Le molteplici funzionalità del Carrubo

Da specie antica utilizzata nella dieta
alla possibile valorizzazione nutraceutica
dei sottoprodotti

Massimiliano Brugaletta

Agronomo, presidente associazione CAREX,
vicepresidente Distretto Frutta Secca di Sicilia
massibruga@gmail.com

Parole chiave

Variabilità Carrubo
Locust Bean Gum (LBG)
Ciclitolo

Il Carrubo, scientificamente conosciuto come Ceratonia siliqua L., è una pianta leguminosa che nel sistema tassonomico attuale afferisce alla famiglia delle Fabaceae.
Questa specie è diffusa principalmente lungo le coste del bacino del Mediterraneo, ma è stata altresì introdotta dall’uomo negli Stati Uniti, in Messico, Cile, Argentina, Australia, Sud Africa e India (1), divenendo quindi oggi una specie presente in tutte le zone nel mondo con caratteristiche climatiche simili a quelle mediterranee.
Per i riferimenti alla carruba nel Vangelo, in cui si cita Giovanni Battista che se ne nutrì nel deserto, è conosciuto anche come “albero del pane di San Giovanni”, attribuzione che permane tuttora nelle denominazioni comuni nella cultura inglese e tedesca. Prima ancora, il Carrubo è stato menzionato negli scritti di Teofrasto (371-286 a.C.). Secondo Sprengel, la sua coltivazione era già praticata nell’antichità dagli Ebrei e dagli Egizi, tanto che, come indica questo autore, Mosè sfruttò l’elevato contenuto in zuccheri dei frutti per addolcire le acque amare del mare e dare da bere al suo popolo durante l’esodo; è stato comunque comprovato che la carruba era un frutto che gli Egizi conoscevano e usavano per la mummificazione.
Esistono numerosi riferimenti bibliografici storici in cui viene citato il Carrubo: Plinio il Vecchio nella sua Naturalis historia, Strabone, Catone, Virgilio e Plinio il Giovane, Lucas e Scribonio, Galeno, Palladio, Dioscoride, sino ad Avicenna, in tempi più moderni, ne commentano sia la coltura che gli usi, non solo alimentari ma anche medicinali. Quello che è certo, in epoche più recenti, è che gli ispano-arabi lo utilizzavano e lo coltivavano abitualmente.
Nella storia, questa specie ha rappresentato per molti un emblema in svariati e curiosi scritti: alcuni scrittori romani, per esempio, indicano il Carrubo come simbolo di purezza e forza, prediletto da Giove.
Come in quella cristiana, l’albero del Carrubo è presente anche nella tradizione religiosa musulmana.
Curiosa è la relazione dell’albero del Carrubo con la devozione di San Giorgio, che si ritrova dall’Asia Minore, attraverso la Sicilia, fino alla Catalogna.
È probabile che la prima grande espansione della coltivazione del Carrubo fu opera dei Fenici prima e dei Greci poi, che lo utilizzavano nelle pratiche mediche, come si faceva con altre piante medicinali. Bizantini, Crociati, Normanni, Almogaveri, Genovesi e Veneziani utilizzarono la carruba ed estesero la coltivazione per tutti i loro domini (2).
In molti areali il Carrubo avanzò in epoca post fillosserica, occupando antiche terre a vigneto dove il clima lo permetteva; giacché questa coltivazione è molto sensibile al freddo, anche se ben adattata a suoli poveri essendo una specie anatomicamente e fisiologicamente xerofitica.
Il nome kharrub, entrato in uso anche in Europa nel Medioevo, è di origine araba. In tempi antichi, i semi del Carrubo, considerato che il loro peso, pur variando da uno all’altro, resta più o meno costante nel tempo, venivano impiegati come unità di misura di polveri e altri prodotti di farmacia, e in gioielleria di oro e diamanti, con un valore medio di circa 200 mg. Questa misura di peso ha preso la denominazione di “carato”, da qirat, parola araba da cui deriva anche il termine per indicare agronomicamente il seme del Carrubo.