pongono sotto il capezzale il frutto della Mandragora” (De Med., III, 18, 12). Come detto, anche negli scritti rinascimentali si presenta la medesima ambiguità. Nel The Herbal del 1633, John Gerard riportava che i frutti della Mandragora sono eduli, “possono essere mangiati bolliti con pepe e altre spezie calde”. Mattioli, nei Discorsi del 1557 (IV, 78:500), scriveva che i pomi della Mandragora maschio sono doppi di quella della femmina, “dei quali mangiando alcune volte i pastori s’addormentano”, e riferiva di casi letali causati dalla radice ma anche dal frutto, e che “i pomi della Mandragora, quantunque si mangino da alcuni, quando son maturi, senza seme con niuno apparente nocumento, nondimeno quelli che si mangiano immaturi insieme col seme, causano veramente mortiferi accidenti: cioè, ardore intollerabile in tutta la superficie del corpo, e siccità grandissima di lingua e di bocca, dal che si causa, che tengano i pazienti sempre la bocca aperta, tirando a sé l’aria fresca che gli circonda. Al che se presto non si soccorre, se ne muoiono miseramente spasimati” (VI, 16: 697-698). La secchezza alle fauci è una caratteristica delle intossicazioni anticolinergiche dovute agli alcaloidi tropanici.

Nicholas Lemery, un chimico francese che scriveva verso la fine del XVII secolo, riportava che “le mele sono fredde e umide ma non così fredde come la radice; se si odorano causano sonno; così anche il loro succo preso internamente in piccole quantità in un buon generoso vino. Alcuni raccolgono le mele e le mangiano, altri le mangiano con pepe e spezie calde”. Uno dei primi erbari inglesi, scritto da William Turner e pubblicato nel 1551, riportava che “le mele acerbe mangiate con i loro semi portano alla morte con urla. Queste inducono un caldo insofferente che brucia tutta la parte esterna della pelle.

Alcuni anziani di Babilonia mi hanno riferito che una certa domestica mangiò cinque mele di Mandragora e cadde in uno svenimento e divenne tutta rossa, e che un uomo sopraggiunto versò dell’acqua di neve a lungo fino a che ella non si rialzò” (8). Da quanto affermavano Mattioli e Turne, se ne dedurrebbe che il rischio di un’intossicazione si presenterebbe maggiormente nel caso di ingestione dei frutti, specie se immaturi, insieme ai loro semi.

Ritroviamo un’interessante documentazione nella descrizione di un viaggio intrapreso da Giovanni Mariti attorno al 1760 nelle regioni del Levante mediterraneo; il viaggiatore si trovò a un certo punto in mezzo a un campo di Mandragore piene di profumati frutti. L’accompagnatore arabo scese da cavallo per raccoglierne alcuni per farne dono a Mariti come delizioso alimento. Ma Mariti rifiutò, timoroso di avvelenarsi, e l’arabo si adirò per questo rifiuto dandogli del pazzo. Mariti aggiunse che “gli Arabi sono avidissimi di quel frutto, per un certo brio che ne ricevono dopo averlo mangiato, e perché lo suppongono altresì atto alla generazione, ma alla loro allegria hanno bene spesso veduto succedere una trista malanconìa” (9).

Il medico olandese Levinus Lemnius (1505-1568), nel De plantis sacris raccontava di essere stato obbligato a gettare via i frutti che aveva nel suo laboratorio, perché ogni volta che vi entrava era assalito da un sonno irresistibile (10). In tempi più moderni, è stato riportato che in Andalusia la Mandragora veniva coltivata negli orti per l’aroma del suo frutto, per farne dono come squisitezza commestibile (11).

Sin dai tempi classici i frutti della Mandragora sono stati impiegati come medicina. Una ricetta del farmacologo Jean de Renou (Pharmacopée, 1626) indicava il succo di frutti maturi e olio di sesamo o d’oliva per “estinguere e sopprimere ogni infiammazione, calmare ogni dolore, assopire i sensi, dare sollievo ai frenetici e quelli che soffrono di emicranie e, spalmato nella regione renale, temperare e mitigare i bruciori e le infiammazioni”.

Un’altra ricetta, di Nicolas Lemery (Traité universel des drogues simples, 1738) prescriveva succo di frutti di Mandragora per ridurre le infiammazioni e mitigare i dolori, specialmente nelle caso delle emorroidi (12). Un tema folklorico riporta che la Mandragora emana delle fiamme o che è “luminosa”; ciò potrebbe originare dal fatto che i suoi frutti maturi emanano effettivamente una fosforescenza bluastra osservabile di notte.

Bouquet (13), che ha osservato attentamente questo fenomeno in natura, ha riportato che la fosforescenza non si estende sulle foglie, né su tutta la superficie del frutto, ma forma una specie di calotta luminosa ricoprente ogni frutto, in corrispondenza della parte maggiormente esposta alla luce. In Marocco, per via di questa fosforescenza notturna, i frutti sono chiamati sirâj-el-quṭrub, “lampada dei diavoletti”, e sirâj-el-lîl, “lampada della notte” (14). Responsabile di questa fluorescenza potrebbe essere la beta-metilesculetina ritrovata nei frutti (15).

Sempre in Marocco, la Mandragora è ritenuta aumentare il peso corporeo nelle donne. Frutti e radici vengono esposti al sole, e quindi macinati per ottenerne una farina. Questa polvere, chiamata taryala, viene assunta mescolata con del miele o diluita in acqua, ed è impiegata anche come narcotico (16).

È riconosciuto un rapporto, sia reale che mitologico, degli animali nei confronti dei frutti della Mandragora. L’alchimista ed esoterico tedesco Cornelio Agrippa, nel De occulta philosophia scritto agli inizi del XVI secolo, riportava che gli orsi “incomodati dalla Mandragora, si pascono di formiche”. Nei Bestiari medievali di Cambridge e di Oxford è specificato che gli orsi muoiono se mangiano i frutti di Mandragora, contro i quali l’unico rimedio efficace che possono adottare è ingerire molte formiche (17). Gli uccelli e gli animali di campo in genere ne mangiano volentieri i frutti, così come alcune specie di chiocciole, quali Ceapea hortensis e Cryptomphalus asperus (18).

La Mandragora in Egitto

La Mandragora non era presente nell’antico Egitto, e nemmeno oggigiorno. Ma sappiamo che a partire dal Nuovo Regno (XVI secolo a.C.) questa pianta, proveniente dalla Palestina o dalla Siria, veniva coltivata nei giardini della nobiltà faraonica (19). Sarebbero stati i due faraoni della XVIII Dinastia, Tuthmosi II e il suo successore Hatshepsut, a prodigarsi nell’importazione di piante esotiche. In quei medesimi tempi, dalla Siria raggiunsero l’Egitto gruppi numerosi di donne destinate agli harem faraonici, spesso al seguito di figlie di re e di principi. Ed è forse in questo contesto così fortemente sensualizzato, l’harem, che fu portata in Egitto la credenza levantina del potere afrodisiaco dei frutti di Mandragora, i quali diventarono una “moda”, un simbolo dell’amore e un ricorrente ornamento (20).

I suoi frutti sono stati ritrovati nella tomba di Tutankhamen, in una collana costruita con materiale vegetale di differenti colori e che come componente gialla conteneva frutti di Mandragora tagliati a metà (21).

A partire dal Nuovo Regno, cioè da quando fu importata dal Levante, la pianta della Mandragora fu riprodotta negli affreschi e nell’arte plastica faraonica, ma a differenza dell’iconografia europea, in cui è sempre stato dato risalto al grosso rizoma, nell’arte egizia questo non è mai raffigurato, bensì sono i suoi frutti a essere posti in evidenza, sia nei contesti sacri che in quelli profani (22).

È il caso di puntualizzare che da quasi un secolo diversi Egittologi identificano questi frutti, specie quando raffigurati isolatamente, con quelli eduli della Persea (Mimusops schimperi Hochst), ma si tratta in numerosi casi di un errore di identificazione dovuto a carenze cognitive di natura etnobotanica e a disattente interpretazioni della medesima letteratura egittologica (23).

Presso l’antica cultura egizia v’era una stretta associazione fra la morte e la sessualità, come del resto presso altre culture antiche e moderne, ma con un sistema interpretativo particolare. Si riteneva che il defunto (inizialmente solo il faraone) potesse entrare nell’altro mondo solamente mediante una nuova nascita, indotta da una copulazione “astrale” con la sua sposa o con altra donna, che rimaneva di conseguenza fecondata e “partoriva” il defunto nell’aldilà. Questa concezione filosofico-religiosa spiega la frequente presenza di scene erotiche e sensuali raffigurate nelle tombe del Nuovo Regno, specialmente nelle Tombe Tebane della famosa Valle dei Re, in cui si osservano donne che si scambiano affettuosamente frutti di Mandragora che avvicinano al naso per odorarli. L’azione della donna di portare frutti alle labbra e al naso indica l’atto amoroso, come probabilmente è il caso del fiore della ninfea azzurra (24), e nella poesia amorosa si presentano giochi di parole quali l’affinità fonetica fra il termine reremet (Mandragora) e mereret (“amato”) (25). I frutti della Mandragora sono dotati di una protuberanza apicale, una specie di “papilla”, la cui analogia con il capezzolo femminile risalta nei canti amorosi egizi. Nella poesia nota come “La potenza dell’amore” presente nel Papiro Harris (uno scritto ieratico della XX Dinastia di carattere religioso-storico), si legge: “L’amore che ho per te è diffuso nel mio corpo / come il frutto della Mandragora s’impregna di profumo / la bocca della mia amata è un bocciolo, i suoi seni sono frutti di mandragora” (26). In un altro canto leggiamo: “L’amore è come una Mandragora nella mano di un uomo” (27). E ancora: “È lei che porta una coppa di frutti di Mandragora / tenuta nella sua mano perché ne respiri il profumo / così lei mi può portare / la fragranza di tutto il suo corpo” (28). Queste righe poetiche confermano il valore sensuale attribuito all’aroma del frutto della Mandragora; un’associazione semantica adottata dagli antichi Egizi, ma che vede il suo fulcro geo-folclorico presso le popolazioni del Levante Mediterraneo. Questa medesima associazione influenzò la letteratura biblica.

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Il valore afrodisiaco attribuito ai frutti della Mandragora e al loro odore è presente nei testi cuneiformi associati al Regno di Ugarit, che ebbe come epicentro l’area occupata attualmente dalla Siria e che vide la sua massima fioritura nella seconda metà del II millennio a.C. In un testo ugaritico leggiamo: “Le mandragore (haddûdā’îm) spargono il loro profumo / e presso la nostra porta i frutti sono squisiti / nuovi e vecchi, o mio diletto, li ho serbati per te” (29).

Ma le Mandragore più note sono presenti in un paio di passi dell’Antico Testamento. Il primo internamente a una poesia amorosa del Cantico de Cantici (7,10-16), dove la sposa dice all’amato: “Vieni, mio diletto, andiamo nei campi (..) là ti darò le mie carezze / le mandragore emanano il loro profumo”. Il secondo passo è il racconto delle Mandragore riportato nella Genesi (29-30), di cui esistono diverse varianti testamentarie (30). Si tratta delle vicende di Giacobbe e delle sue due mogli, Lia e Rachele, rivali fra di loro nel tentativo di concepire figli in numero maggiore dell’altra. È in questo contesto di rivalità che si inseriscono le Mandragore, ritrovate dal figlio di Lia, Ruben, e utilizzate come mezzo di scambio: Lia le cede a Rachele in cambio di una notte con Giacobbe. Risalta in questo racconto la funzione afrodisiaca e fecondante della pianta, in quanto Rachele non era ancora riuscita ad avere figli; un problema che è il motivo dominante dell’intera vicenda. Nel racconto biblico non viene specificato quale parte della pianta sia stata usata nello scambio fra le due mogli di Giacobbe, e alcune versioni specificano che sono le sue radici, tradendo un’influenza interpretativa occidentale. Ma nello scritto apocrifo Il Testamento di Issacar, sono indicate le “mele profumate”; un dato che corrisponde maggiormente con il valore dei frutti riconosciuto per l’area levantina. Anche il Rabbino Moshe Ben Nachman (1194-1270) fece notare che Ruben aveva portato a sua madre i frutti aromatici della pianta, e non la radice (31). Nella letteratura cristiana, le “mele” della Mandragora furono associate al frutto dell’Albero della Conoscenza del Bene e del Male del Paradiso Terrestre, e si sviluppò un complesso allegorico in cui queste simboleggiavano le giovani genti d’Israele che non avevano ancora gustato il frutto del peccato. L’associazione è ancora più esplicita nei bestiari medievali, quale quello di Aberdeen, che considerava la Mandragora come un albero il cui frutto fu offerto da Eva al primo uomo: “Quando la donna mangiò il frutto dell’albero, cioè quando donò al suo sposo il frutto della Mandragora, l’albero della conoscenza, allora ella rimase incinta, ed è per questo motivo che lasciarono il Paradiso” (32). Ancora, come la Mandragora attrae la gente per il suo dolce odore, così la dottrina del vangelo attrae i virtuosi, e l’odore dei suoi frutti divenne il simbolo della vocazione religiosa. Secondo Cirillo di Alessandria (c.375-444), l’effetto narcotico dei frutti era simbolo del Mistero di Cristo (33).

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Tutte le volte che ho incontrato piante di Mandragora, selvatiche o coltivate, non ho mai avuto la fortuna di vederne i frutti maturi, per poterne odorare di persona l’aroma. Ma chi si è trovato di fronte a questa opportunità, inclusi i conoscenti pugliesi e siciliani che se ne cibano impunemente, è sempre rimasto impressionato dalla loro fragranza. I coniugi statunitensi Fleisher, nel corso di una ricerca sulla “fragranza della Mandragora biblica”, si recarono appositamente in Israele in un campo di Mandragore nel periodo della maturazione dei frutti, e riscontrarono che “l’odore è ovunque e unico nel suo genere. Non è percepibile come un classico odore di fiori fragranti, quali la rosa, il giglio o il gelsomino. V’è in esso qualcosa di sottilmente pericoloso. Inebriante e che quasi induce dipendenza, crea una potente impressione nella memoria ed evoca immagini di natura incontaminata, di vento del deserto, di eccitazione del pericolo e di esaltazione romantica. È percepibile solamente quando i frutti sono pienamente maturi; quelli anche solo un po’ verdi non emettono odore, e quelli eccessivamente maturi acquisiscono un odore pesante e sgradevole. Parrebbe dunque esservi qualcosa in questo odore il cui valore è sinora sfuggito agli studiosi” (36).

Un odore stimolante dunque, sensuale, che ben spiega le scene erotiche delle donne faraoniche che si scambiano amorevolmente e avvicinano al naso il frutto. Un odore la cui composizione biochimica è stata analizzata in laboratorio dai medesimi coniugi Fleisher.

Aspetti biochimici

Le radici della Mandragora contengono alcaloidi tropanici in concentrazioni dello 0,2-0,6% del peso secco, e i principali sono iosciamina, ioscina, cuscoigrina e apoatropina (37). Le pur esigue analisi biochimiche dei frutti della pianta vi hanno sempre evidenziato la presenza degli alcaloidi tropanici psicoattivi, sebbene in concentrazioni inferiori a quelle registrate per le foglie e il rizoma. Ad esempio, in piante di M. autumnalis originarie della Giordania sono stati individuati sette alcaloidi tropanici a diverse concentrazioni in radici, foglie, frutti e semi: atropina, scopolamina, scopina, iosciamina, cuscohygrina, apoatropina e belladonnina (quest’ultima solo nella radice) (38). Nelle radici, nei piccioli con foglie, e nei frutti di M. officinarum sono stati ritrovati gli N-ossidi della iosciamina e della ioscina (39). In occasione di un’intossicazione avvenuta in Grecia e dovuta all’assunzione di frutti di M. autumnalis, che descrivo poco oltre, le analisi vi hanno riscontrato la presenza di iosciamina e scopolamina in concentrazioni rispettive di 25,6 e 0,7 mcg/g. (40). I medesimi alcaloidi sono stati individuati nei frutti acerbi e nei semi di piante coltivate in Uzbekistan appartenenti alla specie M. turcomanica, in concentrazioni rispettivamente dello 0,07 e 0,03% (41).

Alcune analisi chimiche hanno studiato la composizione dell’odore dei frutti maturi della Mandragora. Sono stati identificati oltre 130 composti volatili, di cui i principali sono gli esteri etil butirato, butil acetato, etil decanoato, l’alcol exanolo, gamma-lattoni, oltre a una discreta concentrazione di composti sulfurei (42). Di particolare interesse è il ritrovamento dei fenilpropeni eugenolo e isoeugenolo (43). L’eugenolo è presente in diverse spezie e piante, fra cui chiodo di garofano, noce moscata, basilico, canfora, è dotato di proprietà anestetiche locali e sin dall’antichità i chiodi di garofano sono per questo impiegati come anestetico dentario. Sempre l’eugenolo è usato per anestetizzare pesci e rane con il principale scopo di diminuirne lo stress durante il trasporto (44).

Intossicazioni con frutti di Mandragora

Come prova definitiva della possibile psicoattività e tossicità dei frutti della Mandragora, sono note alcune registrazioni ospedaliere di intossicazioni, ed è probabile che la letteratura medica scritta in lingua araba, sia antica che moderna, riserbi più numerosi e dettagliati casi di questo tipo di incidenti. Sappiamo ad esempio che in Marocco si sono verificate diverse intossicazioni, anche letali, fra i bambini attirati dal frutto giallo o arancio dei suoi frutti, o da parte dei pastori che se ne servono come allucinogeno nel corso di non meglio specificate attività ludiche (45).

È il caso di osservare che in Europa ogni anno si registrano casi di intossicazioni accidentali dovuti alla confusione delle foglie di Mandragora con quelle di borragine (a Creta,(46); in Sicilia,(47)), o con quelle di barbabietola e spinaci (in Spagna, (48)).

Per quanto riguarda i frutti, agli inizi degli anni ‘80, nell’isola greca di Delos, un turista, uomo di 55 anni, ne mangiò una decina della specie M. autumnalis. Dopo un’ora e mezza iniziò a percepire disturbi dell’accomodazione e uno stato ansioso. All’ingresso in ospedale, a 2 ore e mezza dall’ingestione, l’uomo presentava tachicardia, midriasi e confusione mentale. Fu trattato con prostigmina e l’evento si risolse positivamente (49). Nel 2010, un uomo di 35 anni fu ammesso in un pronto soccorso ospedaliero greco vittima di un’intensa sindrome anticolinergica, con sintomi sia centrali che periferici. Aveva assunto un’ora prima 5 frutti di M. autumnalis, come suggerito dalla sua compagna con lo scopo di aumentare la performance sessuale. I sintomi riscontrati erano nausea, vomito, dolore addominale, agitazione, aggressività, allucinazioni, midriasi, secchezza delle fauci e cutanea, ipertermia (38,1°C), tachicardia e aumento della pressione arteriosa. Trattato con fisostigmina, i sintomi anticolinergici svanirono totalmente (50).

I motivi della grande variabilità d’effetto dell’ingestione dei frutti di Mandragora, dalla loro piena commestibilità alla possibilità di ritrovarsi in ospedale per averne mangiati anche solo in numero di cinque, restano da chiarire, e la causa più plausibile potrebbe risiedere in un’ampia variabilità della concentrazione degli alcaloidi tropanici, dovuta a fattori geografici, ecologici, meteorologici o provocati da chissà quali fattori metabolici. Resta il fatto che la loro ingestione come innocuo alimento è un comportamento a rischio che a mio avviso deve essere fortemente sconsigliato.

La Mandragora in ItaliaSchermata 2017-10-05 alle 10.41.22

Nell’argomentare sulla Mandragora, colgo l’occasione per descrivere lo stato attuale della sua presenza nel nostro territorio; presenza che in questi ultimi decenni si sta facendo sempre più rarefatta, per cause antropiche quali la sua raccolta indiscriminata e l’ampio impiego, spesso illecito, dei diserbanti.

Nel 1925, Adriano Fiori riportava che in Italia M. officinarum (vernalis) era presente nell’Italia settentrionale nel Bosco dei Nordi presso Chioggia, nei pressi di Rovigo, in qualche luogo del veronese e vicentino, e in Val d’Aosta a Châtillon; era ancora presente nell’Italia Centrale nei pressi di Monfalcone (Marche) e in Umbria lungo la Norcia (51).

Nel 1959, Maugini (52) riportava la officinarum nei medesimi luoghi riportati da Fiori, ma non più nei pressi di Rovigo, e forse in Sicilia nell’area di Francavilla. La var. microcarpa della M. autumnalis, caratterizzata dai frutti oblunghi, è stata registrata nel Napoletano, in Lucania (Pomarico), e in Sardegna (Decimo, Mandas, Guasila, Ussana). In un più recente censimento botanico, datato al 2003, Sandro Pignatti ha riportato la presenza dell’officinarum in Italia del Nord in esigue stazioni nei pressi di Chioggia, nelle Prealpi Vicentine e nel Veronese, e in Val d’Aosta a Châtillon; le stazioni precedentemente segnalate per l’Italia Centrale nelle Marche (Smerillo) e in Umbria (lungo la Norcia) erano date per estinte; mentre registrava M. autumnalis in Sicilia, Sardegna e Italia Meridionale, e “segnalata anticamente nel Lazio sul Monte Lucretile” (53).

In base alle mie indagini e informazioni corologiche (per corologia si intende la diffusione geografica di una pianta), è possibile che M. officinarum abbia subito in questi ultimi anni una totale estinzione nell’Italia settentrionale, mentre M. autumnalis continua a essere presente nell’Italia meridionale, grandi isole incluse, sebbene in diverse aree abbia subito una notevole rarefazione. Ad esempio, da diversi anni la sua presenza non viene più registrata per il basso Salento, mentre continua a essere registrata per l’area tarantina.

Agli inizi degli anni 2000, alcune ricerche demonologiche (registrazione e catalogazione della tradizione orale folklorica) sviluppate in Valcamonica (54) e sui Monti Sibillini (55), hanno fatto emergere nuovi interessanti elementi relativi alle credenze che ruotano attorno alla Mandragora.

Un fatto sorprendente riguarda le testimonianze di anziani del luogo che, sia in Valcamonica che sui Monti Sibillini, affermavano che la pianta della Mandragora cresceva ancora in luoghi a loro ben noti. Ciò in apparente contraddizione con la constatazione corologica che la pianta della Mandragora da tempo non è più presente in Valcamonica (provincia di Brescia), e che da alcuni decenni è considerata estinta sui Monti Sibillini.

Per tale motivo, gli Autori di queste ricerche demonologiche mi coinvolsero, con lo scopo di verificare se in quei luoghi indicati dagli anziani fosse effettivamente ancora presente la Mandragora. Ma la mia attenta ricognizione botanica rivelò l’assenza della pianta, e l’analisi dei racconti degli anziani e della storia del territorio mi fece comprendere come quei prati da loro indicati rappresentassero in realtà luoghi, localizzati tutti oltre il confine degli antichi cimiteri parrocchiali, in cui un tempo venivano seppelliti gli individui non meritevoli di essere inumati in un cimitero cristiano, e dove venivano eseguite le impiccagioni.

Ed è proprio quest’ultimo dato che chiarisce la “presenza” della Mandragora, in quanto nel folclore europeo era diffusa la credenza che la Mandragora nascesse nei terreni dove cadeva lo sperma degli impiccati; un fenomeno, quello del rilascio delle secrezioni corporee, che effettivamente accade in seguito alla morte per impiccagione.

A testimonianza dell’associazione simbolica sperma-Mandragora, in Toscana era diffuso il detto “seminar mandragore per i boschi” per indicare l’atto di masturbarsi (56). Ancora in tempi relativamente recenti, nella cultura popolare italiana il termine Mandragora indicava l’erotomane (57).

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16. Bouquet J op cit (p 42)

17. Izzi M op cit (p 43)

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23. Si vedano i chiarimenti riportati da Bosse-Griffiths op cit

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32. LeQuellec JL op cit 3:83

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34. Pata R (1944) Jewish folk-cures for barrenness. Folkl 55:117-124

35. Toro G op cit (p 96)

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45. Bellakhdar J op cit (p 501)

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49. Vlachos P et al (1982) A case of mandrake poisoning. J Toxicol Clin Toxicol 19:521-522

50. Nikolau P et al op cit

51. Fiori A (1925/29) Nuova flora analitica d’Italia. Edagricole Bologna II:316

52. Maugini E op cit

53. Pignatti S (2003) Flora d’Italia. Edagricole Bologna II:518-519

54. Cominelli C et al (2004) Per una storia della Mandragora nell’immaginario della Valcamonica. Eleusis 8:3-42

55. Re D, Treggiari S (2004) Sulle tracce dell’erba antimonia. La Mandragora nel folclore dell’Appennino Centrale. Eleusis 8:43-54

56. Borghini A (2000) “Seminare mandragore per i boschi”. Antefatti folklorici di un modo di dire. Le Apuane 39:143-5

57. Toro G op cit (p. 98)

Il tocco lieve della Piantaggine

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1990. La nave americana si dirige verso il porto di Genova (o forse è successo prima a Trieste?) con un carico di copertoni usati. I marinai attraccano; i copertoni vengono portati a terra e cominciano il loro viaggio per le strade d’Italia. Ma recano con sé dei clandestini. Migliaia di clandestini. Minuscoli, nascosti in quelle piccole pozze d’acqua piovana raccoltasi all’interno degli pneumatici. Sono larve acquatiche che si nutrono di batteri e respirano aria atmosferica grazie a lunghi sifoni respiratori. Attendono, nascoste nei copertoni. E presto si trasformeranno. Acquisite le ali, l’invasione può avere inizio. Una dopo l’altra cadono le principali città padane: Padova, Rovigo, Brescia, Torino, Bologna. Ed è solo il principio, la prima campagna d’Italia di Aedes albopictus. Ben presto, pochi sono i luoghi che possono dirsi al sicuro: solo la montagna, con i suoi inverni troppo freddi, o l’arido meridione. Vola poco la zanzara tigre, ma l’uomo ne trasporta inconsapevolmente le uova e le larve nascoste nei camion e nelle navi. È stato così fin dall’inizio, quando ha disboscato le sue sedi remote nel fitto delle foreste dell’Asia meridionale. Da lì è partita l’invasione. Ha conquistato dapprima l’Asia, crogiolo di vie commerciali, poi si è volta verso Occidente: le Americhe, e infine l’Europa. Non c’è scampo. Aedes albopictus attacca anche di giorno. E il nostro corpo non è ancora preparato a sopportare l’iniezione anticoagulante dell’insetto. Le punture gonfiano e prudono. Parecchio (1).

Non c’è scampo. Ma c’è una pianta che può aiutare a neutralizzare il fastidio. Basta sfregarne le foglie sulla puntura e, in breve, il prurito scompare. Ed è una pianta che, per certi versi, ha una storia simile e contraria a quella della zanzara: la Piantaggine.

Mucillagine, per aderire all’ambiente

Il genere Plantago (famiglia Plantaginaceae) comprende circa 275 specie annuali e perenni distribuite in tutto il mondo. Tre le specie più utilizzate: Plantago major L., Plantago lanceolata L. e Plantago asiatica L. Sono piante erbacee con foglie ellittiche che formano una rosetta basale dal cui centro si diparte l’infiorescenza, cilindrica, a spiga, con numerosi semi ermafroditi le cui grosse antere sporgono dalla corolla (2,3). La fioritura inizia in primavera e si protrae fino a settembre, e il polline dei suoi fiori può essere causa di allergie, spesso correlate a quelle delle Graminacee. Riniti, asma, congiuntiviti: un piccolo scotto che ad alcuni tocca pagare per una pianta altrimenti utilissima (4). Il frutto è una capsula ovale che contiene piccoli semi (ce ne sono quasi 20000 per scapo fiorale). E sono proprio questi semi la chiave del suo successo, ciò che le ha permesso di espandersi in ogni dove. Il rivestimento del seme presenta delle cellule particolari in grado di produrre mucillagini. La loro parete cellulare è ricca di pectine, che rigonfiano quando piove portando il seme ad aumentare di dimensione fino a 4 volte. Le mucillagini hanno una triplice funzione: forniscono una riserva d’acqua per l’embrione; proteggono il seme quando viene ingerito dagli uccelli e ne favoriscono l’espulsione; conferiscono al seme proprietà adesive, che gli permettono di attaccarsi alle zampe degli animali di passaggio. Gli uccelli sono ghiotti dei suoi semi, e la pianta ha sviluppato con essi un rapporto simbiotico: cibo in cambio di un aiuto nella germinazione. Se la germinabilità dei semi è normalmente del 56%, quando questi passano attraverso l’apparato digerente degli uccelli, diventa del 100%. Si parla, in questo caso, di diffusione endozoocora (5). Ma è l’altra diffusione, quella epizoocora, che si è resa protagonista di una grande invasione. E, come per la zanzara tigre, il vettore è Homo sapiens.

Schermata 2017-07-25 alle 11.29.28Una storia accanto agli uomini

Di nuovo una nave. Non più dall’America, ma per l’America. Da un qualche porto europeo un gruppo di coloni parte a cercare fortuna nel Nuovo Mondo. Non è passato molto dai viaggi di Colombo; l’America è un continente vergine, da conquistare, agli occhi degli Europei. Ma un’altra conquista ha luogo. Silenziosa. Eppure fulminea come quella dei Visi pallidi, che segue, è il caso di dirlo, a ruota. I coloni portano con sé dei semi di Piantaggine; la coltivano nei loro orti sulla costa americana, ma, ben presto, la pianta evade. I suoi semi si attaccano alle scarpe e ai pantaloni degli Europei, e alle ruote dei loro carri. E verdi macchie di Piantaggine spuntano ovunque essi vadano. L’impronta dell’uomo bianco: così la chiamano gli Indiani, che la vedono comparire dappertutto assieme agli invasori (6). Ma la conquista dell’America di questa specie di origine eurasiatica è solo uno dei tanti capitoli che essa occupa nella storia. I Greci e i Romani la conoscevano e ne apprezzavano le proprietà al punto che Temisone di Laodicea, fondatore della scuola metodica di medicina nel I secolo a.C., le dedicò un trattato apposito: De plantagine, che purtroppo non ci è pervenuto (7). Pochi secoli dopo (siamo tra il terzo e il quinto d.C.), i semi di Piantaggine compaiono negli stomaci delle cosiddette mummie di palude, antichi uomini dell’Europa del nord i cui corpi si sono conservati fino ad oggi, mummificati naturalmente grazie all’ambiente asfittico delle torbiere (8). In tempi più recenti veniva coltivata nei giardini dei monasteri e fa la sua comparsa, nonostante il suo aspetto umile e dimesso, anche nell’arte e nella letteratura. All’inizio del XVI secolo compare negli acquarelli Albrecht Dürer, dove, semplice erbaccia assieme ad altre erbacce, conquista la sublimità di ciò che è naturale e selvatico, espressa con vivido realismo dal pittore tedesco (9). Alla fine del secolo, invece, entra nei teatri grazie al genio di Shakespeare, che le dedica qualche verso in Romeo e Giulietta (10).

Schermata 2017-07-25 alle 11.30.01Un rimedio polivalente

Ma perché la Piantaggine è stata, da sempre, così apprezzata? Pare che abbia numerose proprietà benefiche, tanto da poter essere considerata una sorta di pronto soccorso da campo. Il medico greco Dioscoride (I sec. d.C.) la dice utile per una lunga serie di disturbi (11). Sarebbe ottima per asciugare le ferite e aiutarle a rimarginare, contro le ulcere, per stagnare il sangue e cicatrizzare i tagli, contro i morsi dei cani, le infiammazioni e la dissenteria. Ma anche per gli epilettici, gli asmatici e coloro che soffrono di piaghe in bocca. Il succo delle foglie aiuterebbe a eliminare il mal d’orecchie e darebbe sollievo agli occhi. A tal proposito, aggiunge il suo contemporaneo Columella, che si occupava di agricoltura, sarebbe utile creare un collirio mischiando il succo della Piantaggine con del miele estratto dai favi senza l’uso del fumo o, in mancanza di questo, con del miele di timo (12). Ma l’elenco di Dioscoride prosegue: la Piantaggine è utile per il sanguinamento delle gengive e per la dissenteria (somministrata per clistere). Bevuta assieme al vino è indicata per chi ha problemi intestinali e per chi sputa sangue. La radice, inoltre, allevierebbe il mal di denti. Anche Plinio il Vecchio ricorda le sue proprietà cicatrizzanti, e la dice utile contro il catarro (13). Dall’antichità al medioevo: tra gli altri impieghi, fa la sua comparsa nella letteratura medica la curiosa applicazione topica delle foglie di Piantaggine per ridare tono alla vagina ut etiam corrupta appareat virgo (14). E dal medioevo ai giorni nostri. Tralasciando il consumo delle foglie in insalata, gli impieghi che la medicina popolare ha per la Piantaggine sono numerosissimi. In Inghilterra viene usata per le sue proprietà emostatiche e antisettiche, per le vene varicose, per eliminare il pus, come sollievo contro le punture (tutti i tipi di punture, non solo quelle delle zanzare, di cui dicevamo prima), come tonico, per la tosse e per lenire le scottature. In Irlanda, invece, si ha la credenza che una pagina della foglia sia in grado di espellere il pus, mentre all’altra pagina sono attribuite le facoltà curative. È usata per gonfiori, screpolature, calli, verruche, mal di testa, gotta, problemi al fegato e, mischiata al latte, come ricostituente per i bambini deboli (15). E ancora. Le foglie di Plantago major sono usate in molti Paesi per la guarigione delle ferite, per le infezioni (della pelle e non solo), per i disordini digestivi e respiratori, per migliorare la circolazione e la riproduzione, come antidolorifico e per prevenire l’insorgenza del cancro. Plantago lanceolata è considerata anch’essa nel trattamento delle ferite e delle infiammazioni; inoltre è ritenuta antibatterica, diuretica, antiasmatica, in grado di contrastare artrite, gotta, problemi della bocca e della pelle. Plantago asiatica è usata nella medicina popolare come antipiretico, antitussivo, diuretico, cicatrizzante. Le fibre dei semi di numerose specie (Plantago afra L., Plantago ovata Forssk., Plantago indica L., Plantago major L.), inoltre, sono impiegate per promuovere la motilità intestinale. Alcune tribù messicane, poi, mischiano i semi di Piantaggine con acqua per formare un ammasso gelatinoso in grado di alleviare il mal di stomaco (16).

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Nuove prospettive dalle evidenze scientifiche

Una tradizione d’uso millenaria e variegata, dunque, quella della Piantaggine che, negli ultimi anni, si è confrontata con l’indagine scientifica. Le analisi hanno rivelato la presenza, nelle foglie, di un complesso cocktail di sostanze attive che la pianta ha sviluppato per proteggersi dai patogeni, dagli erbivori e con funzione allelopatica, regolando le interazioni tra piante diverse. Glicosidi fenilpropanoidi, iridoidi (come l’aucubina), triterpeni, flavonoidi, acidi fenolici: tutte sostanze che contribuiscono anche ai numerosi effetti che la Piantaggine sembra avere sul nostro organismo (17). Effetti che, a fronte della mole di dati etnobotanici, sono stati studiati con metodo scientifico, cercando di dare una spiegazione all’immensa fortuna di cui la Piantaggine gode a livello popolare. Numerose le proprietà della pianta che hanno trovato un riscontro scientifico. Innanzitutto la sua attività antiossidante (18). È in grado infatti, di stimolare il corpo a produrre quantità più elevate del normale di antiossidanti quali superossido dismutasi e glutatione (19). Connesse, l’attività antinfiammatoria che, grazie a composti come l’aucubigenina e gli acidi ursolico e oleanolico, riesce a inibire i mediatori dell’infiammazione, e quella cicatrizzante (20). Quest’ultima si esplica con un’accelerazione del tasso di contrazione e di epitelizzazione delle ferite. Ma non solo. È anche in grado di modulare l’immunità cellulo-mediata, di agire contro alcuni virus e cellule tumorali; ha effetti ematopoietici e, grazie alla stimolazione del sistema immunitario, antimicrobici. A questi si sommino moderati effetti antiparassitari nei confronti del protozoo responsabile della giardiasi, che dà sintomi di tipo gastrointestinale. È diuretica. E, per finire, nonostante il suo polline possa provocare allergie, gli estratti etanolici delle foglie si sono dimostrati in grado di inibire il rilascio di istamina IgE dipendente: effetti antiallergici, dunque (21). Un discorso a sé stante meritano i semi della Piantaggine. Come dicevamo sopra, sono ricchi di mucillagine, che ne rappresenta il principio attivo. Costituita di una porzione polisaccaridica solubile formata perlopiù (85%) da arabinoxilani, questa mucillagine non è utile soltanto per la dispersione dei semi: anche l’uomo ha saputo trarne vantaggio, impiegandola per regolarizzare le funzioni intestinali. In quanto lassativi formanti massa, i semi di Piantaggine sono in grado di richiamare acqua, una volta nell’intestino, e di rigonfiare grazie alla mucillagine in essi contenuta. L’aumento di volume stimola la peristalsi e favorisce l’espulsione delle feci nei soggetti affetti da costipazione. Le feci, inoltre, diventano più soffici, provocando meno dolore a chi è soggetto a emorroidi o ha subito un intervento chirurgico in loco. E tuttavia non servono solo per la costipazione, ma anche per il suo contrario: diarrea, sia cronica sia acuta. Gli effetti antidiarroici sono anch’essi dovuti all’azione delle mucillagini, che assorbono i liquidi in eccesso nell’intestino, aumentano la viscosità delle feci e, di conseguenza, il tempo di transito intestinale, regolarizzando la defecazione (22).

La Piantaggine e l’ambiente

Le virtù della Piantaggine non si limitano alla cura dell’uomo. È una pianta resistente e caparbia, che tollera bene il calpestio, così come i terreni inquinati, e prospera anche lungo le strade cittadine. E questa sua tolleranza fa sì che possa essere impiegata anche per risanare l’ambiente. Non solo tollera gli inquinanti, ma è anche in grado di accumularne alcuni, come i metalli pesanti, eliminandoli dal suolo. Il piombo prima di tutto, prevalentemente ad opera di Plantago major, ma anche rame e zinco (Plantago lanceolata) (23). Sembra quasi che sia la natura stessa a farla crescere in luoghi che necessitano di un risanamento. E se la sua capacità di ripulire il suolo non bastasse, di recente si sono studiate le sue applicazioni per eliminare i coloranti dalle acque di scarico. Le industrie tessili, della gomma, del cuoio, della carta, della plastica, dei cosmetici (ecc.) ogni anno rilasciano nella biosfera 1-2 milioni di kilogrammi di coloranti. Sono, questi, molecole sintetiche dalla complessa struttura aromatica resistenti alla degradazione biologica, stabili alla luce, al calore e all’ossidazione. Come eliminarli dalle acque in cui sono confluiti? Il metodo più utilizzato è quello della coagulazione-flocculazione. Ed è qui che entrano in gioco le mucillagini della Piantaggine, che fungono da agente coagulante in grado di riunire le molecole di colorante disperse in acqua perché possano poi essere rimosse con mezzi fisici (24). Un regalo in più che questa piccola pianta dall’aspetto così umile e trasandato è in grado di offrire all’uomo e al mondo intero. 

Bibliografia

1. Di Domenico M (2008) Clandestini. Animali e piante senza permesso di soggiorno. Bollati Boringhieri, Torino: 178-181
2. Gonçalves S, Romano A (2016) The medicinal potential of plants from the genus Plantago (Plantaginaceae). Industrial Crops and Products 83:213-226, pp. 213, 223
3. Appendino G, Luciano R, Salvo R (2012) Flora urbica. Erbe di città. Erbe spontanee su marciapiedi, muri, bordi strade nelle città. Volume primo: Erbe commestibili, medicinali, tossiche. Arabafenice, Boves: 170
4. Gademaier G, Eichhorn S, Vejvar E, Weilnböch L, Lang R et al (2014) Plantago lanceolata: An important trigger of summer pollinosis with limited IgE cross-reactivity. J Allergy Clin Immunol 134:2:475.e5
5. Kreitschitz A, Kovalev A, Gorb SN (2016) “Sticky invasion” – the physical properties of Plantago lanceolata L. seed mucilage. Beilstein J Nanotechnol 7:1918-1927
6. Mitich LW (1987) White Man’s Foot: Broadleaf Plantain. Weed Technology 1:3:250-251
7. È Plinio il Vecchio a darcene notizia: Naturalis Historia 25.80
8. Mitich LW (1987) op cit
9. Dürer A (1503), La grande zolla (Das große Rasenstück). Vedi immagine in apertura articolo.
10. Atto primo, scena seconda.
11. Dioscoride De materia medica 2.126
12. Columella De re rustica 6.33.2
13. Plinio il Vecchio, Naturalis Historia 25.80
14. Appendino G et al (2012) op cit: 170
15. Allen DE, Hatfield G (2004) Medicinal Plant in Folk Tradition. An Ethnobotany of Britain & Ireland. Timber Press, Portland – Cambridge: 247-248
16. Gonçalves S, Romano A (2016) op cit: 214
17. Ibidem
18. Ivi: 215
19. Hussan F, Haryani Osman Basah R, Rafizul Mohd Yusof M et al (2015) Plantago major treatment enhanced innate antioxidant activity in experimental acetaminophen toxicity. Asian Pacific Journal of Tropical Biomedicine 5:9:728-732
20. Riva E (2011) L’universo delle piante medicinali. Trattato storico, botanico e farmacologico di 400 piante di tutto il mondo. Tassotti Editore, Bassano (19951):246
21. Per una rassegna degli effetti di Piantaggine (P. major, nello specifico): WHO (2010) WHO monographs on medicinal plants commonly used in the Newly Independent States (NIS). WHO Press, Geneva: 318-322
22. WHO (1999) WHO monographs on selected medicinal plants. Vol.1 WHO Press Geneva:208-209
23. Romeh AA, Khamis MA, Metwally SM (2016) Potential of Plantago major L. for Phytoremediation of Lead-Contaminated Soil and Water. Water Air Soil Pollut 227:9
24. Chaibakhsh N, Ahmadi N, Zanjanchi MA (2014) Use of Plantago major L. as a natural coagulant for optimized decolorization of dye-containing wastewater. Industrial Crops and Products 61:169-175

L’attuazione del Protocollo di Nagoya in Europa: Il Regolamento ABS

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Il 9 giugno 2014, è entrato in vigore il Regolamento (UE) n.511/2014 “sulle misure di conformità per gli utilizzatori risultanti dal protocollo di Nagoya relativo all’accesso alle risorse genetiche e alla giusta ed equa ripartizione dei benefici derivanti dalla loro utilizzazione nell’Unione” (anche “Regolamento ABS”). Il Regolamento ha la finalità di attuare in modo uniforme nel territorio europeo una parte del Protocollo di Nagoya sull’accesso alle risorse genetiche e sulla giusta ed equa condivisione dei benefici derivanti dal loro utilizzo, in particolare il c.d. “user compliance pillar”. Con questa espressione si usa identificare l’insieme di regole del Protocollo che obbligano gli Stati parte a definire misure (leggi, norme amministrative ed altro) per garantire che gli utilizzatori che operano nell’ambito della rispettiva giurisdizione rispettino le norme sull’accesso dei Paesi fornitori. Il Regolamento si rivolge agli “utilizzatori” di risorse genetiche e di conoscenze tradizionali associate alle risorse genetiche, ovvero a “qualsiasi persona fisica o giuridica che utilizza risorse genetiche o conoscenze tradizionali associate alle risorse genetiche” (art. 3, par. 4 Regolamento ABS), indipendentemente dalle rispettive dimensioni o dall’uso cui sono destinate le risorse (commerciale o non commerciale). Il Regolamento ABS definisce “utilizzo” qualsiasi “attività di ricerca e sviluppo sulla composizione genetica e/o biochimica delle risorse genetiche, anche attraverso l’applicazione della biotecnologia”, riprendendo la definizione data dal Protocollo di Nagoya (art. 2 lett. c).

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Come si intuisce, il Regolamento ABS si rivolge a una platea molto ampia di destinatari che operano nel mondo della ricerca scientifica e accademica, in quello della conservazione (orti botanici, banche genetiche, collezioni…), e – nell’ambito della produzione e del mercato – nei settori biotecnologico, farmaceutico, cosmetico, agro alimentare, sementiero, zootecnico, dell’itticoltura, del biocontrollo e dei biostimolanti, della floricoltura, del vivaismo …

In tutti questi ambiti il Regolamento va a spiegare i suoi effetti nelle varie attività che si dipanano lungo tutta la catena di valore dei possibili “utilizzi” di risorse genetiche di origine vegetale, animale e microbica: dal “reperimento” e l’apprensione materiale della risorsa genetica, fino allo sviluppo finale del prodotto. È opportuno premettere che il Regolamento e il Protocollo di Nagoya si applicano solo laddove sia svolta un’attività di ricerca e sviluppo: non sono soggetti, quindi, alla disciplina dell’ABS il commercio e l’impiego di una risorsa genetica quale “bene di consumo” (“commodity”), come ad esempio l’importazione di un prodotto destinato al consumo diretto o di un materiale usualmente incorporato come ingrediente in un prodotto (ad esempio il burro di karitè in un cosmetico, laddove le proprietà del composto biochimico siano già note e non sia condotta alcuna attività di R&S). L’ampiezza dell’ambito di applicazione del Regolamento e la genericità della terminologia utilizzata dal legislatore europeo, ma anche dallo stesso Protocollo di Nagoya, hanno portato la Commissione Europea ad elaborare una serie di Documenti di orientamento per aiutare gli operatori nell’interpretazione dei basilari concetti di “risorsa genetica”, “derivato”, “conoscenza tradizionale”, “utilizzo”, “ricerca e sviluppo”, prevedendo anche specifiche linee guida focalizzate su ciascun settore di interesse. Questi Documenti di orientamento rappresentano un’utile guida per orientare l’utilizzatore nella interpretazione della normativa ABS e per adempiere al primo obbligo di “due diligence”, ovvero rispondere alla fondamentale domanda: l’attività che sto conducendo rientra nell’ambito di applicazione del Regolamento ABS e del Protocollo di Nagoya? Sono soggetto ai relativi obblighi? Il quadro normativo di fonte europea cui dobbiamo fare riferimento, per la specifica materia, è quindi, ad oggi composto da:

1. il regolamento (UE) n.511/2014, entrato in vigore il 9 giugno 2014 e applicabile in tutto il territorio dell’Unione europea dal 12 ottobre 2014; è prevista l’applicazione differita al 12 ottobre 2015, per gli articoli 4 (obblighi degli utilizzatori), 7 (monitoraggio della conformità dell’utilizzatore) e 9 (controlli sulla conformità dell’utilizzatore);

2. il regolamento di Esecuzione (UE) 2015/1866 della Commissione europea del 13 ottobre 2015, entrato in vigore il 9 novembre 2015, che dà una disciplina di dettaglio di alcune disposizioni del Regolamento ABS;

3. il “Documento di orientamento relativo all’ambito di applicazione e ai principali obblighi del regolamento (UE) n. 511/2014 del Parlamento europeo e del Consiglio sulle misure di conformità per gli utilizzatori risultanti dal Protocollo di Nagoya relativo all’accesso alle risorse genetiche e alla giusta ed equa ripartizione dei benefici derivanti dalla loro utilizzazione nell’Unione” – 2016/C 313/01, pubblicato in G.U. dell’Unione Europea il 27 agosto 2016, che consiste in una serie di indicazioni elaborate dalla Commissione europea sull’ambito di applicazione del Regolamento;

4. Linee Guida verticali per settore (animal breeding, biocontrol and biostimulants, biotechnologies, cosmetics, food and feed, pharmaceuticals, plant breeding) sul concetto di utilizzo, in corso di elaborazione.

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I contenuti del Regolamento ABS

Il nucleo della disciplina regolamentare si articola su un doppio binario di regole, “impositive” da un lato e “facilitative” dall’altro, con lo scopo di garantire che gli utilizzi di risorse genetiche e/o conoscenze tradizionali ad esse associate nel territorio dell’Unione europea avvengano in conformità alle norme sull’ABS del Protocollo di Nagoya.

Regole impositive:

• obblighi di due diligence in capo agli “utilizzatori”;

• sistema di monitoraggio degli “utilizzatori”;

• controllo degli “utilizzatori”;

• previsione di sanzioni a carico degli utilizzatori inadempienti.

Regole facilitative

hanno lo scopo di agevolare e promuovere il rispetto dei suddetti obblighi di due diligence:

• istituzione di un Registro europeo delle collezioni di risorse genetiche ritenute “affidabili”, sotto il profilo della loro acquisizione, conservazione e gestione;

• istituzione di un sistema di riconoscimento di “best practices” elaborate ed applicate nei vari settori interessati coerenti agli scopi del Regolamento ABS.

La due diligence dell’utilizzatore

Il principale obbligo per gli utilizzatori previsto dal regolamento consiste nell’esercitare “la dovuta diligenza per accertare se l’accesso alle risorse genetiche […] che utilizzano sia avvenuto in conformità delle disposizioni legislative e regolamentari applicabili in materia di accesso e di ripartizione dei benefici e che i benefici siano ripartiti in maniera giusta ed equa in base a termini reciprocamente concordati, in conformità delle disposizioni legislative o regolamentari applicabili” (art. 4 par. 1 Regolamento ABS). La due diligence si traduce innanzitutto nell’obbligo di “accertarsi”, attraverso una raccolta mirata ed analitica di informazioni, che la risorsa genetica in questione e/o la conoscenza tradizionale associata (ricadente nell’ambito di applicazione del Regolamento ABS) sia utilizzata sulla base di un PIC, o un analogo permesso rilasciato dal Paese fornitore, e di un MAT che preveda la ripartizione dei benefici.

L’esercizio della due diligence si estende poi all’obbligo di:

a) conservare tali informazioni (20 anni);

b) di trasferirle agli utilizzatori successivi ;

c) di attivarsi, nei casi in cui le informazioni possedute non risultino “sufficienti o persistano incertezze circa la legalità dell’accesso e dell’utilizzazione”, per rimediare a tali carenze, ottenendo il relativo PIC (o documento equivalente) e stipulando il MAT;

d) di interrompere l’utilizzo, nei casi in cui non sia possibile rimediare all’insufficienza o all’incertezza delle informazioni possedute.

Le Linee Guida della Commissione europea, di recente emanazione, precisano che “nello specifico contesto del regolamento ABS, la conformità all’obbligo di dovuta diligenza dovrebbe garantire che le informazioni necessarie relative alle risorse genetiche siano disponibili lungo tutta la catena di valore dell’Unione” (par. 3.1.).

Il monitoraggio dell’utilizzatore: i check-point e la c.d. “dichiarazione di due diligence

In base a questo complesso di regole, gli utilizzatori sono obbligati a presentare, in alcuni specifici momenti nel corso delle varie fasi della filiera (che vanno dallo stadio della “ricerca” a quello finale della commercializzazione di un prodotto), ad autorità specifiche individuate dagli Stati Membri (c.d. “Check-point”), una “dichiarazione”, con la quale dimostrino di ottemperare e/o di avere ottemperato agli obblighi di due diligence (la c.d. “dichiarazione di due diligence”). La dichiarazione di due diligence deve essere resa compilando un apposito modello allegato al regolamento di esecuzione (UE) 2015/1866 (All.II, Parte A e Parte B) e ha ad oggetto le informazioni reperite e conservate dall’utilizzatore a norma dell’art. 4 Regolamento ABS. Il meccanismo europeo di monitoraggio si articola su due livelli, che corrispondono alla suddivisione ideale in due fasi dell’intera “catena di valore” delle attività di ricerca e sviluppo nei vari settori interessati dall’ABS:

a) una fase “upstream”, che comprende attività di ricerca di base sulle risorse genetiche e/o sulle conoscenze tradizionali associate, sostenuta usualmente da finanziamenti pubblici e/o privati, i cui attori principali appartengono alla realtà accademica e della ricerca;

b) una fase “downstream”, che comprende il complesso delle attività di ricerca, di base e applicata, di sviluppo, produzione e commercializzazione del prodotto finito, i cui attori appartengono prevalentemente al mondo produttivo e industriale.

Nella fase upstream, gli utilizzatori “beneficiari di finanziamenti alla ricerca che implica l’utilizzazione di risorse genetiche e di conoscenze tradizionali associate” sono obbligati a presentare – in alcuni specifici momenti della ricerca finanziata – una dichiarazione di due diligence, su richiesta dello Stato membro o della Commissione europea, al check-point all’uopo designato.

Nella fase downstream dell’utilizzo, invece, il monitoraggio degli obblighi di due diligence si colloca temporalmente nella “fase finale dello sviluppo di un prodotto”: al verificarsi del primo tra una serie di eventi, identificati dall’art. 6, par. 2 regolamento di esecuzione (UE) 2015/1866, l’utilizzatore è obbligato a presentare al check-point, identificato dallo Stato membro, la dichiarazione di due diligence. Per la trasparenza del sistema ABS le informazioni acquisite dai check-point sono trasmesse all’ABS Clearing-House per la loro pubblicazione e, laddove richiesto dalle circostanze, alle autorità nazionali competenti del Paese fornitore.

Le disposizioni sul monitoraggio del Regolamento ABS prevedono particolari cautele nella trasmissione delle informazioni rilevanti per la tutela della riservatezza delle informazioni commerciali o industriali.

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La violazione degli obblighi di due diligence dell’utilizzatore: i controlli e le sanzioni

Il Regolamento ABS prevede un sistema di controlli e di sanzioni in caso di violazione degli obblighi di due diligence. Con riguardo a questi aspetti il Regolamento impone agli Stati membri di adottare specifiche norme di implementazione. L’articolo 9, infatti, prescrive agli Stati membri di adottare controlli “efficaci, proporzionati e dissuasivi” rispondenti a requisiti minimi ivi descritti. Si evidenzia che i controlli possono prevedere verifiche presso le sedi degli utilizzatori e possono includere l’esame delle misure, protocolli e procedure interne di due diligence adottate, di registri e documentazione rilevante, delle dichiarazioni di due diligence eventualmente presentate. In caso di “carenze” e a seconda della loro gravità, possono essere adottate “misure o interventi correttivi” da parte dell’Autorità competente, “misure provvisorie immediate”, ovvero “sanzioni” quando siano riscontrate violazioni agli obblighi di due diligence. Con riguardo a quest’ultimo aspetto, il legislatore europeo richiede a ciascuno Stato membro di prevedere un sistema di sanzioni “efficaci, proporzionate e dissuasive […] da applicare in caso di violazione degli articoli 4 e 7” e di adottare “tutte le misure necessarie per assicurarne l’applicazione”.

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Le regole facilitative della compliance al Regolamento ABS: il Registro europeo delle Collezioni e il riconoscimento europeo di “best practices” dell’ABS 

Il Regolamento prevede l’istituzione di un Registro europeo delle collezioni di risorse genetiche ritenute “affidabili”, sotto il profilo della loro acquisizione, conservazione e gestione. Gli utilizzatori che acquisiscono risorse genetiche da una collezione inclusa (interamente o parzialmente) in tale Registro sono considerati ottemperanti rispetto all’obbligo di dovuta diligenza per quanto riguarda la ricerca delle informazioni relative alle risorse ottenute da tale collezione (la parte pertinente inclusa nel registro). L’articolo 8 del Regolamento ABS istituisce un sistema di riconoscimento di “best practices(“pratiche”, “procedure interne”, “codici di condotta” “modelli di clausole contrattuali standard”) elaborate dalle Associazioni di utilizzatori (Associazioni di categoria o altre parti interessate) ed applicate nei vari settori interessati coerenti agli scopi del Regolamento ABS. L’attuazione di best practices riconosciute da parte di un utilizzatore riduce il rischio di non conformità dello stesso utilizzatore e, secondo quanto stabilisce lo stesso Regolamento, “giustifica una riduzione dei controlli di conformità” (Considerando 24) Premesse). Il regolamento (UE) di esecuzione n. 2015/1866 raccomanda anche alle Autorità competenti degli Stati membri di tenere in debito conto, nel monitorare la conformità dell’utilizzatore, dell’efficace attuazione di migliori prassi riconosciute da parte degli utilizzatori (Considerando n. 2).

L’implementazione del Regolamento ABS negli Stati membri

Il Regolamento, per essere efficacemente e pienamente attuato nel territorio dell’Unione, richiede da parte degli Stati Membri l’adozione di alcune specifiche misure, ovvero:

a) la designazione delle Autorità competenti ABS “responsabili dell’applicazione del Regolamento”;

b) la designazione dei Checkpoint (autorità deputate alla fase del monitoraggio);

c) l’adozione di un sistema di controlli per le Collezioni registrate e gli utilizzatori;

d) l’adozione di un quadro sanzionatorio per la violazione degli obblighi regolamentari.

L’Italia non ha ancora adottato alcuna misura legislativa di implementazione del Regolamento ABS, ponendosi in ritardo rispetto alla maggior parte dei Paesi europei che hanno in larga parte già adempiuto a questi obblighi (tra i quali, ad esempio, Danimarca, Finlandia, Francia, Spagna, Germania, Gran Bretagna, Ungheria). Uno schema di disegno di legge sulla ratifica ed attuazione del protocollo di Nagoya e sull’adeguamento in ambito nazionale di quanto disposto dal regolamento ABS UE n. 511/2014, è attualmente in corso di esame e discussione interministeriale. Nell’attesa della piena attuazione da parte dell’Italia del Regolamento ABS, è opportuno che i potenziali destinatari del Regolamento, che operano nel nostro Paese, si attivino per prendere consapevolezza dei nuovi obblighi di fonte comunitaria e internazionale, per determinare il livello di esposizione al rischio di “non compliance” con la normativa ABS per la propria attività e adottare le indispensabili cautele nella gestione di questi rischi. L’attuale assenza di uno specifico quadro sanzionatorio per la violazione del Regolamento non può essere considerato un elemento sufficiente per ritenersi esonerati dagli obblighi in materia di ABS. Molti Paesi fornitori di risorse genetiche, infatti, Parti del Protocollo di Nagoya (e anche non ancora Parti del Protocollo) hanno adottato da anni normative sull’accesso, la cui violazione espone il trasgressore a pesanti conseguenze sul piano sanzionatorio e di immagine. Inoltre, molte procedure di rilascio di autorizzazioni o di notifica per l’immissione al commercio di prodotti nel territorio europeo, come pure di finanziamento di attività di R&S, sono accentrate presso organi UE, che richiederanno agli interessati la specifica dichiarazione di “due diligence”, indipendentemente dallo stato della implementazione della nostra normativa nazionale. Ed ancora, nel caso in cui la propria attività (che comprenda R&S su risorse genetiche e conoscenze tradizionali associate) si collochi in uno specifico segmento della filiera produttiva per la messa in commercio di uno specifico prodotto, essere adempienti rispetto alla normativa ABS ed informati sulle sue implicazioni rappresenta sicuramente un requisito indispensabile e dirimente, in termini di competitività nel proprio settore di riferimento.

per contatti con l’autore: v.veneroso@anello.it

La ricerca della tranquillità

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L’utilizzo di derivati naturali di estrazione vegetale per contrastare stati di ansia, depressione, insonnia e simili disagi si perde nella notte dei tempi, ma è tuttora un popolare rimedio nelle situazioni in cui fatica e ansietà devono essere contrastate. Il ricorso a sostanze naturali ad azione calmante o stimolante si presenta, nel complesso, meno compromettente nei confronti di un naturale equilibrio fisiologico, rispetto a quello dell’uso di farmaci di sintesi. È di uso generalizzato ed antichissimo il ricorso agli estratti di piante conosciute per la loro azione ansiolitica, rilassante e in questo caso la forma di utilizzo più ricorrente è certamente quella dell’infuso. I tradizionali infusi ottenuti in genere da parti essiccate (ma anche fresche, appena colte) di queste erbe sono particolarmente indicati in sindromi ansiose non gravi, e si sono rivelati efficaci soprattutto ai fini di conciliare il sonno, per la loro azione sedativa nel trattamento di insonnia e anche di cefalea. La particolare composizione dell’associazione di ingredienti attivi degli estratti utilizzati consente una somministrazione anche prolungata, senza comparsa di indesiderati effetti collaterali spesso riscontrabili con l’uso, specialmente per lunghi periodi, di farmaci di sintesi. Infatti, il farmaco ansiolitico può ridurre ed anche in modo estremamente efficace i sintomi dell’ansia, ma il suo effetto è temporaneo, per cui l’esigenza di ulteriore assunzione può, oltre che creare disturbi, anche sfociare in una vera e propria forma di dipendenza.

Gli ansiolitici da piante

Non può sorprendere, quindi, l’interesse universale nella ricerca di ansiolitici naturali, cioè estratti da piante, veramente efficaci che possano utilizzarsi in alternativa a farmaci specifici, con la garanzia di una maggiore sicurezza di impiego, senza rischio dell’insorgere di effetti avversi, controindicazioni, assuefazione. Uno dei problemi, se così possiamo chiamarlo, correlato all’impiego di erbe nel contrastare stati di ansia è che gli estratti, nella quasi totalità dei casi, contengono un numero illimitato di componenti, per cui non sempre è facile distinguere e localizzare tra questi quale (o quali) sono quelli veramente efficaci ai fini dello sviluppo di effetto ansiolitico. La moderna ricerca scientifica si è preoccupata, e si sta occupando, anche di questa problematica ed ormai sono ben noti, e di volta in volta spesso identificati nei vari estratti, i componenti attivi a questi fini, quali flavonoidi, fenilpropanoidi, acidi fenolici, ed in particolare alcaloidi e oli essenziali che caratterizzano la funzionalità degli estratti della pianta. Tali molecole possono, di volta in volta, da pianta a pianta, operare secondo diversi meccanismi di azione tra cui, in particolare, quello legato alla via dei GABA-recettori ed a quello della inibizione di enzimi che possono degradare monoammine come serotonina. Non è escluso, comunque, che certi principi attivi possano sviluppare una loro specifica attività atipica od una azione sinergica complementare, integrativa a quella di farmaci di sintesi. La tabella acclusa alla fine del testo elenca un certo numero di piante di cui abbiamo reperito utile documentazione in letteratura circa loro funzionalità ansiolitica, antidepressiva. In tabella abbiamo segnato anche, ove reperiti, i principi attivi che gli autori delle varie ricerche hanno creduto di poter identificare come principali responsabili degli effetti richiesti.

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Le piante a funzione ansiolitica

In questo capitolo porteremo una descrizione più dettagliata delle piante più note e che oggi risultano maggiormente impiegate in preparati terapeutici ed integratori alimentari per combattere stati di ansietà. Per non sbilanciarci in preferenze, abbiano ritenuto opportuno elencarle in ordine alfabetico.

Schermata 2017-07-24 alle 16.15.03Calendula

Per quanto nella medicina popolare tradizionale siano ascritte proprietà ansiolitiche agli estratti da Calendula (Calendula officinalis L.), pure considerata a questi fini anche nella medicina ayurvedica, sono di data recente ricerche che ne hanno confermato scientificamente validi requisiti. Estratti metanolici ed acquosi da parti aeree della pianta, valutati in vari dosaggi (test su topini) hanno rivelato una attività ansiolitica, antispasmodica già quando utilizzata a dosaggio di 100 mg/kg pc, con un effetto, a queste condizioni, paragonabile a quello di diazepam (2 mg/kg). Screening fitochimico ha confermato che l’effetto indotto è da attribuirsi alla presenza nella droga delle parti aeree della pianta di alcaloidi e polifenoli.

Schermata 2017-07-24 alle 16.15.24Camomilla

L’attività ansiolitica, calmante, ipnotica della Camomilla (Matricaria chamomilla L.) è universalmente e scientificamente nota e declamata da tempi immemorabili. Per quanto concerne la sua azione conciliante il sonno, la sua assunzione sotto forma di infuso riduce i tempi di latenza della fase di addormentamento e prolunga il periodo di sonno, riducendo anche l’attività motoria. Anche in questo caso, gli studi più recenti assimilano l’azione ansiolitica e ipnoinducente ad un’azione simile a quella svolta dalle principali categorie di farmaci tradizionalmente impiegati nel trattamento di disturbi ansiogeni: le benzodiazepine. Gli attivi della droga (crisina, apigenina) si legano ai recettori GABA, così come possono avere influenza su altri neurotrasmettitori come le monoammine (dopamina, serotonina).

Centella asiatica

Sono numerose le referenze reperibili in letteratura anche per Centella asiatica L., circa le sue proprietà ansiolitiche e miglioranti le funzioni cognitive. Questi autori non fanno che supportare teorie della dottrina ayurvedica, decisa sostenitrice delle proprietà ansiolitiche di questa pianta. Tale funzione viene attribuita per buona parte alla ricca frazione triterpenica della droga della pianta. Asiaticoside di questi triterpeni si ritiene sia quello più abbondante ed anche il più attivo, ma non è da escludere che possano essere altri componenti della droga ad agire in azione sinergica ai triterpeni incrementandone l’attività.

Gelso bianco

Con funzione ansiolitica, si è potuto verificare che al test HBT (Hole Board Test), un metodo sperimentale utilizzato per valutare livelli di ansietà, stress, emotività e neofilia, il trattamento del soggetto con estratti di Gelso bianco (Morus alba L.) fornisce risultati paragonabili a quelli con trattamento con farmaco specifico (diazepan). Secondo alcuni ricercatori, l’attività ansiolitica degli estratti da Gelso è da ascrivere alla funzione di un agente steroideo della droga.

Ginkgo biloba

Ginkgo biloba (Ginkgo biloba L.) è certamente una delle più antiche piante che forniscono principi attivi da considerarsi “cibi per la mente”. Suoi estratti vengono infatti utilizzati contro una grande varietà di disordini mentali, per aumentare la funzione mnemonica e migliorare in genere il funzionamento della mente. L’effetto ansiolitico-simile accreditato agli estratti della pianta è da attribuirsi ad una serie di terpenoidi presenti nella droga, i ginkgolidi (ginkgolide-A, B,C e bilobalide). Si è potuto verificare che tra i quattro, quello che è in grado di sviluppare la maggiore attività ansiolitica a seguito di somministrazione di preparati che lo contengono, è il ginkgolide-A, che agisce al meglio dopo almeno cinque giorni di trattamento.

Griffonia

Griffonia simplicifolia, una pianta africana, un legume, è stata di recente classificata tra le piante ad attività ansiolitica. Le proprietà terapeutiche di questa pianta sarebbero da attribuire al fatto che nella sua droga si ritrova 5-idrossitritopfano (un derivato del triptofano); la molecola agisce nel nostro organismo da precursore della sintesi della serotonina. Serotonina, una triptammina, è un neurotrasmettitore sintetizzato nel sistema nervoso centrale e principalmente coinvolto nella regolazione dell’umore e del sonno (oltre che dell’appetito). Estratti di Griffonia sembra siano in grado di aumentare la quantità di serotonina in circolo.

Kava

Anche a questa pianta (Piper methisticum) della famiglia delle Piperaceae (come il Pepe nero), sono riconosciute proprietà sedative, ansiolitiche, miorilassanti, anestetizzanti, ampiamente documentate in letteratura con studi preclinici e clinici, meta-analisi, revisioni sistematiche. Si ritiene che i principi attivi della droga efficaci a tali fini siano rappresentati da una serie di kavalattoni (kavaina, diidrokavaina, metisticina, diidrometisticina). Il meccanismo biochimico che spiega la funzione ansiolitica è da identificarsi nella formazione di un legame di questi componenti con i recettori GABA di tipo A ed anche con inibizione di monoammina-ossidasi. Ricordiamo che tra le monoammine c’è serotonina, che ha effetto antidepressivo. Preparati a base di tale droga sembra non ingenerino pericolosa assuefazione e pertanto siano sicuri, con l’esplicarsi di una efficacia esaltante la funzione inibitoria del GABA, paragonabile a quella delle benzodiazepine. Peraltro, vale la pena ricordarlo, ultimamente sono state evidenziate le avvertenze contrarie all’impiego di tale droga in quanto epatotossica. 

Schermata 2017-07-24 alle 16.15.51Lavanda

Per la Lavanda (Lavandula officinalis L.), studi recenti hanno individuato proprietà sedative ed ansiolitiche, così come ne è stata confermata la positiva influenza su soggetti sia sani, sia su pazienti affetti da demenza senile e con manifestazioni di agitazione psicomotoria. In vari studi si è cercato di verificare l’influenza di stimolazione olfattiva dell’olio essenziale e come il sistema serotonergico sia coinvolto nell’effetto ansiolitico, quando inalato. Come per altri oli eterei, anche quello di Lavanda esplicherebbe la sua attività anti-ansietà con un meccanismo di azione diverso da quello GABA-benzodiazepine.

Loto sacro

Anche una pianta acquatica come il Loto sacro (Nelumbo nucifera Gaertner) è da annoverare nella categoria di piante ad attività ansiolitica. I vari autori che ne hanno verificata e confermata la funzione anti-ansietà, sedativa, ipnotica, sono concordi nell’affermare che essa è da ritenersi attribuibile alla frazione in alcaloidi (nelumbina, metarbina) della droga della pianta. Così come si dà per certo che induce l’effetto sedativo-ipnotico in ragione dell’incrementato livello di GABA nel cervello, e che già a dosaggi di 20 mg/kg induce effetto ansiolitico-simile ed aumenta significativamente la concentrazione di serotonina e dopamina. Questi dati dimostrano che la frazione alcaloidica dell’estratto del Loto esercita un’azione sedativa-ipnotica ed effetto ansiolitico, via legami ai recettori GABA ed attivazione del sistema monoaminergico.

Melissa

È questa un’altra pianta cui la pratica centenaria e la letteratura botanica e scientifica in genere riconoscono proprietà antistress ed ansiolitiche. Anche gli estratti di Melissa (Melissa officinalis L.), per queste loro specifiche proprietà, sono da considerarsi utile e sicura alternativa all’impiego di farmaci ansiolitici di sintesi. L’induzione di rilassamento nelle condizioni di stress, senza provocare compromissione di performance intellettuali e cognitive, è un’altra delle importanti prerogative attribuibili a questa pianta nota sino dai tempi più antichi. Melissa, rispetto ad altre piante utilizzate allo scopo, sembra essere quella che mostra il più elevato potenziale inibente GABA-transaminasi, l’enzima responsabile della degradazione del GABA. Ulteriori dati confermerebbero che l’acido rosmarinico è il componente della frazione attiva della pianta da considerarsi quale maggiore interferente ai fini di tale attività. Dati sperimentali riferiscono di un potenziale inibente del 40% di stress da parte di un estratto da Melissa titolato in acido rosmarinico, già ad un minimo dosaggio di 100 μg/mL.

Schermata 2017-07-24 alle 16.29.19Melograno

Al succo estratto dal frutto del Melograno (Punica granatum L.) si ascrive un’attività anti-ansietà. Gli studi fatti hanno dimostrato che il meccanismo di azione della droga della pianta è sicuramente da ascrivere ad un comportamento correlato alla funzione del GABA, come quello delle benzodiazepine. Ciò non toglie che la presenza di numerosi principi attivi nella droga (flavonoidi, saponine, tannini, steroli, polifenoli, ecc.) possa avere una sua interferenza e qualcuno di questi ingredienti attivi possa agire per suo conto in funzione di una sua particolare specifica funzionalità anche nel confronto di disturbi correlati al sistema nervoso centrale.

Noce moscata

Della Noce moscata (Myristica fragrans Houttuyn) è nota un’attività anti-ansietà. Nella droga della pianta, oltre un ricco olio essenziale (canfene, limonene, pinene…), è anche presente un fenilpropanoide, la miristicina, e pare sia proprio questo composto il “motore” più importante che muove il meccanismo di azione della droga della pianta. La miristicina non agisce come modulatore dei recettori del GABA ma riduce comunque lo stato di ansia. Anche se non ne è stato determinato appieno il vero meccanismo di azione, si ritiene che questo fenilpropanoide agisca su altri siti recettori del sistema nervoso, oltre a quelli correlati alla funzione del GABA, modulandone la funzione ed inducendo, quindi, ansiolisi.

Noni

Per noi Noni, botanicamente Morinda citrifolia, è una pianta indiana cui sono riconosciute varie proprietà farmacologiche, in particolare analgesiche, antinfiammatorie, antiossidanti. Recenti ricerche ne hanno validato una azione sui recettori del sistema nervoso centrale ed illustrata una attività ansiolitica, sedativa, ipnotica, sviluppabile secondo il meccanismo tipico di azione delle benzodiazepine, coinvolgente cioè i recettori del GABA.

Schermata 2017-07-24 alle 16.29.35Passiflora

Anche della Passiflora (Passiflora incarnata L.), con studi in vivo su animali, sono state confermate le qualità ansiolitiche, sedative ed ipnoinducenti, così come sono stati rilevati indubbi benefici sulla qualità del sonno e sui livelli di ansia a seguito di sua assunzione. Relativamente all’efficacia anti-ansietà e sedativa degli estratti della pianta si ritiene che i componenti della droga attivi a questo fine siano da identificarsi in flavonoidi (vitexina, isovitexina, orientina) che si legano con i recettori del GABA, inibendo l’attività dell’enzima che lo demolisce. Numerosi studi hanno fatto notare che l’attività della Passiflora riducente stato di ansia non induce sedazione o cambi nelle funzionalità psicomotorie del paziente, così come presenta una assai bassa incidenza di disturbi di performance lavorativa, se paragonata agli effetti di benzodiazepine. Si è anche ipotizzato che la Passiflora, così come la Valeriana, possano concorrere ad aumentare l’attività inibitoria delle benzodiazepine, legandosi con i recettori GABA e promuovendo un marcato effetto complementare. In sede europea si consiglia di usarla, nel caso di agitazione nervosa, in dosaggi da 4 a 8 g nelle preparazioni. Nella sua forma di impiego la si ritrova sminuzzata per la preparazione di infusi o altre formulazioni galeniche per uso interno. La Passiflora è nota anche per favorire il rilassamento muscolare, ha azione ansiolitica e risolve alcuni tipici sintomi stress-dipendenti, come la contrattura muscolare delle spalle e del rachide cervicale, facilitando condizioni di rilassamento fisico e psichico.

Pompelmo

Sono di recente data vari studi atti a verificare e validare la funzione anti-ansietà degli estratti del Pompelmo (Citrus paradisi). La funzione ansiolitica degli estratti dal frutto della pianta è stata attribuita al loro contenuto in flavonoidi. Infatti, in altri studi è stato dimostrato che glucosidi quercitrina e isoquercitrina sviluppano un effetto sedativo sul sistema nervoso centrale (test su topini). Test fitochimici su estratti di Pompelmo hanno rivelato presenza di flavonoidi e loro glucosidi, saponine, steroidi. Un possibile meccanismo di azione di tale estratto potrebbe essere quello che prevede legame di questi fitochimici ai recettori GABA o al complesso GABA-benzodiazepine. A parte il Pompelmo, riferimenti bibliografici relativamente a loro proprietà ansiolitiche, psicorilassanti, ecc. sono largamente reperibili per le numerose varietà della specie Citrus, dall’aurantium al limon, dal medica, al grandis, ecc., vale a dire per la maggior parte dei più tipici agrumi. Loro estratti, ed in particolare il loro olio essenziale, sono presentati come valide alternative all’uso di ansiolitici di sintesi. Vengono loro riconosciute proprietà ansiolitiche, ipnotiche, sedative, concilianti il sonno. 

Pratolina

Anche un grazioso piccolo fiore primaverile del prato, la Pratolina, o Margheritina (Bellis perennis), è da citare tra le piante a funzione ansiolitica. La detta funzionalità della pianta è validata da studi e positiva utilizzazione da decenni. Relativamente ai meccanismi di azione di questa pianta sono state riferite diverse interessanti considerazioni. In relazione al suo contenuto in vari principi attivi, da flavonoidi a composti fenolici, da alcaloidi a steroli ed altro, la funzionalità antidepressiva ed ansiolitica dei preparati potrebbe essere influenzata dalla presenza e specifica attività di uno o più di questi ingredienti o di una loro azione sinergica ed esplicarsi quindi, secondo un diverso meccanismo di azione. 

Rovo

Pure del Rovo (Rubus fruticosus L.), meglio noto come Mora, un comunissimo frutto del bosco, sono state studiate e valutate varie attività di ordine neurologico, come ansiolitica, muscolo-rilassante, antidepressiva, sedativa. Per gli estratti di questa pianta alcuni tra gli studi più probanti hanno evidenziato una accertata funzione ansiolitica e antidepressiva e, per contro, un minore effetto sedativo e muscolo-rilassante. La loro attività, dovuta a triterpeni, steroli, glucosidi ed antocianine, è risultata essere dose-dipendente. Una osservazione interessante di vari autori, relativamente all’impiego di estratti di questa pianta in campo terapeutico, è quella di considerare la loro elevata attività antinfiammatoria ed immunomodulante, tale da farne, anche nel caso di utilizzazione in campo neurologico, ingredienti di base assai sicuri, oltre che efficaci.

Valeriana

Un’altra pianta a marcato effetto sedativo, ansiolitico, è la ben nota Valeriana (Valeriana officinalis L.). Gli estratti della pianta sono da considerarsi tra i rimedi erboristici più utilizzati da sempre, negli stati d’ansia e nei casi di insonnia. A buona ragione, la Valeriana figura tra le piante più conosciute come “amiche del sonno”. Sono alcuni componenti della droga della pianta che, provocando rilassamento muscolare, facilitano l’induzione del sonno senza lasciare, peraltro, sensazione di torpore o intontimento, manifestazioni che spesso accompagnano assunzione di farmaci specifici. Anche nel caso della Valeriana la maggior parte delle ricerche sul suo meccanismo di azione riferiscono che sia da attribuirsi all’inibizione dell’enzima riduttore del GABA, lo ripetiamo, mediatore chimico coinvolto in meccanismi di eccitabilità neuronale, del rilassamento e dell’induzione del sonno. Secondo vari autori l’impiego in associazione di estratti di Valeriana e Melissa consente di ottenere preparati a funzione calmante, sedativa, paragonabile a quella di benzodiazepine, ad esempio nella induzione del sonno. Interessante e curioso, a nostro avviso, il rapporto di altri ricercatori relativo ai risultati ottenibili a fini inibenti antistress, utilizzando combinazioni degli estratti di Valeriana e di Melissa. Si riferisce in merito, infatti, che utilizzando i due componenti in associazione a basso dosaggio di entrambi, si verifica un significativo abbattimento dello stato di stress, mentre un dosaggio maggiorato porterebbe ad un peggioramento della situazione (aumentato stato di stress).

Schermata 2017-07-24 alle 16.30.22

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Tecniche erboristiche, nutrizione

Si rinnova l’offerta formativa delle Università Italiane dei Corsi di Laurea inerenti le scienze e tecniche erboristiche e i prodotti naturali per la salute, l’alimentazione e la cosmesi. Le  sedi che già confermano l’attivazione dei corsi per l’anno accademico 2017-2018 presentano profili didattici in parte differenziati in alcuni aspetti: la denominazione e il conseguente peso e indirizzo di specifici contenuti, la strutturazione del corso in curricula, la proposta accanto ai corsi di indirizzo prevalentemente erboristico di altre lauree della stessa classe (L-29) dedicate alle scienze nutrizionali.

Presentiamo qui una rassegna delle proposte oggi presenti a livello nazionale, invitando tutti gli interessati a inviarci ulteriori informazioni – oltre che testimonianze dirette – di quella che a livello europeo resta la più significativa esperienza formativa in ambito accademico per il comparto delle piante officinali.


Università di Torino

Università degli Studi di Torino – Dipartimento di Scienza e Tecnologia del Farmaco

Tecniche Erboristiche

Docente di riferimento: Prof.ssa Patrizia Rubiolo

Sede: SAVIGLIANO (CN), Via Garibaldi 6

Obiettivi formativi specifici

L’obiettivo del corso di studi è quello di fornire ai laureati del corso di laurea in Tecniche Erboristiche le conoscenze teoriche e pratiche necessarie per operare nel settore erboristico, nell’esercizio di attività di riconoscimento, raccolta, lavorazione, trasformazione, confezionamento, commercializzazione all’ingrosso e al dettaglio e controllo di piante, loro parti e derivati.

Il laureato che si vuole formare conosce le droghe vegetali, i principi bioattivi in esse contenuti, il loro impiego, la stabilità, le tecniche di lavorazione; è in grado di eseguire le analisi utili al controllo. È preparato sulle norme deontologiche e legislative utili all’esercizio dei vari aspetti delle attività professionali in ambiti sia nazionali che internazionali. Acquisisce inoltre un’adeguata conoscenza della lingua inglese e di informatica.

Sbocchi occupazionali

In virtù delle competenze acquisite, il laureato in Tecniche Erboristiche può trovare occupazione presso erboristerie; farmacie/parafarmacie nel reparto erboristico, dietetico, cosmetico; aziende estrattive o formulative specifiche del settore erboristico; aziende specifiche del settore cosmetico naturale e/o biologico; Centri Antiveleni presso Aziende Ospedaliere per gli aspetti relativi agli avvelenamenti da piante, funghi e prodotti erboristici; Laboratori della Camera di Commercio e Laboratori A.R.P.A. dove si svolgano analisi di routine su prodotti alimentari e cosmetici in particolare a base vegetale; il controllo e la verifica dei prodotti erboristici presenti in commercio.


Schermata 2017-06-19 alle 17.37.50Università di Milano

Università degli Studi di Milano – Dipartimento di Scienze del Farmaco

Scienze e Tecnologie Erboristiche

Docente di riferimento: Prof.ssa Anna Arnoldi

Sede: MILANO, Via Balzaretti 9

Obiettivi formativi specifici

Il corso di laurea, in linea con quanto previsto dalla classe di riferimento, ha lo scopo di preparare laureati con conoscenze adeguate di base e applicate e competenze professionali nel settore delle scienze e tecnologie erboristiche e con le basi formative necessarie per l’accesso alle Lauree Magistrali, ai Corsi di Perfezionamento e ai Master di primo livello dell’area culturale di pertinenza.

Sbocchi occupazionali

Il laureato potrà trovare occupazione in attività relative al riconoscimento (inclusa l’individuazione di eventuali sofisticazioni o contaminazioni), alla raccolta e alla conservazione delle piante officinali; all’immagazzinamento, al controllo (analisi e dosaggi dei principi attivi), alla lavorazione (studio, progettazione, direzione, sorveglianza, conduzione dei processi di lavorazione), alla distribuzione (sia all’ingrosso che al dettaglio) e all’approvvigionamento delle piante officinali e dei loro derivati; alla conoscenza degli effetti biologici e tossicologici dei principi attivi delle piante officinali e dei prodotti finiti oltre che delle possibili applicazioni come prodotti ad uso salutistico (inclusi i settori dell’alimentazione e della cosmesi); alla gestione della loro qualità; alla conoscenza della legislazione e delle norme deontologiche del settore. Potrà anche offrire consulenze tecnico-scientifiche inerenti la vigilanza igienico-sanitaria delle piante officinali e dei loro derivati presso le Amministrazioni dello Stato (in particolare nei Ministeri della Sanità, delle Politiche Agricole, Alimentari e Forestali, del Commercio ed Artigianato e delle Finanze).


Università di Padova

Università degli Studi di Padova – Dipartimento di Scienze del Farmaco

Scienze Farmaceutiche Applicate

Docente di riferimento: Prof. Eugenio Ragazzi

Sede: PADOVA, Via Marzolo 5

Obiettivi formativi specifici

Il corso di studio in Scienze farmaceutiche applicate mira a formare una figura professionale nel settore dei prodotti per la salute a base di piante officinali. Il percorso didattico associa a una solida preparazione di base nelle discipline chimiche, fisiche e biologiche, le specifiche competenze del settore delle Scienze erboristiche applicate alla filiera che comprende attività di gestione, controllo di qualità e sviluppo delle attività di produzione, trasformazione e commercializzazione delle piante officinali e dei loro derivati.

È previsto un periodo di tirocinio formativo obbligatorio che può essere svolto in industrie, aziende o enti esterni, sulla base di apposite convenzioni.

Sbocchi occupazionali

Il Laureato può svolgere compiti tecnici di gestione e controllo di coltivazione, raccolta, trasformazione, formulazione, controllo di qualità, confezionamento e commercializzazione di piante officinali con l’obiettivo del miglioramento, sia del prodotto sia del suo utilizzo, nonché svolgere il ruolo di tecnico per la tutela della flora relativa alle piante officinali spontanee e il controllo della loro raccolta presso le Amministrazioni della Regione e della Provincia. La sua attività professionale si svolge nelle erboristerie e farmacie con reparto erboristico, nelle aziende di produzione, ingrosso e importazione di piante officinali, imprese e laboratori di estrazione, trasformazione e controllo di materie prime di origine vegetale; aziende farmaceutiche che operano nella produzione di fitoterapici, prodotti omeopatici e integratori alimentari a base di piante officinali; settori per la promozione e pubblicizzazione di prodotti a base di materie prime di origine vegetale; strutture pubbliche e private interessate all’informazione sui prodotti a base di materie prime di origine vegetale.


Università di Bologna

Università degli Studi di Bologna – Dipartimento di Farmacia e Biotecnologie

Scienze Farmaceutiche Applicate – Curriculum: Tecniche Erboristiche

Docente di riferimento: Prof. Ferruccio Poli

Sede: IMOLA, Via Garibaldi 24

Obiettivi formativi specifici

Il corso di studio in Scienze Farmaceutiche Applicate – curriculum Tecniche Erboristiche – è volto alla formazione di professionisti con competenze nell’area tematica dell’erboristeria. Grazie alle competenze acquisite nell’area tematica dell’erboristeria, il laureato in Scienze farmaceutiche applicate sarà in grado di operare a livello specialistico nei settori di trasformazione, formulazione, confezionamento, commercializzazione e controllo dei prodotti per la salute a base di piante officinali, garantendone la sicurezza d’uso a tutela della salute del consumatore. Il laureato in questo settore potrà anche operare nel campo agronomico nella produzione delle piante officinali ed avrà le conoscenze di base per gestire un’azienda di produzione.

Sbocchi occupazionali

Come libero professionista o lavoratore dipendente in erboristerie; farmacie e parafarmacie (come responsabile del reparto erboristico); punti di vendita di prodotti per la salute a base vegetale; industrie del settore erboristico, fitocosmetico e dietetico-alimentare (aziende di produzione o commercializzazione); laboratori, enti o organismi di controllo/certificazione di qualità di prodotti erboristici; attività di informazione scientifica per conto di aziende produttrici nell’ambito del settore; attività di consulenza presso laboratori erboristici e aziende di produzione o di commercializzazione riguardo alle notifiche degli integratori alimentari a base vegetale; settori per la promozione e pubblicizzazione dei prodotti a base di piante officinali e aromatiche; strutture del Servizio Sanitario Nazionale.


Schermata 2017-06-19 alle 17.38.14Università di Pisa

Università degli Studi di Pisa – Dipartimento di Farmacia

Scienze dei Prodotti Erboristici e della Salute

Docente di riferimento: Prof.ssa Alessandra Braca

Sede: PISA, Via Bonanno Pisano 6

Obiettivi formativi specifici

Il corso di studio offre conoscenze e competenze proprie del mondo del farmaco, dei dispositivi medici e dei prodotti per la salute generalmente intesi e si articola in tre anni, nel corso dei quali vengono impartiti insegnamenti e attività formative per un totale di 180 crediti. Il corso si avvale di insegnamenti teorici e pratici, con esercitazioni in laboratorio ed in campo. Il percorso didattico prevede 225 ore di tirocinio (pari a 9 CFU), elemento caratterizzante e qualificante del corso, da svolgere, su proposta dello studente, all’interno della sede universitaria o all’esterno (presso aziende, laboratori, enti di ricerca, istituzioni pubbliche nazionali o estere, anche nel quadro di accordi internazionali), allo scopo di dare allo studente conoscenze acquisite direttamente in ambito lavorativo. Le lezioni non prevedono obbligo di frequenza.

Il corso di laurea non prevede un numero programmato, anche se è previsto un test iniziale di autovalutazione, con l’obiettivo di verificare la preparazione iniziale dello studente.

Il programma del corso di studio proposto prevede un percorso comune e tre distinti curricula (con 39 CFU per ciascuno) a scelta dello studente (Scienze erboristiche, Informazione per la salute e Controllo di qualità) che consentono un approfondimento critico di argomenti specifici nei tre settori d’interesse.

Sbocchi occupazionali

Gli sbocchi professionali del laureato in Scienze dei prodotti erboristici e della salute includono la realizzazione, il controllo e il monitoraggio delle varie fasi di produzione dei farmaci, dei dispositivi medici e dei prodotti per la salute generalmente intesi. Il curriculum in Scienze Erboristiche prepara prevalentemente una figura professionale capace di realizzare la trasformazione, il controllo e il confezionamento di parti di piante e loro derivati, nonché integratori e prodotti erboristici con valenza salutistica.


Schermata 2017-06-19 alle 17.38.48Università di Urbino

Università degli Studi di Urbino Carlo Bo – Dipartimento di Scienze Biomolecolari

Scienza della Nutrizione

Docente di riferimento: Prof.ssa Wally Baffone

Sede: URBINO, Via Aurelio Saffi 2

Obiettivi formativi specifici

L’obiettivo del Corso di Laurea è formare figure professionali con conoscenze, capacità e competenze su: valore nutrizionale e composizione chimica degli alimenti, proprietà di alimenti, integratori e nutraceutici e controllo chimico e microbiologico degli alimenti. Il laureato acquisisce le competenze necessarie per svolgere attività professionale in diversi ambiti di applicazione: controllo di qualità degli alimenti; informazione sui prodotti di interesse nutrizionale; attività di supporto tecnico al personale operante in strutture sanitarie e/o salutistiche su valore nutrizionale e composizione chimica di alimenti, integratori e nutraceutici; indagini volte alla raccolta di informazioni sulle abitudini alimentari e alla messa a punto di politiche di educazione alimentare.

Sbocchi occupazionali

Il Corso prepara alla figura professionale di “Tecnici dei prodotti alimentari”. Il laureato: svolge attività di controllo di qualità degli alimenti tramite esecuzione di indagini chimiche e microbiologiche su prodotti dietetici e nutrizionali; svolge attività di informatore sulla natura e sull’impiego di formulazioni dietetiche particolari, nutraceutici e integratori alimentari per conto di aziende produttrici e/o distributrici; opera in regime di dipendenza a supporto del personale medico in strutture sanitarie e/o salutistiche; opera all’interno di Enti Pubblici o Privati preposti all’educazione alimentare e allo studio dei problemi nutrizionali a più alta incidenza nella popolazione.


Università di Camerino

Università degli Studi di Camerino – Scuola di scienze del farmaco e dei prodotti per la salute

Informazione Scientifica sul Farmaco e Scienze del Fitness e dei Prodotti della Salute – Curriculum Scienze del Fitness e Prodotti della Salute

Docente di riferimento: Prof. Francesco Amenta

Sede: CAMERINO, Piazza dei Costanti

Obiettivi formativi specifici

Il laureato al termine degli studi possiede conoscenze di base di chimica, biologia, matematica, fisica e informatica, materie propedeutiche all’apprendimento delle materie professionalizzanti.

Il Corso di Laurea triennale si articola in due curricula: Il curriculum in Scienza del Fitness e Prodotti per la Salute è finalizzato all’uso corretto dei prodotti della salute per il mantenimento del benessere psicofisico.

Sbocchi occupazionali

Il Laureato in Informazione Scientifica sul Farmaco e Scienze del Fitness e dei Prodotti della Salute – curriculum Scienza del Fitness e Prodotti per la Salute può utilizzare nell’ambito di palestre, gruppi sportivi e centri di benessere le competenze professionali di natura multidisciplinare finalizzate a sviluppo e mantenimento del benessere psicofisico.


Università di Roma

Università degli Studi di Roma La Sapienza – Dipartimento di Chimica e Tecnologie del Farmaco

Scienze Farmaceutiche Applicate – Curriculum: Tecniche Erboristiche

Docente di riferimento: Prof.ssa Luisa Mannina

Sede: ROMA, Piazzale Aldo Moro 5

Obiettivi formativi specifici

Il percorso formativo, che potrà essere articolato in curricula, è multidisciplinare e strutturato in modo da costruire, mediante il conferimento di conoscenze nelle discipline di base, un substrato idoneo ad acquisizione, consolidamento e sviluppo di competenze teoriche e applicative nelle discipline caratterizzanti.

Le attività formative di base intendono fornire conoscenze basilari di matematica e fondamenti d’informatica e statistica e buone conoscenze di base nelle discipline chimiche, nonché un’appropriata formazione di base in campo biologico e morfologico.

Le attività formative caratterizzanti sono organizzate in modo da offrire adeguate conoscenze di chimica farmaceutica, tecnica farmaceutica, farmacologia, farmacognosia, nutraceutica, nonché appropriata formazione nei settori biochimico, biologico, della patologia e della microbiologia.

È previsto lo svolgimento di un tirocinio presso strutture esterne convenzionate (aziende, enti pubblici) o laboratori universitari, con l’obiettivo di dotare il laureato di esperienze utili ad affrontare l’ingresso nel mondo del lavoro.

Sbocchi occupazionali

Gli sbocchi professionali per il Laureato in Scienze Farmaceutiche Applicate: erboristerie e farmacie o parafarmacie con settore erboristico; aziende di produzione, di commercio all’ingrosso e di importazione di piante officinali e loro derivati; imprese e laboratori di estrazione, trasformazione e controllo di materie prime di origine vegetale; industrie alimentari e cosmetiche che utilizzino materie prime di origine vegetale; aziende farmaceutiche che operino nella produzione di fitoterapici, prodotti omeopatici e integratori alimentari a base di piante officinali; aziende di promozione e pubblicizzazione dei prodotti a base di materie prime di origine vegetale; imprese pubbliche e private della comunicazione e dell’informazione interessate alle piante officinali e ai prodotti a base di materie prime di origine vegetale; enti preposti alla certificazione di qualità dei prodotti erboristici. Inoltre, la Laurea in Scienze Farmaceutiche Applicate fornisce sbocchi occupazionali presso industrie chimico-farmaceutiche.


Università Cattolica del Sacro Cuore

Università Cattolica del Sacro Cuore, Roma – Facoltà di Medicina e Chirurgia

Scienze e Tecnologie Cosmetologiche

Sede: ROMA, Largo Francesco Vito 1

Obiettivi formativi specifici

I laureati, oltre a possedere le conoscenze formative previste dalla classe, in particolare dovranno:

– acquisire adeguate conoscenze di chimica e analisi chimica dei prodotti cosmetici e dei prodotti dietetici/nutrizionali per la conoscenza della completa filiera produttiva, dal reperimento delle materie prime alla commercializzazione del prodotto finito;

– acquisire un’approfondita conoscenza dei prodotti cosmetici, dei prodotti della salute, degli xenobiotici e dei prodotti che rientrano nella sfera della tutela del benessere;

– acquisire conoscenze teorico-pratiche per l’utilizzo dei diversi xenobiotici e prodotti della salute, in particolare nel settore della cosmetologia e della fisiologia metabolica;

– conoscere le forme cosmetologiche e nutrizionali, le materie prime impiegate nelle formulazioni dei relativi preparati e le norme legislative e deontologiche utili all’esercizio delle relative attività professionali.

Sbocchi occupazionali

I principali sbocchi occupazionali previsti dai corsi di laurea della classe sono relativi ad attività professionali in diversi ambiti di applicazione, quali il controllo e il monitoraggio nelle varie fasi di produzione dei prodotti della salute (cosmetico, farmaco, integratore alimentare, dietetico, erboristico). I laureati potranno inoltre svolgere l’informazione scientifica e monitorare la trasformazione, il controllo e il confezionamento non solo del cosmetico ma anche del farmaco, di integratori alimentari, di prodotti erboristici e di prodotti con valenza salutistica.


Schermata 2017-06-19 alle 17.39.12Università di Bari

Università degli Studi di Bari Aldo Moro – Dipartimento di Farmacia-Scienze del Farmaco

Scienze e Tecnologie Erboristiche e dei Prodotti per la Salute (STEPS)

Docente di riferimento: Prof.ssa Pinarosa Avato

Sede: BARI, Via Orabona 4

Obiettivi formativi specifici

Il Corso di Laurea triennale in Scienze e Tecnologie Erboristiche e dei Prodotti per la Salute dell’Università degli Studi di Bari Aldo Moro è finalizzato alla formazione di un laureato con competenze tecniche e gestionali attinenti le attività di produzione, raccolta, lavorazione, trasformazione, confezionamento e commercializzazione all’ingrosso e al dettaglio di piante, loro parti e derivati destinati all’uso erboristico; impartisce inoltre altre competenze  per l’uso di principi attivi a valenza salutistica per scopo alimentare e cosmetico.

Sbocchi occupazionali

Produzione, trasformazione, confezionamento di droghe vegetali, loro parti e derivati con valenza salutistica, alimentare e cosmetica, garantendone la qualità secondo quanto disposto dalle leggi vigenti; erboristerie e parafarmacie; aziende di produzione, distribuzione e importazione di piante officinali; imprese e laboratori di estrazione, trasformazione, confezionamento e controllo di materie prime di impiego erboristico, alimentare e cosmetico; industrie erboristiche, alimentari, cosmetiche; aziende farmaceutiche che operano nella produzione di fitoterapici, prodotti omeopatici e integratori alimentari; settori per la promozione e informazione dei prodotti erboristici, dietetici e cosmetici; strutture pubbliche e private sanitarie e salutistiche.


Schermata 2017-06-19 alle 17.39.25Università di Napoli

Università degli Studi di Napoli Federico II – Dipartimento Farmacia

Scienze Erboristiche

Docente di riferimento: Prof. Angelo Izzo

Sede: NAPOLI, Via Domenico Montesano 49

Obiettivi formativi specifici

Il Corso di Laurea in scienze Erboristiche è finalizzato alla formazione di un laureato che sia in grado di operare a livello dei settori di coltivazione, raccolta, lavorazione, trasformazione, conservazione, formulazione, confezionamento, commercializzazione al dettaglio, controllo di qualità e fitovigilanza dei prodotti per la salute a base di piante officinali garantendo in tal modo la sicurezza d’uso a tutela della salute del consumatore. Tale professionista potrà anche operare nel campo agronomico della produzione delle piante officinali e avrà le conoscenze di base per gestire un’azienda di produzione.

Sbocchi occupazionali

Il laureato del corso di laurea in Erboristeria sarà in grado di svolgere compiti tecnici e gestionali e attività professionali di supporto in coltivazione, raccolta, produzione, trasformazione, lavorazione, miscelazione, confezionamento e commercializzazione di droghe vegetali, loro parti o derivati, per uso erboristico.


Scienze Nutraceutiche

Docente di riferimento: Prof. Antonio Randazzo

Sede: NAPOLI, Via Domenico Montesano 49

Obiettivi formativi specifici

L’obiettivo del corso di laurea in Scienze Nutraceutiche, appartenente alla Classe L–29 e di durata triennale, è orientato all’acquisizione di conoscenze, capacità e competenze nell’ambito delle scienze farmaceutiche con particolare riferimento ai nutraceutici, agli alimenti funzionali, agli alimenti medicali e agli integratori alimentari. Il corso di laurea intende formare figure professionali con conoscenze sulla composizione chimica e sul valore nutrizionale degli alimenti, sulle loro proprietà, sugli integratori e i nutraceutici, e sul controllo chimico di qualità e di sicurezza dei nutraceutici.

Sbocchi occupazionali

Il laureato In Scienze Nutraceutiche avrà competenze specifiche che gli consentiranno l’inserimento presso: industrie di prodotti nutrizionali e dietetici; industrie chimico-farmaceutiche; strutture del Servizio Sanitario Nazionale e Regionali (farmacie, strutture operanti nell’ambito della sanità e/o più in generale salutistiche, palestre, centri benessere/termali, centri sportivi, parafarmacie). Inoltre il laureato potrà svolgere attività professionale indirizzata alla informazione medico-scientifica presso la classe medica, farmaceutica e presso gli operatori del settore di dieta, alimentazione e nutrizione.


Università di Salerno

Università degli Studi di Salerno – Dipartimento di Farmacia

Tecniche Erboristiche

Docente di riferimento: Prof.ssa Sonia Piacente

Sede: FISCIANO (SA), Via Ponte Don Melillo

Obiettivi formativi specifici

Il corso di laurea in Tecniche Erboristiche intende formare figure professionali dotate di competenze scientifiche e metodologiche necessarie alla gestione, al controllo e allo sviluppo delle attività di produzione, trasformazione, commercializzazione ed uso delle piante officinali e dei loro derivati, nonché di piante per la preparazione di alimenti funzionali e integratori alimentari.

Questi professionisti pertanto devono raggiungere un adeguato livello di preparazione nei seguenti settori: produzione di piante officinali e di piante per alimenti funzionali e integratori, dalla coltivazione alla conservazione e prima lavorazione del prodotto; controllo di qualità di droghe e prodotti vegetali dal materiale di partenza al prodotto finito mediante controlli macroscopici, microscopici, chimici e microbiologici; applicazione delle Normative del settore e di Certificazioni obbligatorie e volontarie; etichettatura delle droghe; formulazione e preparazione di prodotti erboristici, fitocosmetici e integratori alimentari; uso delle piante e loro derivati in fitoterapia e terapie complementari.

Sbocchi occupazionali

Il Laureato in Tecniche Erboristiche è in grado di operare come libero professionista o lavoratore dipendente in erboristerie; farmacie e parafarmacie (come responsabile del reparto erboristico e fitocosmetico); aziende del settore erboristico, fitocosmetico e dietetico-alimentare (aziende di produzione o commercializzazione); laboratori, enti o organismi di controllo/certificazione di qualità di prodotti erboristici; attività di informazione scientifica per conto di aziende produttrici nell’ambito del settore; settori per la promozione e pubblicizzazione dei prodotti a base di piante medicinali e, più in generale, officinali; strutture del Servizio Sanitario Nazionale.


Università della Calabria

Università della Calabria – Dipartimento di Farmacia e Scienze della Salute e della Nutrizione

Informazione Scientifica del Farmaco e dei Prodotti per la Salute

Docente di riferimento: Prof.ssa Maria Luisa Panno

Sede: RENDE (CS), Via Pietro Bucci, Edificio Polifunzionale

Obiettivi formativi specifici

Il Corso di Laurea in Informazione Scientifica del Farmaco e dei Prodotti per la Salute ha la finalità di formare professionisti che abbiano un’adeguata conoscenza di metodi e contenuti culturali e scientifici per il conseguimento del livello formativo richiesto dall’area professionale della classe L-29.

L’obiettivo del Corso di Laurea è di preparare professionisti che abbiano le adeguate conoscenze delle caratteristiche e delle proprietà di specialità medicinali, di presidi medico chirurgici, di diagnostici e cosmetici al fine di formare esperti capaci di svolgere attività di informazione scientifica agli operatori sanitari, come previsto dalla normativa del Servizio Sanitario Nazionale e dalla Comunità Europea.

Il percorso formativo comprende discipline caratterizzanti che forniscono una buona preparazione specifica in ambito chimico farmaceutico, farmacologico e patologico per poter valutare le problematiche connesse all’uso di specialità medicinali e per dare una corretta informazione scientifica sulle stesse; competenze in biologia farmaceutica, per dare corretta informazione scientifica sulle implicazioni relative all’uso di composti utilizzati nella cosmesi e di integratori alimentari di natura erboristica.

La formazione è completata con insegnamenti che sviluppano sufficienti competenze di marketing e gestione delle imprese utili ai fini dell’inserimento nel mondo del lavoro.

Sbocchi occupazionali

Il Laureato in Informazione Scientifica del Farmaco e dei Prodotti per la Salute può svolgere attività di informazione scientifica sulle specialità medicinali, sui presidi medico-chirurgici, sui diagnostici e sui prodotti dietetici allo scopo di far conoscere periodicamente agli operatori sanitari le loro caratteristiche e proprietà. Inoltre, utilizzando anche strumenti informatici e statistici, può: predisporre protocolli di analisi e monitoraggio sul consumo di farmaci e sostanze parafarmaceutiche; pianificare interventi di prevenzione ed educazione per la salute della popolazione in relazione agli aspetti tossicologici derivanti dall’uso improprio dei farmaci; collaborare, insieme agli altri operatori sanitari, all’acquisizione di informazioni utili alla sorveglianza postmarketing.


NOTA

Questo dossier è stato realizzato sulla base delle informazioni contenute nel sito del Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca (www.istruzione.it) e in quelli delle singole università e corsi di laurea. 

Ci scusiamo per eventuali imprecisioni ed errori, restando a disposizione di tutti gli interessati per le precisazioni o integrazioni che vorranno segnalarci, e che saremo lieti di riportare nei prossimi numeri.

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