Fenilcapsaicina

La fenilcapsaicina è un analogo sintetico dei capsaicinoidi. Presenti in natura negli estratti di frutto di Capsicum (peperoncino, paprica, peperoni della famiglia delle solanacee ecc.), contribuiscono al loro caratteristico sapore pungente. Mentre i capsaicinoidi hanno una notevole storia di utilizzo attraverso il consumo di peperoncino, la fenilcapsaicina sintetica non ha una storia di utilizzo in campo alimentare; è un composto sintetico di elevata purezza che è destinato ad essere commercializzato come ingrediente funzionale a sé stante e non è destinato a sostituire un altro alimento […]

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Prevenzione cardiovascolare

[…] Una dieta adeguata è un caposaldo della prevenzione cardiovascolare (1). Purtroppo, la complessità del dibattito relativo al ruolo di specifici alimenti o profili dietetici nello sviluppo delle malattie cardiovascolari, diventato in molti casi ben poco intelligibile per i non addetti ai lavori, può indurre confusione nel medico e nello specialista della salute oltre che nel pubblico. Ricordiamo che “nutrizione umana”, in genere, non fa parte delle materie di insegnamento obbligatorie per le professioni sanitarie. Esempi di tale dibattito è quello sul ruolo dei grassi totali e saturi, che è stato recentemente ridimensionato modificando opinioni che sembravano del tutto consolidate; dei carboidrati complessi e degli zuccheri, che sono da riconsiderare tenendo presente il loro effetto sulle oscillazioni della glicemia e i loro indici glicemici. Vi è anche un’accesa discussione sul ruolo del sodio e del sale in prevenzione cardiovascolare, con una revisione delle soglie massime di consumo suggerite. Questa situazione in continua evoluzione finisce per ingenerare nel clinico una comprensibile incertezza, che porta spesso a non comunicare ai suoi pazienti gli effetti di una dieta equilibrata. Il principale scoglio da superare quando si parla di alimentazione è quello dell’erronea similitudine con la farmacologia. I medici e i loro pazienti si attendono risposte certe come quelle che, normalmente, forniscono gli studi clinici randomizzati. Questo tipo di studi è molto difficile da effettuare in nutrizione, per motivi molteplici descritti in altri articoli (2). In breve, gli alimenti hanno necessariamente effetti fisiologici di piccola entità nel breve termine e i benefici di una dieta sana si vedono solo a medio e lungo termine.
A quanto detto sopra si deve aggiungere la possibilità di integrare la dieta con preparati studiati a fondo e di provato valore biologico. Anche questo è un mondo complesso da affrontare e spesso lasciato all’improvvisazione.
Quest’articolo cercherà, in modo sintetico, di fare chiarezza sugli ultimi sviluppi della nutrizione e dell’integrazione, in un’ottica di prevenzione cardiovascolare […]

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La curcuma? È una sostanza sicura

Mentre prosegue l’attività di verifica del Ministero della salute a seguito della segnalazione, da parte dell’Istituto Superiore di Sanità, dei casi di epatite colestatica acuta, non infettiva e non contagiosa, riconducibili al consumo di curcuma, crescono i timori degli italiani legati al consumo della sostanza.
Secondo Ludovico Abenavoli, Professore Associato di Gastroenterologia dell’Università Magna Grecia di Catanzaro, si tratta di un allarme che non trova fondamento scientifico. L’esperto sottolinea: “La tollerabilità e sicurezza per l’uomo della curcuma e della curcumina, il principale polifenolo naturale presente nel rizoma di Curcuma longa, così come le loro proprietà antiossidanti, antinfiammatorie e anticancerogene, sono state dimostrate da numerosi studi clinici che hanno preso in esame le due sostanze sotto forma di polvere ed estratto standardizzati. Secondo il Comitato congiunto di esperti per gli integratori alimentari delle Nazioni Unite e dell’Organizzazione Mondiale per la Sanità e l’Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare, la dose giornaliera ammissibile della curcumina è di 0-3 mg/kg di peso corporeo […]

 

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L’alimentazione nell’Antropocene

L’alimentazione nell’Antropocene costituisce un anello inestricabile tra la salute umana e la sostenibilità ambientale. Eppure l’assenza di obiettivi scientifici condivisi a livello globale ha ostacolato le iniziative su larga scala per trasformare globalmente il sistema alimentare. Per rispondere a questa esigenza critica, la commissione EAT-Lancet ha convocato 37 scienziati, provenienti da 16 paesi, esperti in varie discipline tra cui la salute umana, l’agricoltura, le scienze politiche e la sostenibilità ambientale. Il risultato è la presentazione di un quadro globale integrato e, per la prima volta, la definizione di obiettivi scientifici quantitativi per diete salutari e produzione alimentare sostenibile, che porterebbero a prevenire approssimativamente 11 milioni di morti umane all’anno e ad evitare gravi problemi di degrado ambientale.
La Commissione ha dimostrato che il sistema alimentare globale può assicurare cibi salutari da fonti sostenibili per quasi 10 miliardi di persone entro il 2050, purchè si attui al più presto una grande trasformazione alimentare.
Tra le cinque strategie proposte per raggiungere questo obiettivo la prima è la dieta. Una dieta sana dovrebbe ottimizzare la salute, definita in generale come uno stato di benessere completo: fisico, mentale, sociale e non solo assenza di malattia.
Basandosi sulla vasta letteratura sugli alimenti e i modelli alimentari dei popoli più longevi, e che si ammalano di meno, la dieta dell’Antropocene dovrebbe consistere in circa mezzo piatto di verdure e frutta; l’altra metà dovrebbe consistere principalmente in cereali integrali, fonti di proteine vegetali, oli vegetali insaturi e (facoltativamente) quantità modeste di proteine da fonti animali; praticamente bandite le bevande zuccherate e lo zucchero raffinato. Quindi qualcosa che non si discosta molto dalla nostra dieta mediterranea, giustamente riconosciuta dall’UNESCO come bene protetto e inserito nella lista dei patrimoni immateriali dell’umanità. Ampiamente riconosciuti i benefici di frutta e verdura, anche se, probabilmente, la quantità di metaboliti secondari assunti con la sola dieta non è sufficiente a esercitare gli effetti salutistici desiderati.
Altri interventi prevedono lo sviluppo di una produzione alimentare sostenibile, la conservazione della biodiversità e la riduzione almeno del 50% degli scarti e sprechi alimentari. Infatti, la salute futura sia delle persone sia del pianeta è influenzata non solo da cosa viene consumato, ma anche da come viene prodotto il cibo e dalla quantità sprecata.
Quindi c’è spazio per la trasformazione da scarti alimentari a risorse per bioraffineria e produzione di ingredienti attivi per il settore nutraceutico.
È necessaria una trasformazione radicale del sistema alimentare globale entro il 2050, e ci si augura che le politiche agricole condivise con le Nazioni Unite possano contribuire a questo obiettivo.

Novel Food

L’innovazione nel settore alimentare rappresenta un aspetto di grande valore sia per l’Unione Europea, sia a livello mondiale. Per garantire ai consumatori i benefici derivanti dalle innovazioni nel settore alimentare, è necessario verificare la sicurezza e il valore nutrizionale di questi nuovi alimenti.
Sono considerati nuovi tutti quegli alimenti o ingredienti alimentari per i quali non è dimostrabile un consumo significativo all’interno dell’Unione Europea prima del 15 maggio 1997, anno di entrata in vigore del regolamento CE 258 che ne disciplina per la prima volta l’immissione sul mercato. Tra i Novel Food rientrano ad esempio prodotti tradizionalmente consumati in Stati terzi, come i semi di Chia, oppure prodotti ottenuti attraverso pratiche non tradizionali di riproduzione o con l’utilizzo di tecnologie innovative, come ad esempio grassi a ridotto contenuto energetico oppure oli ottenuti da microalghe e ricchi di DHA.
Il Regolamento 2015/2283 ha definito i criteri di conformità di questa categoria di alimenti, che viene prima valutata dall’EFSA dal punto di vista della sicurezza per la salute umana e poi – in caso di esito positivo – autorizzata dalla Commissione Europea, che iscrive il nuovo alimento nel Registro dell’Unione.
FederSalus ha parlato degli aspetti normativi, scientifici, tecnici e procedurali in materia di immissione sul mercato dei Novel Food con Vittorio Silano, CEF Panel di EFSA e docente di legislazione alimentare al Dipartimento di Medicina presso la II Università di Roma-Tor Vergata, che ha da poco pubblicato un libro dedicato a questa tematica, in collaborazione con Massimiliano Carnassale, Direttore Generale di Federsalus.

D. Professor Silano, è da poco disponibile il suo libro dedicato ai nuovi alimenti per il mercato dell’Unione Europea, una vera e propria guida sulla normativa comunitaria vigente. Da dove è nata l’esigenza di un testo dedicato a queste tematiche?
R. Come è noto, per assicurare ai consumatori i benefici dell’innovazione nel settore alimentare, è fondamentale garantire sia la sicurezza dei nuovi prodotti che il loro valore nutrizionale, nel quadro di una dieta bilanciata. La prima normativa comunitaria (Regolamento 258) – vigente in tutti gli Stati dell’Unione Europea, un mercato di circa 500 milioni di consumatori – è stata adottata nel 1997. Essa ha consentito l’immissione sul mercato dell’Unione Europea con modalità di elevata sicurezza di circa 100 nuovi alimenti diversi, fra i quali vi sono alimenti come “i semi di Chia” (a elevato contenuto di acidi grassi omega-3), tradizionali in Stati non appartenenti all’Unione Europea e prodotti ottenuti con tecnologie innovative quali il “salatrim” , un grasso a ridotto contenuto energetico, e un olio da microalghe ricco di DHA.
Fin dall’entrata in vigore della citata normativa comunitaria si sono evidenziate necessità di ulteriori chiarimenti, miglioramenti e sviluppi. La revisione di questa normativa si è rivelata molto complessa e si è conclusa solo in data 25 novembre 2015, con l’adozione del Regolamento 2283, destinato ad applicarsi solo a partire dal 2018. Questo Regolamento prevede distinte procedure amministrative e scientifiche per l’autorizzazione di un nuovo alimento o di un alimento che sia nuovo per il mercato dell’Unione Europea, ma tradizionale (cioè consumato in misura significativa da almeno 25 anni) in uno Stato terzo. Al fine di contribuire alla corretta comprensione e interpretazione di questa fondamentale normativa, si è ritenuto opportuno procedere in questo volume alla rivisitazione e all’analisi degli obiettivi, del contesto giuridico, delle fonti normative, delle metodologie scientifiche e dei dettagli procedurali che la caratterizzano.

D. Quali sono i possibili scenari di sviluppo per i nuovi alimenti? Quali benefici possono essere apportati dai nuovi alimenti al mantenimento della salute?
R. Le principali aspettative e motivazioni per l’introduzione e lo sviluppo di nuovi alimenti nel mercato dell’Unione Europea sono:
– miglioramento delle caratteristiche organolettiche;
– miglioramento del valore nutrizionale perseguito anche mediante l’integrazione con particolari principi nutritivi, la migliore modulazione dell’equilibrio fra diversi nutrienti e l’integrazione con sostanze caratterizzate da particolari attività biologiche e fisiologiche;
– riduzione del rischio derivante da contaminanti e altre sostanze indesiderate;
– maggiore facilità d’uso nel quadro della recente evoluzione degli stili di vita;
– riduzione degli sprechi e della perdita di alimenti;
– riduzione dell’impatto ambientale di particolari coltivazioni e allevamenti;
– competitività sul mercato, anche dipendente da aspetti economici.

D. Quali sono gli elementi che le aziende devono considerare per l’avvio delle procedure di autorizzazione all’immissione sul mercato di un nuovo alimento? Quali sono gli stadi per la presentazione della domanda di autorizzazione?
R. La domanda di autorizzazione, da presentarsi alla Commissione Europea da parte dell’azienda interessata all’immissione in commercio di un particolare nuovo alimento deve contenere:
– nome e domicilio del richiedente;
– nome e descrizione del nuovo alimento;
– descrizione del processo di produzione del nuovo alimento;
– composizione dettagliata del nuovo alimento;
– prove scientifiche idonee a dimostrare che il nuovo alimento non presenta rischi per la salute umana;
– se del caso, i metodi di analisi;
– proposta relativa alle condizioni d’uso previsto e ai requisiti specifici di etichettatura per non indurre in errore i consumatori, o una motivazione verificabile, che illustri le ragioni per cui tali elementi non sono necessari.
Dopo avere acquisito il parere dell’EFSA, la Commissione, in collaborazione con un Comitato nel quale sono rappresentati tutti gli Stati Membri dell’UE, decide con proprio Atto di esecuzione nel merito del rilascio dell’autorizzazione e, in caso positivo, circa l’inserimento del nuovo alimento nell’Elenco dei nuovi alimenti autorizzati.
Qualora l’alimento che s’intende proporre per la prima immissione sul mercato comunitario sia tradizionale in uno o più Stati terzi, il richiedente può procedere alla presentazione alla Commissione Europea di una notifica che deve contenere le seguenti informazioni:
– nome e domicilio del richiedente;
– nome e descrizione dell’alimento tradizionale;
– composizione dettagliata dell’alimento tradizionale;
– Paese/i d’origine dell’alimento tradizionale;
– documentazione relativa alla storia d’uso sicuro come alimento in un Paese terzo;
– proposta relativa alle condizioni di uso previsto e ai requisiti specifici di etichettatura, per non indurre in errore i consumatori, o una motivazione verificabile che illustri le ragioni per cui tali elementi non sono necessari.
La Commissione Europea, entro un mese dalla ricezione, inoltra la notifica ricevuta a tutti gli Stati Membri e all’EFSA. Questi ultimi possono, entro i successivi quattro mesi, presentare obiezioni motivate relative alla sicurezza dell’immissione sul mercato dell’alimento notificato. Nel caso non siano presentate obiezioni motivate, la Commissione procede all’autorizzazione dell’alimento notificato. Qualora invece siano presentate obiezioni motivate, il notificante può inoltrare una domanda d’autorizzazione per l’alimento in questione, presentando anche gli ulteriori dati necessari per contrastare le obiezioni sollevate nel merito della sicurezza dell’alimento. La decisione finale interviene con Atto di esecuzione della Commissione Europea, dopo aver acquisito il parere dell’EFSA da rilasciarsi entro sei mesi.

D. Qual è il ruolo dell’EFSA nell’autorizzazione dei nuovi alimenti?
R. Il ruolo dell’EFSA nelle procedure relative ad autorizzazione o notifica di un nuovo alimento, pur essendo molto importante nel condizionare la decisione finale, è puramente consultivo. Il compito principale dell’EFSA è quello di esprimersi in merito alla validità dei dati e alle considerazioni fornite dal richiedente per dimostrare la sicurezza dell’immissione sul mercato del nuovo alimento. Per assicurare la trasparenza delle proprie valutazioni, l’EFSA procede in primo luogo all’adozione e alla divulgazione di una guida scientifica specifica per la valutazione da effettuare.
Successivamente viene svolta la valutazione dei dati forniti dal richiedente, seguendo in modo dettagliato la procedura descritta nella guida scientifica. Nel caso dei nuovi alimenti, sono due le guide scientifiche prodotte dall’EFSA: la prima si riferisce alle domande di autorizzazione di un nuovo alimento (cfr. Allegato 2 del libro), e la seconda a notifica e autorizzazione di un nuovo alimento tradizionale in un Paese terzo (cfr. Allegato 3 del libro). Queste linee guida EFSA sono non solo riprodotte integralmente nel volume del quale stiamo parlando, ma sono estesamente commentate nel testo per facilitarne la comprensione. I pareri dell’EFSA sono pubblicati immediatamente dopo l’adozione e sono accessibili a tutti sul sito dell’EFSA.

Per informazioni
Manuela Lisi
tel 06 54221967
m.lisi@federsalus.it • www.federsalus.it

Integrazione in veterinaria

Medico Veterinario, Saporiti Consulting, Fagnano Olona (VA) – www.saporiticonsulting.com

Le tipologie di mangimi complementari (impropriamente denominati integratori veterinari), attualmente presenti sul mercato e destinati al settore degli animali da compagnia, sono davvero molto numerose e suddivise principalmente per area terapeutica. Lo stesso pool di sostanze funzionali si può trovare sul mercato in differenti forme farmaceutiche: questo si rende necessario per ottimizzare la somministrazione al paziente veterinario, che spesso non risulta collaborativo, e per rispondere a specifiche esigenze di specie.
Nel settore degli integratori alimentari ad uso umano (la varietà di presentazioni del prodotto finito è legata a esigenze formulative e di marketing), l’aspetto organolettico è preso in considerazione solo per formulazioni liquide ad uso orale e, soltanto in alcuni casi, per compresse. In campo farmaceutico, la varietà di presentazioni del farmaco è principalmente legata a esigenze formulative e al soddisfacimento di una buona biodisponibilità. L’aspetto organolettico nel farmaco è particolarmente importante in formulazioni liquide destinate alla popolazione pediatrica e geriatrica.
Diversamente da quanto accade per le formulazioni ad uso umano, in campo veterinario le formulazioni ad uso orale devono tener conto della compliance del paziente, ovvero del gradimento e della conseguente volontà di assunzione da parte dell’animale.
Il buon esito di un’integrazione, così come di una terapia, dipende anche, in parte, dalla facilità con la quale il principio attivo (sia esso un principio nutrizionale, o un attivo farmaceutico) viene somministrato, gradito e accettato dal paziente veterinario in somministrazioni ripetute.
Può accadere, in particolar modo nei felini, che la somministrazione di una semplice compressa di dimensioni inadeguate o con un cattivo sapore, si trasformi in fonte di stress nell’animale e nel padrone, generando frustrazione per la mancanza di collaborazione del proprio animale e preoccupazioni legate alla mancata assunzione della dose di prodotto prescritta dal veterinario.
In campo veterinario, risulta quindi fondamentale individuare la forma di somministrazione più adatta al paziente di destinazione tenendo in considerazione la specie (cane, gatto), le esigenze fisiologiche, lo stato fisico (animale anziano, cucciolo) e, in alcuni casi, le esigenze nutrizionali (animale diabetico, intollerante).
Dal punto di vista formulativo, è inoltre necessario conoscere quali attivi possono creare fastidio all’animale, in termini di odore e sapore, e attuare tutte le strategie possibili per mascherare/ridurre ogni possibile elemento di disturbo all’atto dell’assunzione, utilizzando eccipienti masking e sistemi di appetibilità a base di derivati animali.
Un buon prodotto veterinario si caratterizza quindi per l’immediatezza di assunzione da parte dell’animale, legata direttamente e indissolubilmente al profilo organolettico del prodotto stesso. Ecco perché, oltre all’assicurazione del profilo di efficacia del prodotto, è fondamentale individuare una forma di somministrazione ad elevato profilo di palatabilità, e adatta al paziente di destinazione, che possa rendere gradita e agevole la prima somministrazione e tutte le successive previste nel piano terapeutico o di integrazione nutrizionale.
In questi ultimi anni, dove si osserva il settore del Pet in trend di crescita positivo, si è assistito ad un incremento di prodotti destinati agli animali e allo sdoganamento di forme farmaceutiche, tradizionalmente riservate all’uomo, anche per gli animali da compagnia (softgel, bustine stickpack).

Numerose sono le forme utilizzate nell’integrazione in campo veterinario (Tab.1): compresse, capsule, polveri in bustina, polveri in barattolo con misurino, liquidi, sciroppi, paste idrofile, paste lipofile, softgel e gelatine. Non tutte le forme garantiscono un buon riscontro in termini di facilità di utilizzo da parte del proprietario, e accettazione da parte dell’animale per uso ripetuto.
Ogni forma di presentazione possiede lati positivi e negativi: pur riconoscendo alle compresse un’elevata precisione nel dosaggio degli attivi, non è sempre facile ottenere un prodotto appetibile e adatto sia al cane sia al gatto, specie considerando anche l’utilizzo in cani di taglia toy e gatti spesso diffidenti. Le forme in polvere, sia esse in bustina monodose sia in barattolo con misurino, vanno solitamente mescolate all’alimento con una significativa riduzione nella precisione del dosaggio e l’ulteriore variabilità derivante dall’assunzione dell’alimento. È inoltre da valutare, oltre alla scarsa compliance del paziente veterinario, anche la scarsa adesione, da parte del proprietario, alle quantità di somministrazione prescritte, specialmente se anziano o ipovedente.
Le formulazioni liquide, sia esse a base acquosa sia ottenute per miscelazione di oli (ad esempio una miscela di oli vegetali e olio di pesce per il benessere della cute e la bellezza del manto), se somministrate direttamente miscelate nel cibo possono presentare gli stessi inconvenienti delle forme in polvere (incompleta assunzione da parte dell’animale, inadeguatezza della dose somministrata), e anche quando somministrate direttamente in bocca all’animale, con l’ausilio di siringhe dosatrici, possono essere parzialmente espulse con la saliva.
Le formulazioni in softgel presentano una notevole semplicità di utilizzo per il proprietario, ma spesso richiedono la dissoluzione preliminare in un’aliquota di acqua tiepida e la miscelazione nell’alimento; solo in caso di animali di grossa taglia è possibile l’assunzione tal quale.
Le formulazioni in jelly presentano semplicità di utilizzo per il proprietario e un profilo di dissoluzione più rapido rispetto ad altre forme farmaceutiche, tuttavia sono indicate principalmente per i cani e non possono incorporare attivi in forma liquida oleosa in elevate quantità.
Le formulazioni veterinarie in pasta ad uso orale, note da decenni, permettono di semplificare la somministrazione di principi attivi in numerose specie animali, occupando un rilevante spazio nel segmento di mercato dei mangimi complementari. Nel gatto, la somministrazione di principi nutrizionali in pasta permette di superare la naturale diffidenza dell’animale, rendendo elettiva questa forma di somministrazione per la specie felina. Le paste sono preparazioni semisolide, classificabili nella maggior parte dei casi come mangimi complementari e questi ultimi destinati a fini nutrizionali specifici, contenenti una grande quantità di polveri disperse in un sistema veicolante che può essere lipofilo (paste a base di oli vegetali e/o marini), o idrofilo (paste a base acquosa). Le polveri, siano esse incorporate con funzione nutrizionale (estratti secchi, polveri vegetali, vitamine, minerali) o appetizzanti, svolgono un’azione adsorbente che, unitamente a ingredienti specifici ad azione stabilizzante e addensante, permette di rendere il preparato semisolido stabile ai cambiamenti di temperatura comunemente riscontrabili durante il periodo di commercializzazione (trasporti terrestri su ruota nel periodo estivo, magazzini non a temperatura controllata nel periodo invernale). La componente liquida, oltre ad agire da eccipiente e veicolo per la solubilizzazione di polveri nel caso delle paste acquose, è spesso essa stessa ingrediente caratterizzante della formulazione; in particolar modo, la presenza di oli marini e/o vegetali permette di attribuire alle formulazioni un elevato contenuto in acidi grassi. Il sistema pasta è spesso un sistema multifasico complesso che richiede la presenza di un adeguato sistema emulgatore e conservante ad uso mangimistico, e in particolar modo richiede un’attenta valutazione del valore di attività dell’acqua (Aw) in modo da garantire un profilo di stabilità e sicurezza nel periodo di shelf-life.
Le paste rappresentano quindi un compromesso piuttosto funzionale (soprattutto per gatti), unendo un dosaggio preciso degli attivi ad una minor variabilità di assunzione: per loro natura le paste aderiscono meglio agli alimenti e alle mucose orali e, anche quando vengono introdotte direttamente nella bocca di cani o gatti, la dispersione nell’ambiente circostante è inferiore a quella delle formulazioni liquide.
In generale, quando scegliamo un “integratore veterinario”, dovremmo sempre innanzitutto tenere conto delle caratteristiche tipiche della specie e del singolo individuo al quale l’integrazione è destinata. Infine (non dimentichiamo che talvolta è lecito e opportuno ricorrere a piccoli stratagemmi), per animali non troppo esigenti sarà sufficiente utilizzare del cibo (ad esempio un piccolo pezzo di wurstel) per camuffare una compressa di farmaco o di mangime complementare non particolarmente appetibile.
Tuttavia, specialmente per l’assunzione di farmaci e in seguito a lunghi periodi di assunzione, stati debilitativi o per peculiarità caratteriali dell’animale, è di comune riscontro la capacità di deglutizione del cibo utilizzato come vettore e la contemporanea espulsione del prodotto dalla bocca dell’animale, rendendo davvero problematica l’assunzione e l’aderenza alla terapia.
Per risolvere questo problema, esistono prodotti carrier pensati per agevolare la terapia nel paziente veterinario, che uniscono ad una elevata appetibilità una straordinaria capacità adesiva e plastica.
Queste formulazioni, principalmente destinate al cane e spesso commercializzate come mangimi complementari, sono caratterizzate da una consistenza malleabile e da un eccellente profilo di appetibilità. La consistenza malleabile e plastica permette la creazione di bocconi contenenti all’interno la compressa sgradita; bocconi che l’animale ingoierà senza riuscire ad estrarre la compressa in virtù dell’elevata adesione della formulazione. In questo modo, l’aderenza alla terapia viene raggiunta senza creare stress all’animale e rendendo la somministrazione della terapia un momento piacevole e soddisfacente sia per il proprietario sia per l’animale.

Conclusioni

La realizzazione di un mangime complementare per gli animali da compagnia deve necessariamente prendere in considerazione come criterio principale la compliance del paziente “veterinario”; pertanto, il formulatore veterinario dovrà valutare per ciascun ingrediente funzionale, non solo il profilo di efficacia clinica, ma anche le caratteristiche organolettiche, evitando ingredienti sgraditi all’animale e scegliendo eventualmente una forma di somministrazione capace di assicurare il duraturo gradimento dell’animale. È inoltre necessario considerare come fattori importanti nella definizione della forma farmaceutica del prodotto finito, gli elementi relativi all’animale al quale il prodotto è destinato, come specie, taglia, età, stato di salute e nutrizionale, nonché obiettivo e durata dell’integrazione stessa.

Biofilm di probiotici su membrane di nanofibre elettrofilate

Le proprietà salutistiche del latte fermentato sono sempre più argomento di interesse per la comunità scientifica. I meccanismi che collegano l’assunzione di latte fermentato alla salute intestinale sono in gran parte basati sul presupposto che questo contenga batteri probiotici vitali e in quantità sufficienti per esercitare un effetto fisiologico. Diverse organizzazioni pubbliche, compresa la International Dairy Federation (IDF), affermano che i prodotti alimentari, come gli yogurt, devono contenere almeno 107 unità formanti colonia per grammo di cibo (CFU/g), per garantire batteri biodisponibili sufficienti ad esercitare un effetto funzionale nell’organismo. Tuttavia, vitalità e sopravvivenza insufficienti di questi batteri rimangono un problema nei prodotti commerciali.

Meng-Xin Hu e colleghi della Scuola di Scienze Alimentari e Biotecnologie dell’Università Zhejiang Gongshang (Hangzhou, Cina) hanno studiato le condizioni ottimali di crescita e di sopravvivenza del Lactobacillus plantarum in biofilm formati su membrane di nanofibre elettrofilate.

 

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Nuovo prodotto probiotico nel trattamento delle patologie infiammatorie gastro-intestinali

L’obiettivo dello studio è stato quello di valutare gli effetti della somministrazione orale di un nuovo integratore alimentare*, contenente 50 miliardi UFC/dose dei ceppi probiotici L. plantarum P17630, L. paracasei I1688 e L. salivarius I1794, in un modello animale con ipersensibilità del colon indotta da acido 2,4,6-trinitrobenzensolfonico (TNBS). 

Il prodotto è stato somministrato una volta al giorno per otto giorni consecutivi (D-7-D0). L’ipersensibilità viscerale è stata indotta nei ratti, 7 giorni prima della valutazione della distensione del colon, mediante iniezione di TNBS nella parte prossimale del colon (D-7). La verifica dell’efficacia dell’integratore è stata dimostrata mediante la valutazione della diminuzione della soglia del dolore in risposta alla distensione del colon distale (D0). La prova è stata condotta in confronto ad un altro prodotto probiotico, molto utilizzato nei protocolli del trattamento delle patologie infiammatorie croniche intestinali. 

Lo studio indica che il trattamento di 8 giorni consecutivi con il nuovo integratore probiotico riduce, in modo significativo, il dolore viscerale con un effetto di anti-ipersensibilità negli animali trattati con TNBS.

Questi risultati sono molto incoraggianti per ipotizzare l’uso del nuovo integratore nel trattamento dei pazienti con sindrome del colon irritabile (IBS). Ulteriore studi sono necessari per comprendere meglio il ruolo e i meccanismi dei batteri probiotici sulla patogenesi di IBS e stabilire l’eventuale coinvolgimento di citochine pro-infiammatorie. […]

 

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Integratori alimentari a base di Monacolina K

[…] Situazione della Monacolina K nei vari Stati Membri
La possibilità di poter vantare il Claim proposto dall’EFSA, e autorizzato dalla Commissione alla dose giornaliera di 10 mg di Monacolina K, spingeva alcune aziende con prodotti sul mercato a sviluppare nuovi prodotti e ad innalzare la dose giornaliera della Monacolina K da 3 a 10 mg, mettendo in difficoltà (in alcuni casi come in Italia) le autorità sanitarie nazionali competenti che avevano indicato di non superare la dose giornaliera di 3 mg per un atteggiamento prudente sulla sicurezza del prodotto. Si verificavano, quindi, alcune prese di posizione critiche da parte di alcune autorità nazionali che vedevano un consumo crescente di riso rosso fermentato con alti dosaggi giornalieri di Monacolina K. Nel febbraio 2014, l’agenzia francese ANSES (Agence Nationale de Sécurité Sanitaire de l’Alimentation, de l’Environnementet du Travail) dichiarava che il consumo di riso rosso fermentato presentava un rischio per la salute dei consumatori. Nel gennaio 2016, l’agenzia tedesca BfR dichiarava che i prodotti contenenti una dose di Monacolina K superiore a 5 mg al giorno avevano una significativa attività farmacologica, e pertanto dovevano essere classificati come medicinali; limitava quindi la dose massima giornaliera di Monacolina K a 5 mg. L’agenzia belga Belgian Superior Health Council avviava nel 2017 un’indagine sul riso rosso fermentato, raccogliendo informazioni sulla qualità e sicurezza a seguito della quale riteneva però di non dover prendere provvedimenti per proporre una riduzione della dose giornaliera di 10 mg della Monacolina K. Nel gennaio 2017 veniva pubblicato sul British Journal of Clinical Pharmacology, dall’ISS e dall’Università Sapienza, un lavoro (6) che includeva un report su 52 segnalazioni relative a 55 reazioni avverse riguardanti integratori a base di riso rosso fermentato commercializzati in Italia (periodo rilevamento 2002/2015); la pubblicazione non sembrava però indicare in modo appropriato l’incidenza degli effetti collaterali, in rapporto al totale della popolazione trattata in quel periodo, che a posteriori sembrava essere molto bassa. […]

 

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Probiotici, un settore in continua evoluzione

Se dal punto di vista regolatorio, a livello Europeo, il settore dei probiotici è assolutamente fermo, bisogna riconoscere che ricercatori e industrie non si sono lasciati fermare, in quanto i probiotici sono la categoria che ha avuto il maggior sviluppo e il maggior numero di pubblicazioni scientifiche negli ultimi anni, accompagnati da una costante crescita del mercato.
Dal punto di vista tecnologico abbiamo oggi a disposizione nuove formulazioni che non solo ne aumentano la stabilità, ma permettono l’associazione con altri ingredienti (ad es. prebiotici o estratti vegetali) per creare prodotti innovativi. Le nuove formulazioni (come tavolette masticabili o stick orosolubili) ne facilitano anche l’assunzione. Inoltre, sono disponibili formule di rilascio a livello del colon per evitare l’ambiente acido dello stomaco. Nell’ambito alimentare poi, è sempre più possibile la realizzazione di bevande (non solo a base di latte o yogurt) fortificate con probiotici; inoltre, probiotici sporigeni resistenti alla temperatura possono essere utilizzati in prodotti da forno. Una vera rivoluzione tecnologica impensabile fino a qualche decennio fa.
Quanto alla ricerca scientifica abbiamo assistito alla documentazione di sempre nuove indicazioni: non solo la salute gastro-intestinale, ma i benefici sul sistema nervoso centrale o quello cardiovascolare, per non parlare degli effetti negli sportivi o dell’applicazione topica per la salute della pelle.
Siamo poi giunti alla caratterizzazione e all’uso di forme inattivate e di postbiotici, che si aggiungono, per alcune indicazioni, all’utilizzo di popolazioni di batteri vitali.
Ma la vera innovazione ci viene offerta dagli studi sul microbioma, che stanno letteralmente rivoluzionando il settore: si parla sempre più di “probiotici di nuova generazione”, isolati dai ceppi più rappresentati nel microbiota di soggetti adulti, quali Faecalibacterium prausnitzii e Akkermansia muciniphila. Infatti, Lattobacilli e Bifidobatteri, oggi le principali popolazioni di microorganismi utilizzate dai produttori di probiotici, non sono dominanti nel microbiota di un soggetto adulto. Naturalmente l’utilizzo di questi probiotici di nuova generazione pone diversi challenge, in quanto non hanno alle spalle una storia di utilizzo sicuro, richiedono nuove tecniche di coltura (alcuni ceppi crescono in condizioni anaerobiche) e di produzione. Ma la ricerca non si ferma e riuscirà a superare anche questa sfida.
Più a breve termine, invece, sembra potersi attuare l’uso di “probiotici personalizzati” basati sulla caratterizzazione dei profili metagenomici del microbiota individuale. Ad esempio, nel paziente con intestino irritabile e stipsi, completamente privo di Bifidobatteri, è giustificato utilizzare un probiotico tutto a base di Bifidobatteri per migliorare il quadro clinico. Il fatto che già oggi sia possibile ottenere la caratterizzazione del microbiota fecale, è tuttavia diventato un appetibile target del marketing, per cui si trovano sul web siti che lo propongono. Tuttavia, i referti sono molto complessi, quindi è lecito domandarsi, una volta acquisito il profilo del microbiota, chi è in grado di interpretarlo e di modularlo seriamente. È chiaro che questo potrà essere appannaggio solo di persone esperte sia in una data malattia sia nell’analisi del profilo del microbiota per evitare che nella giungla del web si inseriscano dinamiche pericolosissime per i consumatori finali.