Archeologia dell’ebrezza

Schermata 2018-03-26 alle 12.14.25L’incontro dell’uomo con l’azione inebriante delle sostanze naturali, come tutti i processi evolutivi, è probabilmente avvenuto per caso: ma da qui è scaturita la ricerca di nuove specie, che in tutte le popolazioni è all’origine di riti complessi e che ha portato alla nascita di diverse figure di conoscitori tradizionali delle piante e della loro attività. Ripercorriamo qui l’approccio archeologico allo studio delle origini di queste conoscenze, presentando una tavola riassuntiva delle evidenze più arcaiche che attestano l’uso di piante inebrianti nel mondo, allo stato attuale dei ritrovamenti.

La storia della relazione umana con le piante inebrianti si perde nella notte dei tempi. Questo tipo particolare di vegetali è ubiquitario nella flora di tutti i continenti, e il loro numero supera notevolmente quello dei vegetali inebrianti generalmente noti al “grande pubblico”, quali sono il Tè, il Caffè, l’Oppio, la Canapa, il Tabacco e le bevande alcoliche ricavate dall’uva e dai cereali. Gli specialisti del settore, gli etnobotanici, ne contano almeno 1200 specie, e ogni anno ne vengono scoperte delle nuove. Diverse centinaia sono attualmente impiegate dalle popolazioni tradizionali, mentre per molte altre non possiamo essere certi se si tratti di una scoperta dell’uomo moderno, o di una riscoperta di piante note e impiegate da chissà quale etnia del passato. Ciò che è certo è la grande antichità dell’impiego e della ricerca umana di fonti psicoattive con lo scopo di ottenere un’ebbrezza, un’“alterità”, una “visione”, più propriamente una modificazione dello stato di coscienza. […]

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La natura dell’acqua

Schermata 2018-03-26 alle 12.05.27L’acqua è quasi sempre il primo componente, dal punto di vista quantitativo, di un prodotto cosmetico. Ma la sua presenza nella formulazione non ha sempre la stessa genesi e, come risulta da una specifica ricerca, non ha sempre la stessa valenza per il consumatore finale. Vediamo quali possono essere i criteri per ammettere o meno l’acqua tra le componenti biologiche di un cosmetico.

L’acqua è di fatto sinonimo di vita (tant’è che è la prima cosa che si cerca nelle esplorazioni di altri pianeti!) ed è quindi importante conoscere come viene utilizzata nei prodotti che utilizziamo tutti i giorni, inclusi i prodotti cosmetici. 

Chiunque abbia acquistato un cosmetico e letto la lista degli ingredienti si sarà accorto che con molte probabilità il primo ingrediente è l’acqua. Essa viene indicata in Europa con il nome latino di “aqua” secondo la classificazione INCI (International Nomenclature of Cosmetic Ingredients). A volte in base alle legislazioni dei paesi di commercializzazione dei prodotti viene indicata anche come “water” oppure “eau”.  Una delle funzioni principali del cosmetico è mantenere l’idratazione cutanea: tramite la formulazione cosmetica si intrappola l’acqua, che altrimenti evaporerebbe, assicurando così un’idratazione più duratura. L’acqua, che vanta quindi importantissime proprietà idratanti indispensabili per la nostra pelle, ha anche una funzione solvente, permette quindi di veicolare diverse sostanze: non solo fattore di idratazione e benessere, dunque, ma anche veicolo di azioni funzionali legate alla composizione del prodotto. Questi principi formulativi valgono anche per la cosmesi naturale e biologica, che come ogni cosmetico fa riferimento allo stesso regolamento europeo.

Se la funzione dell’acqua non cambia nella cosmesi convenzionale e in quella biologica, quello che cambia può essere la classificazione dell’acqua presente nella formulazione (acqua aggiunta) e quella presente nei vari ingredienti, a seconda che i prodotti seguano uno standard di certificazione piuttosto che un altro.  

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Curcuma, la signora in giallo

Schermata 2018-03-26 alle 11.44.48Ha conquistato un ruolo di primissimo piano nel panorama della moderna integrazione alimentare: in effetti, le funzionalità fisiologiche – e anche terapeutiche – riconosciute alla spezia più consumata nel subcontinente indiano si manifestano proprio a partire dal suo impiego tradizionale nella dieta.

Avviamo su questo numero la rassegna, necessariamente ampia, dell’avanzamento degli studi sulle attività biologiche e farmacologiche del fitocomplesso, e in particolare la versatile gamma di azioni attribuite al gruppo dei curcuminoidi, riservando ad un secondo articolo l’esplorazione delle potenzialità dei derivati della Curcuma in campo cosmetico.

La Curcuma (Curcuma longa L.), della famiglia delle Zinziberaceae, la stessa cui appartiene lo Zenzero, è una pianta aromatizzante ben nota come spezia e colorante alimentare (con la sigla di E-110). La sua origine è incerta, sicuramente da paesi asiatici, forse l’India che, oggi, ne è il maggiore produttore e consumatore mondiale. È scritto che in questo Paese il consumo giornaliero pro-capite di questa spezia è superiore a quello di tutto il resto del mondo. Per dire dell’importanza biologica della droga di questa pianta, e delle sue potenziali utilizzazioni, basterebbe citate un rapporto di alcuni anni fa della Food & Agriculture Organization, nel quale si riferisce che negli Stati Uniti ne venivano importate ogni anno 2400 tonnellate. In ragione della domanda sempre crescente della droga e di uno sfruttamento eccessivo, senza misure, al fine di assicurarne la rigenerazione, la pianta è stata recentemente catalogata come “a rischio di estinzione”. Il suo nome pare abbia derivazione dal sanscrito e richiama la colorazione gialla della droga: per assonanza si ritrova nell’ebraico moderno karkòm e nell’arabo kurkum, e anche nell’inglese turmerik.

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Ayurveda e fitoterapia: percorsi di integrazione

Schermata 2018-01-31 alle 16.47.58Sorprendentemente scopriamo anche in Italia l’introduzione di tecniche di pratica ayurvedica in ambiti medici avanzati, per fronteggiare gravi malattie degenerative, in progetti di ricerca clinica universitaria. 

Abbiamo
chiesto a Antonella Delle Fave, medico, Ordinario di Psicologia Generale all’Università Statale di Milano, di illustrarci alcuni momenti di questa esperienza, e soprattutto di valutare con noi il percorso che sta portando a una integrazione tra l’Ayurveda contemporanea e la moderna fitoterapia, non solo sul piano scientifico ma anche nel concreto della pratica medica, grazie anche all’impegno di esperti e aziende del settore

C’è un che di coloniale nelle palazzine della clinica universitaria della Statale di Milano, forse in questi giardini e in questi porticati in estate si può respirare anche un po’ di India.

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Herbartis

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Quello che è interessante in questo tipo di formazione è che tutte queste persone hanno già un proprio progetto sulle piante officinali, e sono qui per riuscire a realizzarlo” ci dice Eva Moré, coordinatrice di Herbartis per il Centre Tecnològic Forestal de Catalunya.

Il progetto internazionale si è concluso con l’ultimo seminario tenutosi a Barcellona lo scorso mese di giugno.
Ma i suoi frutti cominciano a maturare ora.
Il progetto nasce nell’ambito del programma europeo Erasmus+ che, oltre alle più note opportunità di scambi per gli studenti universitari, prevede anche il sostegno a interventi di formazione rivolti agli adulti, pensati per qualificare competenze e profili professionali di quanti sono già in attività e per sostenere l’inserimento lavorativo o la nascita di nuove attività imprenditoriali di chi è a un punto di svolta della propria vita.
Schermata 2017-12-05 alle 12.14.00Lo sviluppo del progetto Herbartis ha impegnato istituti di ricerca, centri di formazione, associazioni professionali e di sviluppo del territorio in Italia, Francia, Portogallo e Spagna.
L’attività si è articolata su tre anni, di cui l’ultimo ha visto la realizzazione di un corso pilota che univa attività di e-learning e formazione frontale con momenti di incontro, seminari, workshop e visite ad aziende, e ha coinvolto nei quattro paesi interessati quasi 100 partecipanti (ne abbiamo parlato diffusamente lo scorso anno, quando l’attività didattica vera e propria prendeva il via – vd. Erboristeria domani 397).
L’esperienza realizzata ha suscitato grande interesse, anzi l’entusiasmo dei partecipanti (non privi per altro di spirito critico, a giudicare dalle osservazioni formulate nelle continue fasi di verifica previste durante lo svolgimento delle lezioni).
Dal corso nasce una ampia raccolta di materiale informativo, documentazione e video, già disponibile gratuitamente e in forma plurilingue per tutti gli operatori interessati sulla pagina wordpress di Herbartis.
Ma questo anno di lavoro ha posto le basi perché l’esperienza prosegua, aprendo anche la discussione su quali potranno essere le opportunità per arrivare ad un riconoscimento ufficiale del profilo professionale che il corso potrebbe formare.
Intanto un risultato concreto è stato certamente raggiunto: il progetto ha portato alla luce una comunità di produttori di piante officinali che di fatto in Europa già esisteva ma che non veniva colta nella sua identità, e che era in cerca di punti di riferimento attraverso cui confrontarsi ed aggregarsi.
Il collegamento che ora unisce i partecipanti è una porta aperta per future collaborazioni sul campo.

Schermata 2017-12-05 alle 12.14.09Produrre officinali, ma come?
Con la crescita del favore del consumatore per i prodotti naturali, si osserva un generale aumento sul mercato della richiesta di piante officinali (MAPs, Medicinal and Aromatic Plants, se preferiamo la terminologia europea), sia come materia prima che come derivati.
L’industria, per le proprie necessità, si indirizza prevalentemente verso pratiche di coltivazione estensiva.
Ma la dinamica del mercato si riflette anche nella realtà agricola dell’area mediterranea e del sud Europa, dove per ragioni storiche e geografiche abbiamo una prevalenza di piccole imprese a carattere familiare.
Inoltre il comparto MAPs desta anche l’attenzione dei protagonisti del ritorno alle campagne a cui si è assistito negli ultimi anni: persone che hanno vissuto la crisi economica dell’ultimo decennio, e la perdita di posti di lavoro in età matura, o giovani che nell’agricoltura vedono un comparto in grado di accogliere nuovi slanci imprenditoriali e progetti lavorativi.
Chi vede nelle MAPs una alternativa deve affrontare da solo una serie di sfide e difficoltà che vanno dalle questioni tecnico-produttive all’inquadramento normativo dei prodotti raccolti, dal reperimento del materiale vegetale e di macchinari adatti alle modalità di accesso al mercato e ai canali di commercializzazione.
Per molti la risposta sta nella scelta di una dimensione di carattere artigianale del proprio lavoro e nella vendita diretta al pubblico del proprio prodotto.
Ma, se in Europa oggi il lavoro artigiano è considerato un asset da promuovere e valorizzare anche attraverso la certificazione delle abilità e delle competenze di chi lo pratica, nel caso della produzione erboristica artigianale non esiste un profilo professionale riconosciuto: un nodo da sciogliere, nell’interesse del consumatore prima di tutto (sia che si parli di alimenti, cosmetici o di rimedi tradizionali); ma anche per permettere a chi ci lavora di attestare la qualità del proprio operato, a fronte del prodotto industriale.
Ed è proprio da questa linea di pensiero che nasce Herbartis: “il principale obiettivo del progetto è conseguire la crescita professionale di una classe adulta fornendo strumenti e metodi adeguati, favorendo la nascita di opportunità formative elevate e certificando il livello di apprendimento ancora non formalmente riconosciuto e l’esperienza conseguita nella pratica del proprio lavoro” ci ricorda Eva Moré.

Quali le esigenze comuni?
La prima fase dello sviluppo del progetto è consistita in una accurata raccolta di dati che potesse mettere a confronto le realtà dei quattro paesi coinvolti: lo stato dell’arte tecnico e imprenditoriale della filiera e i rispettivi contesti normativi nei quattro paesi interessati.
È stato allestito un database distinguendo tra produttori, trasformatori artigianali, industrie, associazioni, cooperative, fornitori di attrezzature e di servizi” ci spiega Elena Cerutti, direttrice dell’Associazione Terre dei Savoia e responsabile di Herbartis per la controparte italiana.
Per individuare esigenze che fossero effettivamente comuni, si è scelto di approfondire l’analisi al livello dei territori in cui operano i partner del progetto, rispetto agli scenari complessivi delle rispettive nazioni, più eterogenei. Le filiere tracciate sono state quindi Piemonte e Liguria per l’Italia, la cosiddetta PACA (Provence – Alpes – Cote d’Azur) nella Francia del Sud, la regione interna dell’Alentejo in Portogallo, e la Catalogna.

Accrescere la propria consapevolezza sia della fase produttiva che della gestione commerciale dei propri prodotti: questa è stata la prima esigenza espressa dagli intervistati” prosegue Elena Cerutti; “di qui la necessità di disporre di una maggiore padronanza delle tecniche di coltivazione delle specie officinali selezionate e della conduzione della fase agricola”.

In seconda battuta – ricorda ancora Cerutti – l’interesse degli stakeholders era approfondire le proprie conoscenze rispetto all’uso dei principi attivi delle piante coltivate, nelle loro applicazioni terapeutiche, nutrizionali e cosmetiche: questo per aumentare il valore aggiunto del prodotto attraverso la trasformazione, e per proporlo in modo efficace al consumatore”.

Queste risposte hanno permesso di delineare una aspirazione formativa comune presente nell’intera area transnazionale coinvolta nel progetto.

Sono state così individuate 4 macro-aree tematiche su cui creare un curriculum formativo molto mirato, che affrontasse: le tecniche di coltivazione delle piante officinali, la trasformazione e il condizionamento della materia prima erboristica, la preparazione e l’elaborazione di prodotti alimentari a base di ingredienti erboristici, l’approccio al mercato e lo sviluppo commerciale.

Il progetto formativo
29, 42, 51 è il numero di corsi liberi sulla produzione di MAPs organizzati in Catalogna rispettivamente nel 2013, 2014 e 2015.
Una domanda crescente di occasioni di conoscenza.
In Portogallo e in Italia le proposte appaiono meno numerose. Forse più compatta l’offerta riscontrata nel Sud della Francia.
Dei corsi svolti in Catalogna nel 2015, 26 erano corsi professionali, ma solo 7 potevano essere considerati corsi formalmente riconosciuti, 5 promossi da Centri di Alta Formazione, 2 da Centri VET.
Ma tutti questi corsi differivano per impostazione e durata, apparendo come iniziative isolate, non coordinate tra loro.

Una nuova proposta formativa è tanto più utile quanto più in grado di venire a colmare lacune eventualmente esistenti” considera Barbara Ruffoni, direttrice del CREA di Sanremo, l’altro partner italiano del progetto.
I dati raccolti hanno evidenziato l’importanza di sviluppare un’ offerta di apprendimento coordinata e di qualità elevata, per fornire competenze avanzate rispetto a produzione, trasformazione, sicurezza, regolamentazione e commercializzazione del prodotto erboristico, limitatamente al comparto alimentare.
Su queste aree il progetto ha formulato un programma modulare, basato su unità didattiche proposte sia in e-learning che con corsi frontali, per un totale di oltre 100 ore di lezione.
Oltre all’approfondimento dei contenuti, la metodologia adottata si proponeva di dotare i partecipanti di skills multilinguistici, digitali e social che li mettessero in condizione di interagire con realtà produttive anche in altri paesi.

Il corso pilota: l’esperienza sul campo
Sulla base del progetto formativo complessivo, Herbartis ha dato il via all’attuazione di un corso pilota, predisposto in modo collaborativo tra i quattro paesi coinvolti.
Su una piattaforma e-learning sono state create 21 unità formative per ciascuno dei 4 moduli individuati nel progetto generale, composte da testi illustrativi e supportate da documentazione selezionata da risorse internet, immagini, video e grafici utili per la comprensione dei temi affrontati.

Il corso pilota si è dimostrato un’occasione per verificare la fattibilità della proposta educativa nel suo complesso, ma anche per verificare la metodologia e la dinamica della didattica del corso” considera Clara Laurenço di ADCMoura, Associaçao para o Desenvolvimento do Concelho de Moura, partner portoghese del progetto.
Un elemento cardine è stato infatti il coinvolgimento attivo dello studente, reso possibile dalla modalità di interattività previste.
Prima di tutte, la verifica alla fine di ogni unità che richiedeva allo studente di attivarsi nella soluzione di specifici compiti, utilizzando gli strumenti informativi acquisiti dalla lezione, e una certa dose di propria capacità problem-solving.
Qualche esempio di queste verifiche ce lo ricorda sempre Clara Laurenço: “Visitare un mercato locale e un mercato urbano e confrontare le caratteristiche dei prodotti a base di piante incontrati; oppure, calcolare il costo totale di una distillazione in corrente di vapore (costo della struttura + costo energetico) del raccolto di un ettaro di una specie aromatica, scegliendo la pianta, le dimensioni del distillatore e la tipologia di fonte energetica; o ancora, elaborare una lista dei fornitori disponibili di piccole macchine o dispositivi per la macinazione, la miscelazione e il confezionamento di prodotti artigianali di erbe aromatiche”.
Sulla piattaforma utilizzata è stato possibile anche aprire degli spazi forum per permettere ad ogni allievo di condividere dubbi, domande, approfondimenti con gli insegnanti e con gli altri studenti, ciascuno nella propria lingua.
Inoltre è stato possibile creare anche un ulteriore spazio di collaborazione virtuale, che vedeva l’apporto, oltre che degli studenti e degli insegnanti, anche di esperti e operatori esterni, invitati a contribuire alla soluzione di problemi posti.
L’apporto degli esperti esterni è stato molto importante ed è proseguito nei workshop.
Queste attività si sono svolte in parallelo, nell’ambito di ciascuna realtà nazionale.
Ma il passo decisivo per un proficuo scambio di esperienze è stato quello offerto dalle attività transazionali: quattro viaggi di studio, uno per nazione, articolati su tre giornate, prevedendo incontri diretti, seminari tecnici e visite in azienda.

Schermata 2017-12-05 alle 12.14.35Una prospettiva per il futuro
Indipendentemente dalle informazioni fornite e dalle conoscenze acquisite, gli sforzi per seguire un corso completo come questo devono essere capitalizzati con un riconoscimento formale come un diploma o un certificato” afferma ancora Eva Moré.
Le qualifiche servono a svariati scopi: risultati dell’apprendimento per i datori di lavoro, prerequisiti per accedere a determinate professioni regolamentate, determinazione del livello e del contenuto dell’apprendimento acquisito da un istituto di istruzione e formazione. Sono anche importanti singolarmente come conferma di un successo personale” ricorda Christelle Aunac responsabile per UESS, l’Universitè Européenne des Senteurs et des Saveurs, il partner francese.
La possibilità di conferire un riconoscimento che abbia un effettivo valore formale e legale è stato uno degli obiettivi iniziali del progetto Herbartis.
Per raggiungerlo sono da considerare i diversi inquadramenti normativi delle qualifiche professionali, sia dei singoli paesi coinvolti nel progetto che a livello comunitario.
Il documento finale del progetto analizza i possibili iter distinti paese per paese e a livello comunitario, e pone le basi per un’azione volta a un ulteriore avanzamento, formulando anche alcune dettagliate ipotesi di come il corso potrebbe essere proposto nei prossimi anni, nei singoli paesi o in modalità internazionale.
L’eventualità di perseguire questo obiettivo parallelamente nei quattro paesi, con un curriculum comune e analoghi criteri di certificazione conferirebbe a questo attestato un valore e una riconoscibilità indubbiamente maggiore e certamente spendibile sul mercato, verso il consumatore e verso altri soggetti della filiera.
La volontà di tutti i partner è quella di riproporre una nuova edizione del corso, eventualmente con un altro formato, e certamente lavoreremo in questa direzione: ma molto dipenderà dalle opportunità di finanziamento che potranno aprirsi grazie alle prossime chiamate di progetti europei, che non sempre si adattano perfettamente alle nostre idee strategiche” conclude Eva Moré.

La parola ai partecipanti
Raccomandereste il corso al vostro migliore amico?
Certo, assolutamente, lo farò! É stata una attività estremamente piacevole, e ho imparato moltissimo per la mia crescita professionale nel campo delle MAPs….”.

Riportiamo alcuni commenti dei partecipanti al corso pilota.
In fase di lancio, al corso sono pervenute centoventi domande di ammissione, per circa 20 posti disponibili per ogni paese.
L’età prevalente era compresa tra i 30 e i 50 anni, netta la prevalenza femminile.
In questa fase è stata riservata una precedenza ai produttori di MAPs già in attività (alcune decine alla fine quelli presenti tra gli iscritti).
Cosa ne avete ottenuto sul piano personale, oltre ai contenuti tecnici di cui siete venuti a conoscenza? “Moltissimo: capacità linguistiche, tecnologiche: e poi contatti validi, ho conosciuto persone gradevoli e intraprendenti, ho visitato realtà di altri paesi…”.
Interessante notare che nei rapporti finali che riportano anche le osservazioni dei partecipanti, le principali criticità evidenziate riguardano i due fattori che caratterizzano il corso in maniera più significativa: qualche momento difficile si è incontrato infatti o per l’utilizzo della piattaforma (difficoltà di connessione, poca versatilità di alcune applicazioni), oppure a causa delle barriere linguistiche, sia verso i docenti che verso gli altri allievi. Al tempo stesso, il networking e la conoscenza delle realtà all’estero sono stati, per chi c’era, i tratti più qualificanti e motivanti della loro esperienza (evidentemente, le difficoltà sono state percepite di più proprio per l’importanza di queste due punti).

E in futuro, partecipereste ancora?
Spero davvero che il corso venga ripetuto, e che sia data anche ad altre persone la possibilità di vivere questa esperienza. In questo caso vorrei poter partecipare ancora ai workshop e alle attività di networking, e restare così in contatto con chi come me sta realizzando questi progetti nei nostri paesi”.

Tutti i partecipanti dimostrano di avere sinceramente molto apprezzato il coinvolgimento e la costanza di chi ha sviluppato e condotto il progetto: come accade spesso, il successo di una iniziativa, anche istituzionale e pubblica, dipende proprio dall’impegno personale di chi ci lavora.

Tra i tanti ringraziamenti rivolti a tutta l’équipe di Herbartis, ne vogliamo segnalare uno speciale: “grazie per aver dato visibilità ad un settore nel quale crediamo!”.

Per maggiori informazioni: herbartis.wordpress.com

Tepezcohuite, l’albero della pelle

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Schermata 2017-11-09 alle 14.35.12Il genere Mimosa appartiene alla grande famiglia delle Leguminosae e include quasi 500 specie, di cui la maggior parte d’origine americana. Le mimose possono essere molto variabili nell’aspetto, da piccole piante striscianti quali la graziosa M. pudica, nota per le foglie che si chiudono velocemente quando toccate, sino ad alberi di notevoli dimensioni. Una specie apparentemente insignificante – un alberello o arbusto spinoso alto 2-5 m – da tre secoli è diventata protagonista di un’avvincente storia sociale-religiosa in Brasile, e negli ultimi 40 anni ha visto acquisire importanza fitoterapica in Messico, sino a raggiungere la ribalta medica internazionale. Si tratta di Mimosa tenuiflora (Will.) Poiret. Nota con il nome popolare di tepezcouhite in Messico e di jurema in Brasile; sino a non molto tempo fa botanicamente era conosciuta come M. hostilis (C. Marth.) Benth., considerato ora un suo sinonimo.

Un fatto curioso, e anche un poco enigmatico, riguarda la considerazione che il tepezcohuite non sembra essere stato noto fra gli Aztechi, i Maya e le altre popolazioni preispaniche, e non è riconosciuto nemmeno un suo impiego medicinale fra le etnie che vivono nell’area messicana di crescita dell’albero o nelle sue vicinanze, quali Zoque, Mixe, Popoloca, Huave e Zapotechi. Il suo utilizzo terapeutico sembra essere stato promosso in tempi recenti da parte di gruppi mestizo, e la fama delle sue “miracolose” proprietà nelle lesioni dermiche ha raggiunto oggigiorno l’intera popolazione messicana e mondiale (1). A tutt’oggi restano dunque enigmatiche le origini della scoperta delle sue proprietà medicinali; origini che sembrano comunque piuttosto recenti, e che testimoniano la continuità di un vivace potenziale di ricerca e osservazione popolare della natura.

Le proprietà curative del tepezcohuite nelle ustioni acquisirono notorietà internazionale in seguito a una serie di eventi catastrofici verificatisi in Messico negli anni ‘80, fra cui l’eruzione del vulcano Chichonal nel 1982, l’incidente industriale di San Juan Ixhuatepec nel 1984, un terremoto del 1985, e un grave incidente aereo nel 1986. Questi incidenti generarono un grande numero di ustionati, che furono trattati positivamente con applicazioni topiche della corteccia di tepezcouhite. Il disastro di San Juan Ixhuatepec, un paesino vicino a Città del Messico, rappresentò una delle più gravi catastrofi industriali del pianeta, quando 54 giganteschi contenitori di gas naturale liquido scoppiarono uno a uno nel corso di una notte, incenerendo letteralmente il vicino paesino e diverse centinaia di persone, e lasciando sul campo oltre 5000 feriti che riportarono gravi ustioni su tutto il corpo.

Schermata 2017-11-09 alle 14.35.34M. tenuiflora è specie prettamente tropicale, diffusa in diverse aree dell’America Latina: cresce in Messico (stati di Oaxaca e Chiapas), nell’America Centrale (El Salvador, Honduras, Nicaragua, Panama), e nell’America Meridionale (Colombia, Venezuela, Brasile) (2).

L’etimologia del termine messicano tepezcohuite – altrimenti noto come tepescahuite, tepescohuite e tepesquehuite – è incerta. È sicuramente di derivazione nahuatl, la lingua uto-azteca più diffusa nel Messico centrale, e la seconda parte della parola significa “albero” (cuahuitl). L’incertezza risiede nella traduzione della prima parte, variamente interpretata dagli studiosi come “monte” (tepetl), “pelle” (tepex) o ferro (da tepustli), offrendo quindi la rosa interpretativa di “albero del monte”, “albero della pelle” o “albero di ferro”, dove quest’ultima traduzione alluderebbe alla durezza del suo legno (3). Tuttavia, dato che l’albero del tepezcohuite non è prettamente montano, potendo crescere dal livello del mare sino ai 760 m di altitudine, verrebbe da escludere la prima interpretazione come “albero del monte”, e per via delle sue proprietà rigenerative della pelle, la traduzione più plausibile parrebbe essere quella di “albero della pelle”. Nelle altre regioni americane della sua presenza, questa mimosa è chiamata carbón, carbonal, cabrera, cabrero, carbón negro, mentre in Brasile è nota come calumbi, jurema preta o semplicemente jurema. Come vedremo, il principale impiego brasiliano di questa pianta è di tutt’altra natura, e si basa su una proprietà particolare della sua corteccia, quella di indurre stati psichici visionari.

Usi tradizionali e commerciali

Come detto, l’impiego del tepezcohuite nelle ustioni e altre patologie cutanee è originario di una ristretta area del Messico. Fra le popolazioni tradizionali sudamericane si stanno attualmente registrando impieghi simili, ma non è chiaro se ciò sia frutto di contaminazioni culturali recenti, dovute alla diffusione della notorietà di questo albero proveniente dal Messico o, più probabilmente, di rimbalzo dalla globalizzata cultura occidentale. Le popolazioni della caatinga (un particolare ambiente ecologico semi-arido del Brasile nord-orientale, dove crescono gli alberi della jurema) impiegano da tempi “pre-messicani” la loro jurema per scopi medicinali, ed è pressoché sempre la corteccia la parte ricercata. Nella regione di Pernambuco la polvere di corteccia di M. tenuiflora viene disciolta in acqua fredda, oppure ne viene fatto un infuso caldo, e assunta in tal modo per os nel trattamento delle disfunzioni epatiche, dell’anemia e delle appendiciti (4). Nello stato brasiliano di Ceará (Milagres) la corteccia è impiegata in infusione per il dolore ai denti, e come bagno nelle ferite esterne (5). Nello stato di Bahia (Palmeiras) la corteccia è impiegata nel trattamento dei raffreddori e delle ferite (6). Pure nei culti afro-brasiliani la jurema è impiegata come medicinale, per curare le infezioni e le infiammazioni, e nella caatinga è usata per alleviare la fatica e rinforzare l’utero (7). Oltre che per le proprietà medicinali e per quelle visionarie, M. tenuiflora trova impieghi utilitaristici e manifatturieri. Il legno del tronco è usato come legna o come carbone da ardere sia in Messico che in Brasile, mentre la corteccia, ricca in tannini, è usata come colorante per i tessuti (8) e per produrre un adesivo (9). In Messico, nell’impiego popolare viene preparato principalmente un decotto di tepezcohuite, mescolando la corteccia polverizzata con acqua e bollendo sino a ottenere un’elevata concentrazione. Con il prodotto così ottenuto si bagnano delle bende da apporre sulle aree della pelle ferite. Il medesimo decotto viene impiegato come gargarismo nei casi di escoriazioni interne di bocca, palato, gengive, ed è assunto oralmente contro i parassiti o altri problemi gastrointestinali (10). Nel corso di un nostro recente viaggio nello Yucatan, in Messico, e a seguito di colloqui intrattenuti con alcuni venditori di prodotti a base di tepezcohuite, abbiamo ricevuto la conferma che nell’impiego popolare la polvere della corteccia è impiegata anche nella sua forma naturale, sia applicata topicamente che ingerita, senza passare dal decotto. Per quanto riguarda i moderni usi commerciali, la corteccia di tepezcohuite viene impiegata in un’estesa varietà di formulazioni, e nei prodotti commerciali sono fornite le seguenti indicazioni:

• polvere della corteccia, indicata nelle bruciature di secondo e terzo grado, parrebbe favorire la cicatrizzazione e alleviare il dolore (tuttavia, è stato osservato che nelle ustioni severe, di terzo grado, il contatto della polvere con i tessuti danneggiati forma una crosta impermeabile dovuta alla presenza nella corteccia di gomme, cristalli e tannini, che impedisce l’ossigenazione tessutale necessaria per la cicatrizzazione).
sapone, in tutti i tipi di dermatosi, acne, macchie, rughe, smagliature da gravidanza.
pomata, in varie lesioni cutanee: ustioni lievi, affezioni varie della pelle, macchie, funghi e negli herpes simplex e zoster.
estratto, in allergie, eczemi, cicatrici e come vasotonico.
capsule (per os), in iperacidità, gastriti, ulcera peptica e duodenale, coliti, emorroidi e (perfino) emicranie.
talco, sulle ferite, in reazioni allergiche, eruzioni e atrofie cutanee.
shampoo, fortifica il cuoio capelluto, riduce la forfora e la caduta del capello.
gomme da masticare, contro acidità gastrica, emicrania, mal di denti e infezioni alla bocca.
crema umettante, rigenera la pelle e attenua le linee d’espressione.
crema con collagene, rigenera la pelle, riduce le macchie e rallenta la formazione delle rughe (11).

Nello Yucatan abbiamo trovato in commercio anche saponi a base di foglie e non di corteccia di tepezcohuite, oltre a preparati in collirio:

collirio, in secchezza, arrossamenti, bruciori, congiuntiviti, “nubi”, cataratta, miopia.

L’area di raccolta su larga scala del tepezcohuite è incentrata nello stato messicano del Chiapas; una raccolta intensiva che sta rischiando di impoverire se non addirittura estinguere le stazioni di crescita.

L’elevata richiesta da tutto il mondo sta ponendo anche un problema di qualità del prodotto, presentandosi casi di contraffazioni mediante adulteranti, fra cui sono state individuate cortecce di altre Leguminose (Mimosa arenosa, Acacia pennatula), di Byrsonima crassifolia (Malpighiaceae), Luehea candida (Tiliaceae) e Guazuma ulmifolia (Sterculiaceae) (12).

Il tepezcouhite è presente nel commercio erboristico italiano, sebbene non sembra sia ancora molto diffuso.

Molti erboristi lo conoscono, ma solo alcuni lo rendono disponibile nei negozi, con prodotti di case erboristiche principalmente italiane, sia in forma di pomate che di polvere fina della corteccia, entrambe in applicazione rigorosamente topica; alcune ditte preparano anche estratti acquosi e alcolici, sempre per applicazioni topiche.

Le pomate vengono consigliate per problemi dermatologici quali escoriazioni, arrossamenti, foruncoli, mentre la polvere è suggerita nel caso di bruciature, tagli, arrossamento da pannolino e v’è chi suggerisce la psoriasi (in quest’ultimo caso con un trattamento di lunga durata).

Schermata 2017-11-09 alle 14.35.55Aspetti biochimici

La corteccia di M. tenuiflora produce un cospicuo insieme di principi attivi, e ciascuna tipologia ha evidenziato specifiche proprietà farmacologiche e terapeutiche.

Dalla corteccia di campioni messicani sono state isolate tre saponine triterpenoidi, nominate mimonosidi A-C (13), tre saponine steroidi, alcuni steroli, fra cui lupeolo, campesterolo e stigmasterolo (14), oltre a elevate concentrazioni di tannini, che possono superare la concentrazione del 16% (15).

In cortecce di campioni messicani sono stati isolati dei polisaccaridi denominati arabinogalattani (16), mentre nelle foglie e nella corteccia di campioni brasiliani sono stati individuati dei flavoni, fra cui la sakuranetina (17). Ancora, dai rami piccoli di piante  del Chiapas sono stati identificati due calconi, nominati kukulkanine A e B (18).

Per quanto riguarda gli alcaloidi, M. tenuiflora e alcune altre congeneri producono dei derivati triptaminici dotati di potenti proprietà allucinogene, e di cui il principale è il DMT (dimetiltriptamina). La corteccia dei campioni brasiliani può raggiungere e superare concentrazioni dell’1% del peso secco; considerando che un dosaggio medio di DMT per l’uomo adulto è fra i 30 e i 50 mg, si tratta di concentrazioni elevate (19).

I campioni messicani sembrerebbero produrre concentrazioni inferiori di alcaloidi, non essendo state per ora registrate concentrazioni superiori allo 0,35% del peso secco, con la massima concentrazione nel periodo estivo (gennaio) e la minima in quello invernale (giugno). Con lo scopo di evitare il più possibile il rischio di assorbimento dermico del DMT nel contesto del trattamento delle affezioni dermiche, per scopi commerciali viene quindi preferita la raccolta della corteccia durante il periodo invernale (20).

La maggiore concentrazione di DMT è stata per ora ritrovata nella corteccia di M. ophthalmocentra, raggiungendo l’1,6% del peso secco, una quantità davvero eccezionale, e che fa di questa pianta l’essere vivente che ne produce di più in assoluto. Anche questa specie è impiegata nei riti brasiliani della jurema sotto il nome di jurema vermhela (21).

Schermata 2017-11-09 alle 14.36.18Proprietà farmacologiche

Come si è visto, le principali indicazioni mediche dei preparati derivati dalla corteccia di tepezcohuite comprendono il trattamento di ferite cutanee, ulcerazioni, e ustioni.  Dati clinici provenienti da studi messicani e internazionali, tra cui uno italiano, hanno confermato l’efficacia di questa terapia.

I tannini della corteccia di tepezcohuite sembrano ricoprire un ruolo importante nel meccanismo di guarigione, dato che possiedono proprietà antimicrobiche, evidenziate in studi in vitro, contro un ampio gruppo di microorganismi Gram-positivi e negativi, lieviti e dermatofiti. Lo spettro antimicrobico si estende dall’inibizione della crescita di Gram positivi (Staphylococcus aureus), a Gram negativi (Escherichia coli e Pseudomonas aeruginosa) e funghi (Candida albicans). La maggiore attività riscontrata nei confronti dei Gram+ rispetto ai Gram–  è dovuta probabilmente ai gruppi fenolici presenti nella corteccia, che riescono a penetrare con difficoltà la barriera dei Gram– costituita dal lipopolisaccaride batterico (22). Estratti etanolici di corteccia di M. tenuiflora hanno evidenziato una significativa attività contro ceppi farmaco-resistenti di S. aureus isolati in un ospedale brasiliano, e con tempi di reazione molto brevi, con una riduzione del 99,9% delle cellule microbiche dopo solo 30 minuti dall’applicazione (23). Gli estratti di corteccia di tepezcohuite sono positivamente impiegati nel trattamento delle ulcerazioni venose degli arti inferiori (VLU). Queste ulcere colpiscono circa l’1% degli adulti durante il corso della vita, e sono dovute a un’insufficienza vascolare la cui cronicizzazione comporta un aumento della pressione nelle vene delle gambe e l’induzione di una cascata deleteria di determinati eventi metabolici. I trattamenti moderni prevedono lavaggi e sbrigliamenti quotidiani della ferita congiuntamente all’impiego di antibiotici topici e di bendaggi compressivi; tuttavia, in numerosi casi questi trattamenti sono inefficaci, e le ulcerazioni persistono per mesi o anni, causando dolore cronico e disabilità.

L’efficacia del tepezcohuite nel trattamento delle ulcerazioni venose agli arti inferiori è stata esaminata da gruppi di ricerca messicani: in un primo studio è stata valutata la risposta di pazienti affetti da diversi anni (8-9 in media) da questa patologia, non responsivi ad altri rimedi e procedure. Il trattamento consisteva nell’applicazione di un idrogel a base di un estratto di corteccia di tepezcohuite. La risposta è stata poi confrontata con quella del  gruppo di controllo, trattato con lo stesso idrogel, ma privo degli estratti (placebo). Nel follow-up a tredici settimane si è riscontrata risposta positiva nel 92% dei pazienti del gruppo, rispetto ad un solo paziente del gruppo di controllo.

Gli effetti cicatrizzanti sono stati osservati sin dalle prime settimane di trattamento, e la completa cicatrizzazione ha richiesto tempi differenti a seconda della grandezza dell’area dell’ulcera. Nessun paziente ha riscontrato effetti collaterali (24).

Una risposta critica a questo studio è stata successivamente prodotta dal gruppo di Lammoglia-Ordiales, in cui vengono analizzati nuovamente gli effetti degli estratti di mimosa sul trattamento delle VLU, utilizzando criteri di valutazione più selettivi. Secondo gli autori, non ci sarebbero differenze statisticamente significative nei risultati ottenuti con i due tipi di trattamento – idrogel con estratti di mimosa rispetto al solo idrogel – nell’evoluzione clinica della ferita, sebbene l’istologia mostri una riduzione dell’infiltrato di neutrofili nella ferita, caratteristica che depone per gli effetti anti-infiammatori degli estratti. Questo quadro istopatologico non ha trovato riscontri clinici sull’evoluzione della ferita (25). Resta quindi da confermare, su campioni di pazienti più ampi, l’efficacia del tepezcohuite nel trattamento delle ulcere venose agli arti inferiori.

Schermata 2017-11-09 alle 14.36.36Anche in Italia è stato sviluppato uno studio clinico con il tepezcohuite, con risultati molto promettenti. L’indagine è stata condotta presso la Clinica Ostetrica e Ginecologica di Ortona su un campione di 65 donne in allattamento affette da ragadi del capezzolo. Sulle aree coinvolte dalle ragadi è stata applicata una pomata a base di M. tenuiflora e Calendula officinalis, integrate con vitamine A ed E. La calendula esplica un’azione sinergica con quella del tepezcohuite, per via del suo contenuto di esteri triterpendiolici, che hanno riconosciute proprietà anti-infiammatorie e di riduzione degli edemi, favoriscono la rigenerazione epiteliale, oltre ad avere proprietà antibatteriche e antiossidanti. La vitamina A è un regolatore epiteliare che stimola le cellule basali nella produzione di muco, mentre la vitamina E ha significative proprietà antiossidanti, ed entrambe le vitamine contrastano il danno indotto dai radicali liberi e aiutano a mantenere il trofismo fisiologico della cute. In seguito a 6-7 applicazioni giornaliere della crema (dopo ogni poppata), è stata osservata una risoluzione delle ragadi sanguinanti nel 95,6% dei casi entro le 48-72 ore, una riduzione di fissurazioni ed eritemi fino a scomparsa totale nell’89-93% dei casi, e un miglioramento dell’elasticità del capezzolo nell’81,5% dei casi. La scarsità di benefici è stata riscontrata in sole 2 donne su 65. Con questi risultati non è stato necessario interrompere l’allattamento, evento che si verifica di frequente in seguito alla comparsa delle ragadi mammarie (26).

Un’altra indagine clinica è stata condotta più recentemente in Francia su 56 pazienti affetti da ulcere diabetiche, da insufficienza venosa e da decubito, ai quali è stato applicato topicamente l’estratto tanninico della corteccia di tepezcohuite da solo o in combinazione con l’estratto tanninico delle parti aeree di Alchemilla vulgaris, quest’ultima dotata di proprietà cicatrizzanti e impiegata tradizionalmente nel trattamento delle vene varicose. Dopo sei settimane di trattamento è stata evidenziata una riduzione del 98% della superficie ulcerosa rispetto al 33% del gruppo di controllo, e una riduzione del volume della ferita del 94% rispetto al 30% del gruppo di controllo. I risultati più positivi sono stati ottenuti con la combinazione, evidentemente sinergica, degli estratti delle due piante. Sono state osservate anche riduzioni dell’essudato della ferita e del dolore. Le proprietà terapeutiche sulle ulcere sarebbero dovute ai tannini presenti in entrambe le piante, in particolare alle procianidine, che neutralizzerebbero l’attività di certi enzimi coinvolti nella degradazione della matrice extracellulare, favorendo quindi la crescita dei fibroblasti (27).

In questi ultimi anni è stato elaborato in laboratorio un composto a base di chitosano e tepezcohuite per applicazioni di ingegneria tessutale (28). Il chitosano è un polimero biodegradabile, derivato dalla chitina, che possiede proprietà cicatrizzanti, emostatiche e batteriostatiche. Le proprietà antimicrobiche sono dovute alla sua natura cationica e, grazie alle caratteristiche di biocompatibilità, biodegradabilità e permeabilità, è utilizzato come sistema di rilascio di farmaci all’interno di tessuti biologici. È stato osservato come la presenza di M. tenuiflora modifichi la superficie dei biofilm di chitosano, migliorandone la stabilità termica, la permeabilità, e l’attività antibatterica, senza evidenziare citotossicità. La maggiore idrofilia comporta un’aumentata capacità del biofilm di assorbire l’eccesso di essudato dalla ferita, previene la disidratazione, promuove gli scambi gassosi tessutali, favorisce la rigenerazione delle cellule morte, protegge la ferita dalle infezioni batteriche. La citotossicità del biofilm combinato (chitosano/mimosa) è risultata significativamente ridotta rispetto a quella dei biofilm presi singolarmente (29).

La medesima combinazione di chitosano e tepezcohuite, nel rapporto ottimale di 80:20, ha evidenziato promettenti proprietà osteogeniche applicabili alla bioingegneria tissutale ossea, essendo dotato di una buona osteoconduttività e promuovendo la proliferazione e differenziazione degli osteoblasti (30).

Parrebbe contribuire all’effetto curativo degli estratti acquosi del tepezcohuite anche una componente polisaccaridica, identificata a elevate concentrazioni nella corteccia e dotata di spiccati effetti stimolanti la crescita cellulare e la proliferazione di fibroblasti cutanei e dei cheratinociti, indice di un impatto positivo di certi carboidrati sulla rigenerazione in seguito a lesioni cellulari. La stimolazione in vitro dei fibroblasti dermici da parte di questi polisaccaridi – arabinogalattani – è stata evidenziata mediante la quantificazione dell’attività mitocondriale, l’indice di proliferazione cellulare e l’espressione genica (31). I medesimi estratti polisaccaridici hanno evidenziato in laboratorio un’attività stimolante la risposta infiammatoria di tipo acuto, attraverso il coinvolgimento dell’ossido nitrico, richiamando l’attenzione sul un loro eventuale effetto immunomodulante (32). Ancora, l’estratto etanolico e i flavoni della corteccia, di cui il principale è la sakuranetina, hanno evidenziato elevate attività antinocicettive periferiche e anti-infiammatorie (33), e studi in vitro hanno mostrato come le saponine triterpenoidi (mimonosidi A-C) inducano la proliferazione cellulare e possiedano capacità immuno-modulanti (34). Una proprietà che resta ancora a un livello aneddotico, pur solido, riguarda un’attività analgesica della durata di 2-3 ore riscontrata sulle bruciature con l’applicazione topica di tepezcohuite (35).

Recenti studi di laboratorio hanno evidenziato un’altra interessante proprietà degli estratti acquosi di M. tenuiflora, utili nel trattamento dell’avvelenamento da puntura di scorpione, sebbene non sia nota questa applicazione nel contesto tradizionale, né messicano né brasiliano. Come reazione patologica che fa seguito a questo tipo di avvelenamento, il corpo produce diverse citochine pro- e anti-infiammatorie, fra cui interleuchine che, pur essendo essenziali per la riparazione della struttura e della funzione del tessuto cellulare, possono contribuire all’aggravamento del danno tissutale; un’ulteriore conseguenza indotta dal veleno risiede nello sviluppo di una peritonite indotta dalla migrazione di cellule verso la cavità peritoneale. Il meccanismo d’azione di M. tenuiflora si baserebbe su una significativa inibizione di tale migrazione cellulare nella cavità peritoneale, e su una contemporanea riduzione delle concentrazioni delle interleuchine (36).

Un dato curioso: in esperimenti di laboratorio, colture cellulari di tepezcohuite sono state trapiantate in tessuto animale, sopravvivendovi oltre 120 giorni; primo caso di trapianto “inter-regni” (37).

La Jurema del Brasile

M. tenuiflora, insieme ad alcune altre congeneri, è impiegata come fonte visionaria in un insieme di riti riuniti sotto il termine di “culto della Jurema”, e anche in questo caso la parte impiegata è la corteccia dell’albero. Questo culto è originato nell’area nord-est del Brasile, presso un gruppo di etnie distribuite principalmente negli stati di Pernambuco, Alagoas, Bahia, fra cui si annoveravano i Pancararú, Tusha, Guegue e Pimenteira. Non disponiamo di dati che possano indicare quanto antico sia questo culto, e le prime documentazioni della sua esistenza sono presenti nei documenti inquisitoriali del XVIII secolo (38).

Nel XX secolo è stato erroneamente riferito da diversi studiosi che il culto della Jurema si estinse presumibilmente durante il XIX secolo. La pressione inquisitoriale di stampo portoghese non riuscì a estinguerlo del tutto, e fu tramandato segretamente da parte di limitati gruppi nativi. In un periodo che va dalla fine del XVII secolo agli inizi del XIX secolo, la conoscenza della bevanda della jurema fu trasmessa dalle popolazioni native a gruppi di schiavi neri che fuggivano in direzione dei quilombo, le comunità rurali in cui trovavano rifugio e protezione. Questi neri di discendenza africana introdussero l’uso della bevanda della jurema nei culti di possessione afro-brasiliani, in particolare nel Candomblé e, più tardi, nell’Umbanda. Questi medesimi culti influenzarono a loro volta i culti nativi della Jurema, i quali acquisirono e integrarono le teologie e le modalità rituali specifiche dei culti di possessione.

Da oltre due secoli il Brasile è sede di un fenomenale crogiolo sperimentale di culti e di pratiche religiose che continuamente si ramificano, si frammentano, si accorpano, si “intersecano”, al punto che in diversi casi risulta difficile determinare i contesti d’origine degli elementi cultuali, rituali e teologici che li compongono; e in una siffatta “matassa cultuale” rientra in pieno la Jurema.

Una caratteristica peculiare del culto della Jurema, in particolare quello dei nativi, è la sua segretezza. Nessun antropologo è mai riuscito a partecipare e nemmeno a farsi descrivere dai nativi cosa avviene nei riti più intimi del culto, e i nativi fanno ben attenzione a non divulgarne i segreti, né agli altri gruppi tribali, né tanto meno ai bianchi. In questo senso il culto della Jurema è a tutti gli effetti un culto misterico, cioè un culto di cui i partecipanti non devono parlare a chi non ne è direttamente partecipe.

Del nucleo più originario del culto, sappiamo che un gruppo di persone di entrambi i generi esegue danze in forma circolare mantenendo una direzione antioraria, il tutto accompagnato da motivi sonori al ritmo delle maracas e dei passi dei ballerini. La bevanda della jurema è collocata al centro dell’ambiente ed è distribuita in determinati momenti della cerimonia, durante la quale si alternano momenti in cui i partecipanti sono seduti in circolo, e altri in cui danzano. Durante lo stato visionario, i partecipanti assumono una particolare postura, con il torso inclinato in avanti e lo sguardo fisso sul terreno. Nei riti ricopre un ruolo importante il fumo del tabacco, che viene “fumato” in apposite pipe in una maniera del tutto particolare, cioè all’incontrario; il payé o altra figura carismatica che conduce il rito soffia dentro a una pipa dalla parte del fornello dove si trova una brace di tabacco accesa, facendo fuoriuscire il fumo dalla parte del bocchino. Questo fumo viene sparso sulla ciotola che contiene la bevanda della jurema, con lo scopo di “attivarla”, e attorno alle persone, per purificarle.

Per quanto riguarda i culti di possessione, questi sono diffusi in gran parte del territorio brasiliano, oltre che nelle Antille, e si diversificano in base a fattori storici e culturali. Come nucleo centrale del rito, hanno in comune il raggiungimento di uno stato fisico-mentale che è chiamato “possessione”, durante il quale degli individui – denominati nel Vudu per lo più “cavalli” – cadono in trance e il loro corpo e la loro voce vengono “usurpati” da entità spirituali – i “cavalieri” – le quali in tal modo si manifestano e comunicano i loro consigli e le loro volontà. Lo stato di trance viene indotto dal suono e dal canto di motivi sonori (linee) che sono specifici di ciascuna entità spirituale. È sufficiente che i musicisti accennino alle prime note di una certa linea, che alcuni partecipanti vanno “fuori di sé”, mettendosi a gesticolare e a parlare in maniera non loro, ma come quella dell’entità che la possiede. È in questo contesto religioso-culturale che la Jurema si è diffusa nei culti afro-brasiliani Catimbó, Candomblé, Umbanda, Xangô, Toré, Maracatu.

Le entità che possiedono i fedeli sono di natura generalmente benigna, o comunque l’interazione rientra utile negli aspetti terapeutici e psico-terapeutici. Nel rito di possessione Catimbó/Jurema, ad esempio, vi sono i Cabloco, entità indigene che curano mediante la conoscenza delle erbe, sono considerati spiriti elevati che lavorano per il bene, ma sono anche molto temuti poiché possono diventare pericolosi quando scagliano contro qualcuno le loro frecce. I Mestre sono anch’essi spiriti che curano, ma di discendenza schiava o meticcia, e sono riconosciuti come persone che durante la vita lavoravano nei campi e avevano conoscenze nel mondo vegetale; ma accadde loro qualcosa di tragico, morirono e tornano ora per apportare il loro aiuto al genere umano (39).

Un elemento rituale caratteristico di diversi culti afro-brasiliani “juremados” (dove si assume la jurema come fonte visionaria) è la pratica di inserire un seme di Mimosa sotto la pelle dei novizi. Uno dei riti del Catimbó, noto come juremação o implantação da semente, consiste nel piantare, magicamente o realmente sotto la pelle del corpo del discepolo un seme dell’albero della jurema. Anche nell’Umbanda viene praticata la oberização, il taglio rituale per l’impianto del seme della jurema, eseguito all’altezza del torace della persona. Quest’operazione serve “per aprire i cammini affinché le entità discendano e possano manifestarsi, ed è la jurema ad aprire i cammini per le varie entità” (40).

Stando allo stato attuale degli studi etnobotanici, le specie coinvolte nel culto della jurema parrebbero essere cinque: la più famosa e quella più utilizzata è jurema preta, M. tenuiflora, il tepezcohuite dei messicani; seguono M. verrucosa Benth. (jurema branca o jurema mansa), M. ophthalmocentra Mart. ex Benth. (jurema vermhela, “rossa”, o jurema-de-embira), M. acutistipula Benth. (jurema branca jurema preta e jureminha), e M. arenosa (Willd.) Poir. (jurema preta e jureminha).

I nativi usano l’una o l’altra di queste specie a seconda dell’etnia o dei diversificati simbolismi religiosi associati a questi alberi. Fra i Kariri-Shoko viene usata la jurema branca o quella vermelha, e non viene mai usata la jurema preta, perché ritengono che endoida (“fa impazzire”); “la preta ha una forza non comune, la gente la teme come pericolosa. Non si controlla. Può perfino portare alla distruzione”. Jurema preta è normalmente associata ai trabalhos per fare del male (la stregoneria) (41). Gli Atikum dicono che “porta sofferenze nella corrente”, mentre la jurema senza spine è la pianta della “scienza dell’indio” (42).

La bevanda della jurema viene ricavata lasciando macerare in acqua fredda la corteccia della pianta. O per lo meno questa dovrebbe essere la ricetta originaria, per la quale si è presentato il seguente enigma farmacologico: com’è possibile che la semplice introduzione orale della bevanda, contenente DMT, possa essere visionaria, dato che questa molecola non è attiva per via orale, a causa dell’attività metabolica della MAO presente nell’apparato digerente umano? Un problema che già si conosce per la bevanda dell’ayahuasca, e la cui soluzione risiede nella co-presenza in questa di MAO-inibitori (i-MAO) (43).

Su questo “mistero della jurema” si è discusso ampiamente negli ultimi decenni e si sono presentate due ipotesi generali, entrambe indirizzate come risoluzione verso l’individuazione di una fonte di MAO-inibizione che in un qualche modo si ritroverebbe presente nella bevanda, o come ingrediente aggiunto, o presente internamente alla radice della jurema. Nella prima possibilità di una fonte i-MAO direttamente aggiunta alla bevanda, potrebbe avvenire consapevolmente, e in questo caso potrebbe far parte di quel segreto della sua preparazione così tanto acclamato dalle popolazioni native. A tale riguardo, è stata posta l’attenzione su alcuni diffusi additivi alla bevanda della jurema, quali manacá (Brunfelsia uniflora Bon), maracujá (una specie di Passiflora) e il tabacco, tutte fonti di MAO-inibitori (44). La seconda ipotesi vedrebbe un qualche composto MAO-i presente nella medesima fonte della jurema, cioè insieme al DMT internamente alla corteccia della pianta. E quando nelle radici della jurema è stato scoperto un altro alcaloide indolico, la yuremamina, prodotto in quantità dello 0,11% del peso secco, subito è stato sospettato essere la molecola i-MAO mancante, anche per via di certe caratteristiche della sua struttura chimica (45). Ma si tratta di un’ipotesi ancora da confermare mediante specifici studi farmacologici.

 

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Passiflora incarnata L.: la produzione in Italia

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Passiflora incarnata L. è una specie subtropicale originaria del Sud degli Stati Uniti d’America e del Messico, ottimamente acclimatata anche in Italia grazie all’introduzione avvenuta in tempi storici come pianta ornamentale. La Passiflora è coltivata sin dal 1975 in diverse regioni d’Italia e si è diffusa, pur rimanendo una coltura di nicchia, in tutto il paese. Area storica di produzione sono le Marche. Dagli anni ‘90 è coltivata in Umbria e Piemonte, recentemente si è diffusa in altre regioni come in Veneto ed Emilia Romagna. La nostra produzione è in diretta competizione con quella francese, ma la qualità italiana e il prezzo al momento sono maggiormente competitivi. Le parti aeree fiorite ed essiccate di P. incarnata trovano largo utilizzo a scopi farmaceutici e cosmetici grazie alle sue proprietà. In campo risulta essere una coltura prettamente rustica e invasiva, prestandosi molto bene ad essere coltivata in sistemi intensivi senza richiedere un’alta specializzazione da parte dell’azienda, che spesso la coltiva assieme ad altre officinali, o anche insieme a mais o frutteti. Quanto alla consistenza e alla diffusione della coltura possiamo riferire che ad oggi gli agricoltori italiani coltivano stabilmente circa 150-180 ettari e mettono sul mercato una produzione di circa 800-1.000 tonnellate, contendendosi con i francesi il primato mondiale della produzione da coltivazione.

Utilizzo della Passiflora

Schermata 2017-11-09 alle 12.55.00Grazie alle sue proprietà sedative e antispasmodiche del tratto gastrointestinale e genito-urinario, P. incarnata è da lungo tempo utilizzata nella medicina popolare. La letteratura infatti la riporta come pianta utile per contrastare nevrastenie, insonnia, stati d’ansia o di irrequietezza, alleviare mal di testa e “isteria” e in generale disturbi legati al sistema-neurovegetativo. Non avendo controindicazioni ed effetti collaterali, la Passiflora può essere somministrata a pazienti di tutte le età, dai bambini fino agli anziani. Dal punto di vista fitochimico, le principali componenti attive della pianta, presenti in tutte le sue parti, sono flavonoidi (schaftoside, isoschaftoside, isovitexina-2’’-O-glucopiranoside, isoorientina-2’’-O-glucopiranoside),  composti fenolici e alcaloidi armanici. Essendo composti appartenenti al gruppo delle beta-carboline, gli alcaloici armanici in particolar modo svolgono un’importante funzione antiossidante, metabolizzante delle sostanze tossiche e di sostegno terapeutico contro malattie neuropsichiatriche come il morbo di Alzheimer, corea di Huntingon e morbo di Parkinson. Le parti aeree della Passiflora sono oggetto di una monografia della Farmacopea Europea che riporta come standard qualitativo la determinazione dei flavonoidi totali, espressi come vitexina, la quale non deve essere inferiore all’1,5% (European Pharmacopoeia) al fine di far risultare la droga conforme. Nel complesso, la droga è rappresentata dalla parte aerea con le sommità fiorite ed è utilizzata sia sotto forma di infuso, che per ottenere tintura, estratto fluido ed estratto secco.

Caratteristiche botaniche

Passiflora incarnata è una pianta sarmentosa perenne, appartenente alla famiglia delle Passifloracee, dapprima erbacea a portamento strisciante o rampicante che con gli anni diventa semi-legnosa. Può arrivare ad un’altezza di 8 metri grazie ai suoi fusti volubili e ai viticci. La Passiflora è perenne nei luoghi di crescita spontanea, mentre in coltivazione si comporta come vivace, ovvero sparisce d’inverno e riappare in primavera. Le foglie sono trilobate, picciolate ed alternate ai viticci. L’apparato radicale è costituito da un rete di radici ingrossate, quasi rizomatose e ricche di gemme. Il fusto erbaceo tende a diventare semi legnoso con la formazione di una corteccia grigia e sottile. La fioritura comincia dal mese di giugno e si protrae fino a settembre. Avendo un’antesi scalare, frequentemente si possono trovare in contemporanea sulla stessa pianta i frutti e i fiori. Quest’ultimi, grandi, solitari ed appariscenti, sono costituiti da un calice a cinque sepali verdastri esternamente e bianco-violacei internamente; una corolla formata da cinque petali bianchi e da una corona di numerosi filamenti violacei; al centro del fiore spiccano i cinque grandi stami con antere di colore arancio; lo stimma e gli stami invece s’incrociano, in modo caratteristico e tipico della specie. Il frutto è una bacca ovoidale di colore verde con pericarpo sottile e polpa spugnosa ricca di grassi, contenente numerosi semi neri e rugosi sulla superficie, muniti di un arillo biancastro.

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Tecniche colturali 

La coltivazione della Passiflora include tutta una serie di pratiche colturali molto simili con le altre comuni officinali erbacee da taglio (menta, melissa, origano) in termini di impianto, irrigazione, gestione delle infestanti e raccolta. È una pianta che necessita di essiccazione per essere poi successivamente imballata per il trasporto, lo stoccaggio e la commercializzazione. Tuttavia occorre prestare attenzione a particolari accorgimenti al fine di ottenere produzioni redditizie. Indispensabili sono le irrigazioni estive e la piena insolazione della coltura, che esplica il massimo potenziale del fitocomplesso proprio nelle condizioni di maggior stress termico e luminoso. La propagazione può avvenire secondo diverse modalità. Per talea di rizoma, con raccolta di parti sotterranee le quali vengono trapiantate durante la primavera inoltrata. Oppure per seme, con semina in contenitore alveolato e successivo trapianto, e infine per semina diretta utilizzando 5-8 kg di seme per ettaro, con una seminatrice di precisione.  Gli impianti e le semine vanno fatte sempre nella primavera inoltrata per garantire un attecchimento ottimale essendo la pianta una macro-terma. Preferisce terreni privi di ristagni, ricchi di humus ed esposti a sud, non ama i terreni ombrosi, pesanti e freddi. Si pianta a file distanti 55-75 cm e sulla fila si tengono 35-45 cm tra pianta e pianta. L’interfila deve essere mantenuta libera dalle infestanti mediante interventi di scerbatura precoci e cadenzati, poiché ben presto la coltura andrà a coprire tutto il terreno. La lotta alle infestanti è un elemento chiave per il successo della coltura poiché allargandosi sul terreno, è facile che vi si frammischino piante indesiderate. Il diserbo chimico non è ammesso in Italia poiché non ci sono erbicidi registrati su questa coltura. Eventualmente delle false semine possono dare un vantaggio alla Passiflora sulle infestanti, il primo anno che è il più difficile. Durante l’inverno il terreno può essere tenuto pulito con fresature, senza tema di danneggiare la coltura e in primavera, prima che la coltura riaffiori si può intervenire con un’energica fresatura o un disseccante. La pacciamatura è poco praticabile per l’invasività della pianta che tende a spuntare fuori dalla fascia pacciamata. Oltre a sarchiature meccaniche è indispensabile una quota di manodopera che può variare dalle 50 alle 100 ore/ha/anno.

La sarchiatrice, oltre che un mezzo utile per tenere lontano le infestanti, può essere utilizzata anche per apportare al terreno piccoli quantitativi di azoto, al fine di stimolare lo sviluppo della pianta. L’importanza della fertilizzazione parte dapprima con un generoso apporto di sostanza organica nel terreno (es. 350-400 q/ha di letame maturo e stabile) per poi continuare con 100-120 unità di azoto/ha di concime azotato da distribuire alla ripresa vegetativa e dopo ogni sfalcio; da non dimenticare inoltre 80-100 unità di fosforo e potassio da conferire all’impianto. L’eccesso di azoto è da evitare perché può portare ad un ritardo della fioritura e ad un indebolimento delle piante nei confronti di patogeni e di parassiti. Le irrigazioni sono necessarie anche se può crescere nei terreni freschi, pur con minor raccolto. Una dose di 3000 – 4000 mc/ha/anno è necessaria per una crescita ed una produzione redditizia.

Raccolta e produzione

La Passiflora viene raccolta meccanicamente usando delle falciatrici e delle falciatrici-raccoglitrici. Il momento balsamico è indicato come alla fioritura della pianta che si ha alla fine di giugno-primi di luglio per il taglio principale e dalla metà di settembre per un eventuale secondo taglio. Una volta raccolta, la biomassa deve essere portata immediatamente all’essiccazione che deve essere fatta in essiccatoio artificiale o, come avviene in alcune aree di tradizionale produzione, su essiccatoi ad aria naturale su tralicci all’ombra. L’essiccazione omogenea della pianta non è sempre facile in quanto sono contemporaneamente presenti foglie, fusti, fiori e frutti e pertanto questa deve protrarsi per tempi maggiori rispetto alle altre comuni officinali al fine di garantire una certa uniformità ed una buona conservabilità del prodotto. È molto importante allontanare dal prodotto i frutti non secchi in quanto fonte di inoculo per muffe e funghi. La produzione di droga greggia intera varia dalle 4 alle 7 tonnellate/ha/anno, a seconda della fertilità dei terreni e del metodo di produzione (biologico/convenzionale). Il prodotto secco è poi tagliato grossolanamente o confezionato in balle parallelepipedi per lo stoccaggio e la spedizione. Il prezzo di mercato del prodotto sfuso convenzionale oscilla dai 2,5 ai 3 €/kg. 

Avversità

La Passiflora è una pianta rustica che al momento non soffre di particolari attacchi parassitari.  Talora sono stati riscontrati sintomi virotici con ingiallimenti fogliari, soprattutto a livello delle nervature, dovute a CMV (Cucumber Mosaic Virus) e il TMV (Tobacco Mosaic Virus). 

Per  questo si raccomanda l’utilizzo di sementi non infette e di seguire le buone pratiche agricole al fine di ridurre le possibilità di contagio. Inoltre in condizioni ambientali sfavorevoli come l’eccesso di umidità e le elevate temperature, si sono riscontrati attacchi di cocciniglia oleosa, acari, ferretti, tripidi e mosca bianca.

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Testi consigliati

– G. Milesi Ferretti, L. Massih Milesi Ferretti (2001) La coltivazione delle piante aromatiche e medicinali. Calderini edagricole.
– Abourashed EA et al (2003) High-Speed Extraction and HPLC Fingerprinting of Medicinal Plants. II Application to Harman Alkaloids of Genus Passiflora. Pharm Biol 41:100-106
– Della Loggia R (1993), Piante Officinali per infusi e tisane (Manuale per farmacisti e Medici). Edizione italiana del manuale Teedrogen. OEMF Organizzazione Editoriale Medico Farmaceutica, Milano
– Benigni R, Capra C, Cattorini PE (1964) Piante Medicinali. Chimica Farmacologia e Terapia II Volume. Inverni/Della Beffa, Milano
– Leung AY, Foster S (1999) Enciclopedia delle piante medicinali utilizzate negli alimenti, nei farmaci e nei cosmetici. Edizioni Aporie, Roma

Nuove tecniche di selezione vegetale e cosmesi naturale e biologica

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Le nuove tecniche di selezione vegetale, meglio conosciute come NPBT secondo l’acronimo inglese di New Plant Breeding Techniques, sono metodi che permettono lo sviluppo di nuove varietà vegetali con tratti desiderati, modificando il DNA dei semi e delle cellule vegetali adulte. Sono chiamate “nuove” perché queste tecniche sono state sviluppate solo nell’ultimo decennio e si sono evolute rapidamente. Questa espressione può raggruppare metodologie differenti. Ma che impatto possono avere queste metodologie in ambito cosmetico e in particolare quali sono i rischi per il segmento naturale e biologico? Come si sta muovendo il settore a riguardo?

In ambito cosmetico, come in quello alimentare, i consumatori più attenti ed esigenti vogliono essere informati sulla presenza o meno di organismi geneticamente modificati. Secondo uno studio commissionato da NATRUE, alla società di ricerca Gfk, un prodotto cosmetico naturale e biologico deve escludere la presenza di OGM per il 60% dei consumatori del panel.

Gli Organismi Geneticamente Modificati (OGM) sono organismi che hanno subito modificazioni genetiche in accordo con la direttiva 2001/18/EC. Il quadro normativo europeo stabilisce la necessità della valutazione del rischio, tracciabilità e etichettatura degli OGM per prodotti alimentari e mangimi che contengono o che sono stati prodotti attraverso OGM disciplinati dai regolamenti (EC) No.1829/2003 e 1830/2003. Per quanto riguarda l’agricoltura biologica, gli OGM sono proibiti dal Regolamento (EC) No.834/2007. Nel loro insieme queste norme offrono un quadro normativo chiaro garantendo trasparenza e soprattutto la possibilità da parte del consumatore di fare scelte di acquisto consapevoli.

Nonostante questo quadro normativo piuttosto completo, NATRUE ha sollevato di recente una questione molto importante che mira a tutelare le legittime esigenze dei consumatori e che riguarda l’inquadramento degli ingredienti derivanti dalle più recenti tecniche di selezione vegetale. La Commissione Europea non ha fornito ad oggi un’interpretazione giuridica volta a definire se gli OGM ottenuti tramite i processi di selezione vegetale NPBTs, ricadano o meno nell’ambito della direttiva 2001/18/EC.

NATRUE chiede che vengano incorporate nella legislazione sugli OGM in quanto rappresentano di fatto un’alterazione delle caratteristiche genetiche di una pianta. L’attuale quadro normativo risulta nell’impossibilità di tracciare le piante che potrebbero essere state sottoposte a questi processi e qualora venissero utilizzate per la produzione di ingredienti cosmetici non potremmo conoscerne i dettagli del processo produttivo. 

Questo gap nella tracciabilità significa che potremmo essere di fronte all’impossibilità di rispettare le aspettative dei consumatori circa l’esclusione degli OGM dai cosmetici naturali e biologici”, ci spiega Mark Smith, il direttore dell’Associazione.

Per NATRUE è infatti fondamentale offrire al consumatore un prodotto in linea con le sue aspettative. In una definizione coerente di cosmesi naturale ci si deve innanzitutto chiedere cosa si intende per naturalità. L’esclusione di alcuni ingredienti così come definito nella maggior parte degli standard di certificazione per la cosmesi naturale e biologica, offre solo una parziale risposta al problema e dice poco e nulla sulla ratio che sta alla base di una certa concezione di naturalità. Nello standard NATRUE gli ingredienti vengono classificati in tre tipologie in base al processo produttivo a cui sono sottoposti: ingredienti naturali, ingredienti di derivazione naturale e ingredienti natural-identici.

Gli ingredienti naturali possono essere ottenuti solo mediante processi fisici o di fermentazione. Questa definizione è quella che più si avvicina al concetto di naturalità come percepito dal consumatore. È chiaro però che per essere performanti i cosmetici non possono essere formulati solo con ingredienti naturali secondo questa prima categorizzazione. Il Comitato Scientifico di NATRUE, quando è stato chiamato a definire lo standard, ha codificato altre due categorie di ingredienti: quelli di derivazione naturale e quelli natural-identici.

Gli ingredienti di derivazione naturale sono il risultato di processi di reazione chimica (solo quelli permessi dallo standard) di ingredienti naturali. Gli ingredienti natural-identici possono essere pigmenti, minerali o conservanti. Essi esistono in natura, ma per motivi tecnici e di sicurezza vengono riprodotti in laboratorio.Questi ingredienti sono accettati solo quando sono strettamente necessari per garantire la sicurezza dei consumatori (conservanti) o per motivi di purezza (minerali/pigmenti).

Tutti questi ingredienti hanno una caratteristica essenziale: esistono in natura. Nulla di artificiale (ovvero creato dall’uomo) è permesso dallo standard NATRUE. Questa classificazione segue dunque un principio ben preciso e detta le linee guida per classificare di conseguenza gli ingredienti utilizzabili in cosmesi. Da queste definizioni escono quindi liste positive di ingredienti ammessi dallo standard e non al contrario liste che li escludono. “Questa differenza di approccio rispetto ad altri standard è uno stimolo per il formulatore che nel momento in cui utilizza ingredienti innovativi deve dimostrarne la conformità secondo i principi sopracitati”, precisa Smith. L’ultimo ingrediente è l’acqua, che sebbene sia per comune sentire un ingrediente naturale, non rientra nella medesima categoria perché NATRUE non vuole inflazionare il contenuto naturale permettendo all’acqua di essere presa in considerazione per il calcolo delle percentuali. La percentuale biologica viene calcolata prendendo come riferimento la componente naturale (o quella di derivazione naturale in taluni casi previsti dallo standard), stabilendo così il principio che un cosmetico non può essere biologico se non è prima stata assicurata la naturalità. Lo standard quindi prevede tre livelli di certificazione che si sviluppano, uno sulla base del precedente, in un crescendo di rigorosità.

Cosmetici naturali: questo livello è la base del marchio NATRUE: definisce quali sono gli ingredienti accettati e come possono essere trattati. I prodotti degli altri due livelli devono soddisfare i criteri di questo primo livello. Secondo il tipo di prodotto, una soglia minima di ingredienti naturali garantiti e un contenuto massimo di sostanze di derivazione naturale deve essere rispettata.

Schermata 2017-11-09 alle 12.48.48Cosmetici naturali con componenti biologici: si applicano tutte le condizioni di cui sopra, ma almeno il 70% degli ingredienti naturali (o di derivazione naturale, quando previsto dallo standard) deve provenire da coltivazione biologica e/o raccolta spontanea controllata. Rispetto al primo livello, si richiede un contenuto minimo di ingredienti più elevato e una presenza minore di ingredienti trasformati di origine naturale.

Cosmetici biologici: le suddette due condizioni si applicano con almeno il 95% di ingredienti naturali (o di derivazione naturale, quando previsto dallo standard) provenienti da coltivazione biologica e/o raccolta spontanea controllata. Rispetto al secondo livello, si richiede un contenuto minimo di ingredienti naturali garantiti ancora più elevato ed un minore contenuto di ingredienti trasformati di origine naturale.

NATRUE è da anni impegnata nella difesa della cosmesi naturale e biologica e tramite la sua attività politica ormai decennale a Bruxelles è attiva nel chiedere alla Commissione Europea di includere le NPBT come tecniche di modificazione genetica che portano alla produzione di OGM, come previsto dalla Direttiva 2001/18/EC, e che quindi possano essere resi tracciabili e identificabili dai produttori e dai consumatori.

Per portare avanti azioni politiche come quella descritta, è essenziale essere rappresentativi del settore e farsi carico delle istanze provenienti dai produttori. La nostra mission è quella di promuovere e proteggere la cosmesi naturale e biologica a beneficio dei consumatori di tutto il mondo”, conclude Smith. (D.B.)